Le Disgrazie del Numero Due

Il Barone di Nicastro Digitale

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Redazione A

Le Disgrazie del Numero Due
Novella di Nevio

XIII.

Pertanto appena entrato in Cadice il Governatore lo ebbe a
chiamare a sè.
Che vogliono dire tali soperchierie? sclamò il Sign.rSignor Barone ‒ Io fui assaltato lungo la strada da una banda di Carlisti, ho la
sciato
lasciai una migliaja di maravedì nelle mani degli ac
cattoni di Cadice, soltanto dalla porta della città all’albergoquella dell’albergo, ho una dozzina di hidalghi che fa malleveria per la mia nobile persona, viaggio il mondo per sevigio della virtù, e son munito d’un e la Spagna la Spagna mi grazia d’un passaporto della regina,
‒ Per l’appunto! lo interruppe il Governatore ‒ Ma Vi sono due Spagne nella Spagna…
‒ Misericordia! Sclamò il Barone ‒
‒ Si certo: continuò il Governatore ‒ la Spagna dei pronunciamentos, delle Cortes e d’Espartero, e la Spagna di O’ donnel e della Regina. Voi avete viaggiato la Spag il nostro paese una volta col passaporto di questa avete viaggiato la S.Spagna ora vi converrà viaggiare tornando a rilento col passaporto de’ primi! Sono due giorni che abbiamo il telegrafo, e il secondo
‒ Così facemmo due viaggi in vece d’uno: osservò il Barone -

[ms. 2530, carta 1 verso]

‒ Cosa la crede che non le meriti due visite almeno un bel
paese come la Spagna! rimbeccò il Governatore ‒

E il filosofo s’inchinò come a dirgli ‒ Eccellenza, ne
meriterà venti trenta mille delle visite, ma io n’era ristanco
di uno.
‒ Del resto, proseguì il magistrato ‒ son due giorni soli che ab
biamo il telegrafo, e il secondo dispaccio che ne giunse fu ap
punto l’ordine di rimandare a Madrid il Barone di Nicastro.
‒ Spero che mi daranno una scorta; disse il Barone ‒ poiché
a dirgliela schietta que’ dodici hidalghi finirebbero col mangiare
anche me ‒
‒ E tuttavia il popolo Spagnolo è frugale; soggiunse il Governatore
‒ E tuttavia… rimbeccò il Barone
‒ Non la ne dubiti! ripigliò l’altro; le daremo una mano di
guardie nazionali, e da stazione a stazione ben guardato e vez
zeggiato arriverà alla sbarra delle Cortes…

Infatti il giorno dopo il Barone uscì daper la porta di
Cadice che l’avea veduto entrarci il giorno prima con un
conto tale di moschetti e d’alabarde che sembrava un prigioniero
di guerra; e a piccole giornate riprese il la via di Madrid
per farsi contrassegnare il passaporto. Ma giunti a Granata
trovarono che si era fatto un pronunciamento contro il pronuncia
mento
; che l’esercito parteggiava per O’donnel l’esercito e parte della città parteggiava pei Ministri e che tutta

[ms. 2530, carta 3 recto]

lail resto della città era s’era levato a romore ‒ Le guardie nazionali di Cadice
furono le mal capitate ‒ si sparò loro addosso, cinque o sei rimasero
morte, altre andarono cariche di catene prigioni nella primo azzuffarsi si rintanarono nelle case e andarono fuggendo per gli antri di , e il Barone nel mezzo della
mischia, affigurato pel capo della fazione ebbe un pajo di
coltellate nel fianco, e fu caricato semivivo sopra una barella
che lo condusse al Palazzo di città. / e si rintanò a precipizio in una botteguccia di fruttivendola
‒ Voi tenete combattevate per le Cortes e pei nobili! gli disse
un il capcapitano gen generale capitano generale di Castiglia di Granata cui fu condotto dinanzi
‒ Cioè… osservò il Barone ‒
‒ Por todos los e por todos les!... gridò il capitano dandogli sulla voce ‒ i vostri compagni furono tutti appiccati Sappiamo che
voi siete passato sei giorni fa di per Granata con una scorta di gen
tiluomini armati
, e se ora tornate indietro con una sguinzagliata
di ribelli non l’è certamente per predicare le voci far gli
esercizi spirituali!

‒ Nondimeno, balbettò il Barone ‒
‒ Cospettonaccio! volete sempre parlar voi! urlò il capitano
ricordatevi che non uso mai dire le cose due volte!
‒ La fa bene assai ‒ soggiunse il Barone ‒ ciò potrebbe recarle
disavventura ‒ anch’io ‒
‒ Quattro soldati e un caporale! gridò il capitano ‒

[ms. 2530, carta 3 verso]

E come furono venuti domandò loro se avessero appic
cato le sei guardie nazionali rimaste prigioniere. Queste in
fatti erano da mezz’ora accomodate secondo il ben volere del
Signor Capitano, e non s’ebbe che ad aprire la finestra per
mostrare al Barone il nol salutevole esempio ‒
‒ Ecco la virtù ricompensata! mormorò questi ‒ e tutto perché ci sono due Spagne in vece di una ‒

Tuttavia il capitano forse per la fermezza vera
mente filosofica da lui dimostrata all’improvviso cospetto di
que’ sei pendenti dal paretajo gli volse un’occhiata meno
acerba: e stava per dare comandamento che lo si menasse a
Madrid, quando un romore si fece più grande nella piazza
e cominciarono diversi spari a rinbaulare nelle contrade
della città ‒ In breve tutte le truppe furono sulle armi e il
capitano a cavallo dianzi ad esse rimenandole col gesto e colla
voce contro alquante migliaja di ribelli che osavano anteporre
le cicalate di 400 parolaj ciarlieri del Parlamento ai pre
diletti della Regina. Il Barone dietro una cortina stava am
mirando quello che succedea nelle piazze per via in grazia delle
due Spagne quando gli si offerse uno spettacolo assai bizzarro.
Il popolo levatosi a romore e minacciato da tutti gli angoli

[ms. 2530, carta 4 recto]

della città corse assiepato sotto il Palazzo donde la truppa erasi
mossa dapprincipio ‒ lì a forza di coltelli aveano conquistato il corpo
di guardia e vi si erano trincierati, ma l i reali ficcati da ogni
canto sulla piazza li stringevano per modo che poca speranza a
vanzava di resistere ‒ Allora molti dei ribelli invasero il piano
superiore e pensavan a far fuoco dalle finestre e dal tetto; ma
il valore cominciava a stancarsi e ad ogni momento la truppa mo
veva un passo innanzi come invincibile marea ‒ Quando ad un
ardito facchino saltò in testa di uscire colla sua moschetta sul
poggiuolo della Podesteria, e di là messosi a cavalcioni dello stemma
di Castiglia che pendeva sul dinanzi bersagliava la truppa ‒ A
Tutti si restarono dal badare ad altro, e si volsero all’ardito
bersagliere che caricava l’archibugio, mirava i suoi colpi come
dietro ai baluardi d’una fortezza ‒ Ad ogni tiro uno degli am
miratori cascava morto e gli altri seguitavano ad ammirare
sicchè anche i rivoltosi si ritorsero dalla mischia per attendere
all’ingerenza temeraria del loro compagno ‒
– Oh por Santo Estevan che l’è un gran prodigio! dicea
un caporale – E non sentì lo scoppio della canna archibugiata
poiché ne ebbe traforato il cervello da un orecchio all’altro –
– Viva l’Espana!... Questo è coraggio!.... Viva la ciudad di Granada

[ms. 2530, carta 4 verso]

gridavano alla rinfusa soldati e cittadini mentre il fac
chino meraviglioso seguitava il suo mestiere come se tirasse per
l’appunto alle rondini. Il Barone trasecolava di un omaggio
tanto straordinario di tutta quella folla alla prodezza d’un solo
quando ad un altro gio poveruomo, credo un giornalista, capitò
in mente d’imitarlo alla sua volta arrampicandosi sul cor
nicione d’una chiesa che stava rimpetto al palazzo ‒ Ma
giunto appena al suo posto non avea disteso l’ archibugio che buona
parte degli spettatori s’era voltato contro di lui.
‒ Cosa fa quella lucertola!
‒ Oh ve!... dalli al plagiario!
‒ Uno pazienza! ma due non si hanno a sopportare ‒ Così
bisbigliavano fra loro i soldati ‒ E il risultato la festa finì
pel facchino e pel giornalista con due buone schioppettate
che li fecero scavalcare dalle loro [---] e dando il se
gnale d’una nuova zuffa ‒
‒ Ecco! diceva il Barone dietro la sua cortina ‒ Ecco un’altra virtù premiata! Ma Se ne
restava quel solo certo avrebbe omaggiato uno per uno tutti
i paladini della Regina di Spagna! ......... Ma se ne aggiugne
un altro a fare il due!.… Numero tartareo!

La zuffa si riappiccò intanto e il Barone fu
fatto prigioniero dal popolo che invase tutto il pa‒

[ms. 3941, carta 3 recto]

lazzo; ma poi questo fu ripreso dal capitan generale e
con esso il Barone; da ultimo un corpo di truppe delle Cortes
entrò in Granata col quale s’affratellarono il popolo e le milizie
del capitan generale, e il questi rimase prigioniero e
messo insieme col Barone e mandato secolui a Ma
drid. Invano st†p†ll†††† tutti e due e s’arrabattarono
nella lettiga ove furono chiusi ‒ Convenne fare di ne
cessità virtù e il convoglio si mise in viaggio verso l’una di notte.
‒ Tutto! sospirava il Barone ‒ tutto per quel maledetto
affare delle due Spagne ‒
‒ Che due Spagne d’Egitto! gridò il capitan generale
dandogli una gomitata nello stomaco ‒ Spagna e Portogallo
sono una sola nazione, Signor mio!... Viva dunque l’I
beria!... Viva Donna Isabella!
‒ Viva........... quello che volete! rispose il Barone ‒ e
tra sé aggiunse ‒ Ecco la fortuna di chi va in cerca del vero
valore!... Pazienza!....
XIV
‒ E come è ella prigioniero delle milizie nobili dopo
essere stato delle mie! ridomandò il capitano ‒
‒ Questo è quello che non so bene! soggiunse il Barone ‒

[ms. 3941, carta 3 verso]

io a dire il vero ci ho perduto dietro la testa. Certamente però
io sono munito d’un passaporto della Regina!
‒ Ho l’onore di offrirle la mia protezione! disse a questo
punto il grande di Spagna.
‒ Grazie ne approfitterei…. purchè non la appicchino
disse il Barone; e quest’ultima parte della risposta la dicea tenne
a mezza gola ‒ ma credo che non sarò così pazzo da fer
marmi lunga dimora nell bel regno di Castiglia e d’Aragona!
‒ Oh perché mai?
‒ Caspita! non le pare che siano parsi un po pericolosi!
Eccomi che con tutta l’innocenza e la pace di Abele, io fui fatto e
rifatto prigioniero di guerra una dozzina di volte!..
‒ Tanto meglio! rispose il Capit.Capitano Generale ‒ segno che l’è
un galantuomo ‒ vede ella quell’alfiere? soggiunse se
gnando fuori della sportella! ‒ quello non fu fatto se mai pri
gioniero, servì per tre mesi la regina e per tre mesi le Cortes; anzi nei tre mesi che servì la Regina servì le cortes, e secondò la Camera nei tre mesi che servì le Cortes, si mise da banda 500,000 mila reali, e non
aspetta che la pensione per mettersi a vivere colla moglie in una bella villetta sul Guadalquivir!
‒ O Spagna miracolosa! sclamò il Barone ‒
‒ No è una spagna ammalata! disse il Capitano. Anni di

[ms. 3941, carta 4 recto]

cotali casi fra noi se ne vedon pochi, ma faccio per di
mostrarle che se le disgrazie le corrono dietro la colpa non è del
paese sebbene sua.
‒ Qual colpa che se le piace!
‒ Capperi! di esser galantuomo ‒ è la sola colpa che
il mondo non sa perdonare o dimenticare –
‒ Becero! brontolò il Barone ‒ Questo Sign.Signor Cap.Capitan Gen.Generale
così pieno di croci di nastri e di superbia non sembra
della mia opinione!... Eppure scommetto che è si crede un galantuomo
lui, e che alla sua maniera, se lo è così non deve scontentarsene con tanti onori
che gli son fioccati! …. ‒ Ascolti, continuò alzando la
voce; io son un Barone di Sardegna, che è un grande di Ca
stiglia! mi faccia una confessione ‒
‒ Caro Barone di Sardegna, io ho voglia di pigliar sonno
‒ rispose il Capitano ‒ quando un grande di Spagna riposa non
v’è titolato al mondo che possa disturbarlo con domande
importune! ‒

E il capitan generale si mise a russare da come un
reggimento –

XIV.

Così viaggiando deliziosamente e bisticciando col compagno a piccole giornate il Barone
tornò a Madrid – dove il Capitan fu rimesso a Corte con tutti i suoi titoli, ed egli ove passando da Erode a Pilato consumò

[ms. 3941, carta 4 verso]

un altro pajo di settimane; finalmente conl passaporto della
Regina, col permesso delle Cortes, colla protezione del capitan
generale, e il visto di Ministri egli si ripose in viaggio
per Cadice, e là non volendo attendere il piroscafo un pa
jo di giorni per paura delle Due Spagne si imbarcò sopr[a]
un trabaccolo pronto a far vela per Nova Yorch ‒
Sei d Dopo settanta ore di corsa velocissima il Barone
prendendosi il caffè col capitano gli domandò se non
fossero per avventura nei paraggi delle Canarie ‒ ma il
capitano gli rispose che tra due giorni avrebbero approdato
a Tunisi.
‒ A Tunisi! sclamò il Barone d con un strabalzo.
‒ Sì a Tunisi ‒ ripetè il Capitano
‒ E l’America? chiese il filosofo
‒ L’America non si muove; soggiunse il marinajo
‒ Capisco, riagganciò l’altro, ma io ho contrattato un
posto per Nuova Yorch… e
‒ Non la si scaldi; rispose il capitano ‒ Io difatti le ho assicura to i che andremo a Nuova Yorch, ma a bordo oltre a
me c’è un altro padrone‒ E due! f contò sulle dita il Pitagorico ‒ c’è il E questo padrone della nave ed egli ha
voluto che volgessimo a Tunisi per completare il carico

[ms. 3941, carta 5 recto]

di fichi secchi.
‒ Ohimè! anche i fichi secchi! mormorò il Barone
‒ Però non la si spazientisca, continuò lo Spagnuolo ‒ le in
segnerò a fumare per passare il suo tempo ‒ Trenta pa
quitos
il giorno e lo creda a me le parrà che Tunisi
sia una scorciatoja per Nuova Yorch ‒
‒ Vedremo anche questa! sospirò il Barone ‒ e si diede gra
vemente a rotolar fralle dita i suoi cigaretti come vedeva
far al capitano ‒ ma fumati che ne ebbe una dozzina
ebbe a rimanerne infirmato per du tutto un giorno e fu
sbarcato sulla terra barbaricola che ancora i fumi
non gli erano passati ‒ E tuttavia quello smarrimento
non andò perduto pel filosofo; che così tra il sonno e l’ub
briachezza ruminando certe sue antiche memorie di scorrerie
saracinesche in Sicilia ed in Sardegna, e di guerre; e di con
quiste e d’incrociamenti e di conversioni, venne quasi a per
suadersi d’essere legato di lontana parentela coi Musul
mani d’Africa....
‒ E sì perbacco, ch’io andava egli fantasticando, sì perbacco
che la Provvidenza mi guida a bella posta a Tunisi perché
vi trovi il vero ceppo dei Baroni di Nicastro… Sì

[ms. 3941, carta 5 verso]

corpo di Diana!.... i Nicastro fur venuti di Sicilia, e in Sicilia
reggevan allora i Saraceni..... la è chiara come l’oglio!...
ch’io son per lo meno cugino di S.Sua Altezza il bey!...

A dir il vero svampato quel primo calore di imma
ginativa non trovò più il filo d’un sì vago ragionamento, ma
gliene restò pel cervello qualche nuvola, e così all’ingrosso
gli pareva che i Baroni di Sardegna avessero del barbaresco più
assai che non bisognasse per istabilire una loro consanguineità
coi Tunisini. Ce E l’agevolezza delle sbarre non cooperò poco
a toglierli le antiche ubbie, che certo egli ebbe a trovare
più barbara di mille torti la quarantena di Genova, e il guar
diano del lazzaretto un vero cannibale appetto del……
che pel valsente di poche piastre lo allogò gli assicurò
la protezione al Governo e lo allogandolo presso un albergatore
Europeo.

XV°


Così s’acconciò pienamente l’illustre viaggiatore
in quei ozii Tunisini finchè la colta dei datteri mettesse
in grado il trabaccolo di rivalicare per l’America ‒
Per sul quella secondo e nel terzo giorno seconda settimana di sua dimora colà, smontò
all’albergo un venerabile fakiro, che avuta contezza
dell’arrivo in Africa d’un tanto personaggio veniva a
disputare con essolui intorno a certi punti assai con-

[ms. 3941, carta 6 recto]

troversi della Filosofia Musulmana. Dopo molto parlare
e poco intendersi il Barone conchiuse fra se che il fakiro
era un neo-platonico e gliene mosse qualche rampogna –
‒ Lasciatemi pensare a mio grado, caro fbarone; rispose il
fakiro ‒ qui da noi la Dio grazia si un fakiro può pensare
in libertà
Qui da noi una persona di levatura può pensar come vuole che nessuno gli rivede le buccie! ‒ . –
‒ Diavolo! non è una gran fortuna; soggiunse il filosofo ‒
Io per me a Nicastro, penso, e faccio e disfaccio come
me dà il talento e nessuno non trova a ridire un ette.
‒ Grazia obbligatissima! rispose il fakiro ‒ ma in que
vostri barbari paesi tutti si permettono di fare quello che fate voi
tutti tali privilegi sono per voi ‒ e tutti gli altri non possono
ne pensare ne fare ne dir senza che voi non ne date
il permesso
‒ Credo di sì e per questo ne son contento ‒
‒ Vorrei vedere anche questa, che Floriano il mio segre
tario, e Madonna Nicefora e l’infinita turba di servi valevoli
osasse pensare a ritroso di quello che penso io!

‒ Ah voi siete un pentolaro † dilettissimo confratello! voi dunque ecco siete un barbaro! sclamò il fakiro.
‒ Ecco Come un neoplatonico chiama fratello un pitagorico! sclamò a sua volta il Barone
Del resto più non so come vi dia il cuore vi sorprenda che non sia barbaro di chiamare pento
laro
un filosofo Europeo!……… Voi… un barbaro!
‒ Ecco, rispose il fakiro ‒ noi siamo come i Greci che
chiamiamo barbari tutti quelli che non la pensano come noi
e perciò i popoli che hanno i codici, la stampa, e la

[ms. 3941, carta 6 verso]

eguaglianza di diritti li chiamiamo barbari!
‒ Come voi non avete la stampa?
‒ Abbiamo il Corano manoscritto e ci basta per la felicità in
questo mondo e nell’altro‒
‒ Non avete codici‒
‒ Vi dico che abbiamo il Corano.
‒ Non avete uguaglianza di diritto
‒ Dio ce ne liberi!
‒ E come a viver dunque?
‒ Oh bella!... Ognun mangia come è ben di diritto alle
spalle di chi è più piccolo di lui ‒ questa è una la vera fra
tellanza, e la natura ce l’insegna che dà i moscerini in pasto pranzo
alle rondini, e le rondini per cena al falchetto ghiri†††††
Del resto Alla è alla è un solo Alla, Maometto è suo
profeta e andiamo tutti d’accordo ‒
‒ Ah andate tutti d’accordo!... e chi vi tiene così
fratelli a questo modo
‒ Capperi! S.A.Sua Altezza il Bey ‒
‒ Come è il Bey ‒ ? deve esser un grand Oratore se vi per
suade di tali castronerie!
– Domando perdono! non ce le persuade; ma ce le consiglia

[ms. 3941, carta 7 recto]

con un buon corpo di giannizzeri, o faticati, o sbirri,
che monta a venti mila uomini!
‒ Capperi! che tiranno! sclamò il Barone ‒
‒ Dio vi perdoni la bestemmia! rispose il fakiro ‒ il Bey
è un uomo dabbene ‒ non pensa che a fare le cinque
preghiere al giorno, a seppellire le sue unghie di mano
in mano che se le taglia, a fumar le sue pipe a
ricever le sue donne per quanto è fattibile ad un uomo
di cinquant’anni
‒ Ma dunque? … ripigliò il Barone vieppiù meravigliato ‒
‒ Ecco, rispose il fakiro ‒ A Tunisi vi è il Bey che
comanda, e ci sono i suoi servitori che comandano meglio
di lui!... Infine vi sono due governi l’un migliore dell’altro!
‒ Oh due due, due!... Numero fatale, numero
trucido! gridò il Barone di Nicastro ‒ tu alzi la tua forca
anche nel paese dei datteri! ‒ Ma poi, continuò egli
a voce più posata ‒ cosa dice il Bey nel veder fare
ai suoi servitori quanto egli non vorrebbe fare operare per
oro al mondo?
‒ Ecco, soggiunse il fakiro; tocca ai ministri

[ms. 3941, carta 7 verso]

del profeta acquetargli la coscienza
‒ E ci riescono? chiese ancora il Barone ‒
‒ Vi riesco, per grazia di Allah ‒ rispose l’altro.
‒ Dunque siete voi il Segnatario Spirituale di S.A.Sua Altezza?
do ridomandò il filosofo –
‒ Io; risp disse indi stancato il fakiro.
‒ E acquetate anco la coscienza dei suoi servitori ‒
‒ Acqueto la coscienza dei suoi servitori, e delle sue
trenta mogli; metto d’accordo gli scrupoli dei consoli
Europei col diritto dei Beduini che vanno in NigregiaNigeria
a caccia di uomini; accomodo co il grillo le b†††††††
di Costantinopoli colla santa politica del vero Mao
mettismo, noi facc batto l’elemosina alla tasca
degli Albanesi e do le benedizioni alli quelli che
vanno
schiavi che van a farsi appiccare per aver
rotto un orciuolo della padrone; caro Caro Barone!
la filosofia è onnipotente ed io l’adopero pel
mio meglio.
‒ Che razza di filosofia! mormorò il Barone ‒ credo
che lo mettessi troppo alto a crederlo un Neo
platonico! ‒ ditemi, soggiunse poi con un certo pi‒

[ms. 3941, carta 8 recto]

glio furbesco, ditemi caro fakiro, non sarete per caso Manicheo?......
‒ Che è quanto dire? domandò il Maomettano
‒ L’è una certa setta che ammette due principi as
soluti e contraddicenti ‒ l’uno del male e quello
del bene:
‒ Sì per Maometto che son Manicheo! sclamò
il fakiro ‒ ammetto il male degli altri purchè
ne provenga il ben mio!
‒ Diavolo! e ve ne torna ben di questo sistema!
‒ Benissimo! qui in terra son fortunato come
un vero credente, e d in cielo mi attendono le
7 houris e i 60.000 servitori promessi dal
profeta ai suoi eletti!
‒ Felice notte! disse fra il dente il Ba
rone di Nicastro accendendo un cigaretto ‒ è
meglio ubbriacarsi che dar retta a questa eresia.
… Oh povera virtù! neppur a Tunisi tu
conduci alla beatitudine!…. Se i baroni di Nicastro
hanno u[n] gocciolo solo nelle vene di sangue saracinesco conviene
dire che lo abbiano annacquato d’acqua d’assai di molto dal

[ms. 3941, carta 8 verso]

mille in poi!...

Per quella sera i due filosofi si separarono
credendo ambedue di aver un carico di ragioni; ma
qualche giorno dopo scoppiò nella provincia una sedi
zione di arabi, e correa voce d’un certo capo
che avea giurato di sterminare i Turchi e far
signori di Tunisi quelli del paese. Tutti i
magistrati, i mercanti e il Bey stesso vivevano
in grande costernazione; il fakiro solo non se
ne dava per inteso, e seguitava il suo grasso vivere
alle spese dei gonzi –
‒ Oh che non avete paura che la ribellione prenda
il sopravvento? gli domandò il Barone ‒
‒ Cosa vi sognate? rispose egli rispose ‒ quando verrà
il tempo delle raccolte quei sovversivi torneranno a
casa; mi manderanno a pigliarne qualche centinajo
e fattili impiccare gli altri impareranno a
starsi q chiotti per un’altra volta
‒ E tuttavia se prima delle raccolte il Bey
fosse a mal patito, e ai Turchi toccasse esser

[ms. 3941, carta 9 recto]

impiccati anziché agli Arabi
‒ Sappiatelo, rispose autorevolmente il fa
kiro ‒ sappiatelo che ci sono due razze di Turchi ‒
i Turchi del Bey, e i Turchi del Profeta ‒
Ora se ai Turchi del Bey toccasse la forca
buon per loro! resteranno sempre i fakiri per
mettere d’accordo col Corano gli scrupoli degli
arabi....

Il f Insomma il carico dei fichi secchi
non era peranco allestito che i beduini tor
narono alle loro tende, e ne furono posi
fu fatta casa per casa una buona cerna per
farne un’esemplare impiccagione –
‒ Vedete, diceva il fakiro al Barone di Ni
castro seg additandogli le forche ancora gremite
dei bei frutti ‒ Alla è il solo Allah e
Maometto è il suo profeta!
Quel giorno il fakiro era accompagnato da un collega ma il Barone non gli badò piucché tanto ‒ ‒ Veggo, rispose il Barone nel suo gergo sardo ‒ Alla
è il solo Allah, ma Maometto vale per mille
strangolatori!...

[ms. 3941, carta 9 verso]

Il fakiro non disse nulla ma indovinò certo
una qualche mostruosa eresia sul volto del Barone,
poiché fece cenno a un suo collega che gli stava a fianco come a chiamarlo in testimonio ‒ lo il giorno dopo egli fu chiamato davanti
al cadì, e fu miracolo se ne andò salvo col
pagamento di mille
da un accusa di [---]
col pagamento di mille piastre a pri vantaggio
della Moschea ‒
‒ Per carità disse il Barone al Capitan del trabaccolo ‒
caricate in fretta i vostri fichi secchi, e andiamo
se volete anche nelle spiagge dei caraibi che
ci staremo meglio che qui con questi miei parenti!
‒ Mi abbisognan duecento piastre per pagare il governatore
‒ Ve le regalo io...... ‒ No, non voglio un tanto incomodo....
lo pigliamo per socio..... si firma con lei sul ho questo contratto di so
cietà.... Le prometto che è un negozio magnifico

Il Barone si firmò e tacque per una buona settimana ‒ Ma
tornò poi a lamentarsi col capitano che ad onta della società
e delle duecento piastre non si parlasse di salpare per Nuova Yorch

‒ E aspetti! l’abbia pazienza altri due giorni, Vostra Gran
dezza! rispose il spagnolo ‒ ché mancano due
soli giorni ‒
‒ Al diavolo †con d†††† due giorni! gridò al Ba
rone ‒
È ancor colpa di essere in due ‒ soggiunse il capitano ‒ il padrone
della nave è ito mltmolto lontano e non tornerà più via. Ma si consoli che
se cambia un capitan partiremo istessamente…

‒ Fumi dei cigaretos soggiunse lo Spagnolo ‒
‒ Avete ragione farei il minor male ‒ brontolò il
Barone ‒ e fumò tanto in quei per salvarsi dal
malefizio di quei
due giorni, che appena tornato

[ms. 3941, carta 10 recto]

a bordo gli scoppiò una febbre cerebrale con tosse
e vomito la quale gli tenne compagnia fino alle
isole di Capo Verde.
‒ Oh povero me!... disse il Barone nel suo delirio ‒
meglio era che men stessi contento delle prime ††††
††† che per voler correre dietro alle virtù come
†††† tutti i ††††† imaginabili – Almeno
avessi Floriano al mio capezzale! che mi
consolerebbe con qualche sua giaculatoria!...
Almeno potessi vedessi ancora una volta la po
vera figliuola del lampadajo!... Almeno potessi
spirare l’ultimo fiato nel castello di Nicastro
sul letto degli avi miei!...
‒ Si calmi, stia quieto; non si terga il sudore ‒
gli andava dicendo il Medico della ciurma che era
anche il cuoco, e il barbiere ‒ Prenda questo
calmante ‒ – –
‒ Fumi un cigaretto! tornava a sussurrargli il capitano.
‒ Oh mio Dio! a chi devo badare! brontolava il ba
rone ‒ come si fa a non morire fra due consiglieri
di questo calibro!

XVI

‒ E cos’è tutto questo scricchiolio di catene che sento sotto il mio camerino /mi dà
la sveglia qu ogni notte
? domandò indi a qualche giorno
il Barone che guariva assai lentamente
‒ Son i datteri e i fichi secchi; rispose furbescamente
il capitano ‒ E svoltò fuori dall’uscio tenendo l’il
‒ Diavolo! non ci capisco nulla; disse il Don Camillo
‒ Lo credo ma ci capirà quando approderemo a ……
‒ A T…
lustre convalescente in gravi perpepplissitàperplessità ‒
Infatti egli s’accorse che in quella sua società c’era
del bujo assai, e peggiormente ne dubitò quando gli
disser che prima di toccare Nuova Yorch sarebbero pas
sati a qualche porto del Sud. Il Barone volle ribel
larsi, ma il capitano rispondeva che a Nuova Yorch
non piaccion i fichi secchi; e che per l’interesse sociale
conveniva far scalo da un’altra banda.
‒ Infine volete o no parlar chiaro coi vostri fichi
secchi! sclamò il Barone ‒
‒ Ben volentieri! rispose il capitano ‒ e condusse
infatti il Signor Barone nel fondo della nave dove
una cinquantina di negri d’ambo i sessi legati a
due due tenevano vece di zavorra –

[ms. 2530, carta 2 recto]

‒ Oh birbante! gridò il filosofo di Sardegna ‒ Tu
sei un mercante di schiavi ‒
‒ Siamo in due! rispose il capitano ‒ poiché anche
Vossignoria ha firmato il contratto ‒
‒ Appena giunto a terra ti accuserò e ti farò appiccare ‒
‒ Ci faremo compagnia ‒ e saremo in due anche in quell’
l’ultimo ballo perché V.S.Vossignoria ha firmato il contratto.

Il Barone si provò con tutti i sudori della
sua logica a sfuggire dal dilemma ma non c’era verso,
e per giunta gli convenne ingojarsi una lunga dis
sertazione del capitano sulle due razze del genere
umano, la bianca e la nera, l’una fatta per com
perare per vendere e bastonare, l’altra per esser com
prata venduta e bastonata ‒
‒ Ed per giunta è vero , diceva quel zotico di Capitano ‒ che Vi sono
paesi ove i bianchi sono negri, e i negri bianchi; ma
l’eccezione conferma la regola ‒

Il Barone sbuffava e voleva pur cercare conforto all[a]
filosofia, ma questa gli mancava come una tavola zoppa
a cui nell’appoggiarsi si dà il mento per terra. Egli
non avea trovato infino allora nessuno che per avanzarsi
nella fortuna tenesse gli argomenti della virtù, e per giunta
le sue stesse virtù gli si volgevano contro a fargli le corna ‒

[ms. 2530, carta 2 verso]

Finalmente arrivarono a C……. i negri
furono venduti profumatamente, e il capitano volle
contare la sua parte del guadagno al Barone, ma questi
montò sulle furie, non ne volle sapere, e il marinajo
ripose nel taschino i
denari.

Indarno ilo Spagnolo gli veniva spiegando che
mo[lt]a la buona metà del Congresso più liberale del mondo
riteneva la schiavitù un’opera di beneficienza, e una vera
tutela provvidenziale, il Barone rispondeva che l’altra metà
stava pel parere opposto, e che egli stava con questi piuttosto
che con quelli.
‒ Davvero la compiango di aver al suo servizio una logica si stramba
rispose il capitano ‒ per me fra due che gridano do ragione a chi mi fa più comodo
‒ Fin troppo il ragionamento è specioso! rimenò il Barone.

‒ Menatemi a terra, e che la sia finita una volta
colle vostre nefandità! dicea quel dabbene di barone –
‒ Le ho promesso di menarla a Nuov Yorch, e caschi
il mondo, ma non voglio lasciarla andare se non la
metto a salvamento di come ho promesso, rispose il capitano.
Ora faremo una gitarella di piacere fino a Costarica
e poi sono ai suoi ordini!

Il Barone strepitò, ma il capitano gli volse
addirittura la schiena; e le vele intanto si gonfia
vano d’un buon vento di tramontana che li spingea
verso l’America del Sud.

[ms. 3941, carta 11 recto]

XVII

Walker se no ʼl sapete è un fior di filibustiere che in
nome dell’America settentrionale s’è messo a derubare la
Meridionale: e il capitano spagnuolo che come vi diceo fra
due litiganti patteggiava sempre per chi gli dava miglior
utile avea stimato opportuno di favorire il filibustiere a
scapito dei Costaricani. Infatti carico di uomini di armi
e di munizioni egli n’andava
egli menava al venturoso capi
tan di ventura un buon carico d’armi di munizioni
, e
per quanto il Barone strep traccheggiasse non volle lasciarsi
scappar l’occasione d’un sì lauto guadagno. In onta alle
teorie del Barone buone dell’ottimismo il buon vento favorevole non mancava mai allo quel tosto di spa
gnolo e in breve lo toc giunsero allo sbocco d’una riviera
intorno alla quale Walker tenea il suo campo. Sulle
prime il buon gentiluomo non voleva aver che fare con
una sciocca razza di ladroni, ma poi la curiosità lo vinse
e più anche il prurito di raccontare e di scrivere fuss’anco
††† al suo ritorno sopra i giornali le meraviglie de suoi
viaggi ‒ Sbarcò infatti, s’intrattenne assai col fiero
Americano, e vegliò alquante notti per mettere in or
dinanza certi argomenti che dovevano convincerlo dell’in
giustizia della sua intrapresa.
‒ Caro capitano Valker; gli disse una bella mattina
quando si credette abbastanza forte da sfidar il suo av
versario sul campo della logica ‒ L’America è la terra

[ms. 3941, carta 11 verso]

degli Eroi, la culla della libertà, ora perché mai
vi salta in capo di sconquassarla con una spedizione
che scusatelo nei nostri codici antiquati si chiamerebbe
una rapina a mano armata.
‒ Caro Sig Cittadino, rispose Walcher ‒ probabilmente
voi non sapete che vi sono due Americhe ‒ l’una libera
e l’altra schiava ‒ non sapete che è obbligo dei liberi
rinsegnar la libertà a chi non la conosceva ‒
‒ Diavolo! adagio col ragionamento! soggiunse il Ba
rone ‒ come mai volete insegnare la libertà agli altri
voi che avete la schiavitù in casa ‒
‒ Anche questa è una capocchieria ‒ soggiunse il Gene
rale ‒ Noi abbiamo in casa la schiavitù negra, e di
mezzo colore, ma vogliamo insegnare la libertà ai bianchi
e gli Americani del sud sarebbero bianchi se stessero
meno esposti al sole.
‒ Ma se essi non ne vogliono sapere di vostri
insegnamenti! sclamò il Barone ‒
‒ Al mondo ci sono i saggi e gli ignoranti; rispose
Valcher ‒ e i primi si spetta per nat diritto naturale
di educare i secondi se anche costoro non ne vogliono
sapere!
‒ E li educate col saccheggiarli, coll’ammazzarli..

[ms. 3941, carta 12 recto]

‒ È mezzo eroico, ma che non puoi sbagliare ‒
‒ E se li ammazzate tutti ‒
‒ Resteremo noi ‒
‒ Questo si chiama ragionare! mormorò il Barone
rimettendosi le pive nel sacco ‒ Signor Walcher voi siete
il mio Maestro!… Io lo sapea che il due è un Nu
mero fatale!… ma voi lavorate da boja per ridurlo
alla perfetta unità!
‒ Così hanno fatto i Signori Spagnoli colle razze del
paese ‒ soggiunse Walker ‒ così faremo noi con essoloro
e tutto va di bene in meglio, perché il mod
‒ Non ci vedo fin qui né bene né meglio – osservò il
Barone ‒ ma un ragionatore della vostra fa polso non
può darsi che non colga nel segno.
‒ Lo credereste? soggiunse il capitano che a Costarica
un pajo di stivali costa non si compra meno di quattordici dollari? …. ditelo voi Oh non
è un’abbominazione? …. E la tela di cotone che si vende un
mezzo dollaro il braccio?...... E la carne che costa un dollaro
il chilogrammo?...... Ditelo voi non è opera di vero
cittadino ammazzare la metà di questi fannulloni, perché
l’altra metà possa vivere a miglior mercato?.... S’ag
giunge che noi ci incaricheremo delle provviste e che il com
mercio dall’unione avrà un gran guadagno! O una
delle due!... O essi si accontentano di comperare
da noi a metà prezzo quello che pagano il doppio in casa

[ms. 3941, carta 12 verso]

loro, e noi tutti ambidue le parti guadagnano assai; o
non se ne accontentano, e noi li cancelleremo come va
ed entreremo al loro posto a far meglio di loro.
‒ Lo dicevo prima che ragionate come un Ercole! sog
giunse il filosofo ‒ Milone che lanciava il disco lontano
cinquanta stadi ai giuochi olimpici era meno forte
di Voi!.... Filosofo Walcher, dopo Pitagora voi siete
l’umano più perfetto che abbia respirato l’ossigeno
l’idrogeno, e l’azoto!....


XVIII

Così dicendo il buon Barone di Sardegna tor
nò verso il mare e salì sul trabaccolo d ‒ Raccoltosi nella
sua cella pensava che il filosofo Walker per quanto fosse
buon logico era però sempre cattivo cittadino e persino uomo,
e che come tale ogni cosa gli si dovea volgere a rovescio,
ma appunto quel giorno l’esercito Costaricano si divise in
due partiti; due generali fomentarono la discordia ambidue per
farsi strumento da salire essi loro partigiano a cavalcare come si dice il governo ‒
ma Walcher più furbo di ambidue saltò loro addosso coi suoi
masnadieri; i due partiti dell’esercito soccorrendosi l’un
l’altro a malincuore furono disfatti ‒ e i due generali arri
varon a spian battuto alla re Congresso della Repubblica ambi cadauno
apportatore della trista novella e d’una accusa violenta
contro il compagno ‒ Il Congresso tostamente si di separò

[ms. 3941, carta 13 recto]

in due fazioni; alla disfatta dell’esercito successe l’interna
confusione ‒ Valker si sfregolò le mani lusingandosi di poter
quandocchesia vestirsi a buon mercato, e pascere, e taglieggiar a
gran vantaggio delle industrie Anglo-inglesi quei ma fannulloni
di Spagnuoli, e Don Camillo restò col suo disegno provvidenziale
rimase anche quella volta con tanto di naso.

XVIII

Peraltro non si persuase mai che la cosa potesse aver termine
a quel modo, come non lo credo nemmeno io; e ci avea preso
tanto amore a veder disgroppata quella matassa a suo grado
che quasi gli seppe male udirsi di annunziare dal capitano
la partenza per Nuova Yorch. IntarnoIndarno se ne consolò pensando
che d sei o sette mila giornali gli avrebbero dato contezza di quello
scioglimento; ed aggiugnerò anche, che non gli doleva di toccare dopo
tante traversie il termine del suo viaggio. Giunsero finalmente
a nuova Yorch, ma appena entrati nel porto ecco capitare a
bordo del trabiccolo una torma di birri e di banchieri che legano
scrupolosamente il Signor Barone il Capitano e tutta la ciurma e
li mettono ad alloggiare a spese degli Stati Uniti in un
sontuoso carcere Penitenziario. Il Barone gridava a tutt’uomo
che era un Barone, ma siccome studiando gli uomini e il valore
delle cose non aveva erasi dato corso d’imparare l’Inglese così
per questo forse e fors’anco per cento altre ragioni la sbirraglia
non si dava pensiero de’ suoi chiassi ‒ Siccome poi egli si permetteva
di tirar calci come un mulo di Sardegna, così gli assicurarono

[ms. 3941, carta 13 verso]

con due buoni ceppi le gambe accioché non turbasse colle sue
pedate l’esemplare silenzio del convento. Quando lo permise la
procedura il prigioniero venne condotto innanzi al Giudice, ove
da un certo interprete maestro di grammatica che avea studiato
il latino e perciò si credeva di parlar l’italiano gli segnalarono
che lo si accusava due accuse gli si muovevano , primo di aver
fatto commercio di schiavi, contro i regolamenti degli Stati del
Nord, secondo di aver ajutato d’armi e di denari il filibustiere
Walker contro l’espressa volontà del Governo di Washington ‒
Il Barone capì qualche cosa di qu cotal diceria, e per un
paladino della virtù il vedersi incolpato di simili birbonate
non fu una bella improvvisata. Cominciò dunque a rispondere
con tutta l’eloquenza d’un Barone meridionale, e ad accusare
a sua volta d’ingiustizia, e di corbelleria i suoi accusatori ‒
Questi alla lor volta lo accusarono per giunta di lesione all’o
nore, di calunnia, e Dio sa dove sarebbe andata a finire in
capo ad alcuni giorni quel duello di appunti, di recrimi
nazioni, e di negazioni, se non capitava sul vapor di Gi
bilterra il padrone del trabiccolo il quale s’era attardato
a Tunisi per la colta dei Datteri. Costui narrò che era stato
presente al contratto del Capitano con uno scuriscione
di Beduino per la compera di cinquanta negri, che se n’era
vivamente lamentato con quello, e che lo aveva minacciato di
accusarlo al Console Spagnuolo, e che la sera nel tornar a
casa era stato rapito dal Beduino probabilmente per comodo
del Capitano ‒ che lo avevano trascinato a tutta forza lungo

[ms. 3941, carta 14 recto]

alquante giornate nel deserto, che il Beduino sulle prime a l’a
vea
voluto uccidere, ma che poi per amor del guadagno erasi mu
tato nel pensiero di venderlo ad un capo di carovana ‒ che
costui avealo infatti comperato a bas per prezzo visto lo stato
infelicissimo della sua costituzione pegli strapazzi sofferti ‒ ma
che poi un dissidio era insorto fra i due capi della carovana, che
eran venuti alle mani con tutta la loro gente e che egli nel
tumulto l’avea data a gambe ‒ Giunto presso una Moschea
erasi infinto un Musulmano della Mecca, ma il muezzin
avea fiutato la verità e volea farlo impalare: per fortuna che
un santone là presso, rivale del muezzin nella vendita dei
talismani per mal caduco, avea tolto a proteggerlo, e col
mezzo suo erasi giunto a Marocco, donde col soccorso di un
suo corrispondente avea potuto tramutarsi in Ispagna e di là
a Nuova Yorch sulle traccie del trabaccolo fuggitivo. ‒
‒ A ragion dunque, così conchiuse lo Spagnuolo la sua lagrimevole
Odissea, a ragione quel turpe e disleale di Capitano afferma che
in due furono a stringere il contratto col Beduino e che in due
si deve partire la multa comminata a tali mercatanti di carne
umana ‒ Ma anziché essergli complice il Barone, il Barone
era di quei giorni a Tunisi in gran conferenze teologiche con
un fakiro, ed io, solo io fui presente a quel disumano mercato,
io che tentai di stornarlo con quante arti mi suggerivano
l’umanità e la giustizia, e n’ebbi in ricompensa la perdita
del trabiccolo, due mesi di schiavitù, si ottenendo di scappolare
le coltellate del Beduino.

[ms. 3941, carta 14 verso]

I giudici piansero a lungo dopo una sì commovente parlata,
e furono assai contenti di far pagare tutta la multa al ca
pitano, di e di rimettere in libertà la ciurma che su per su con
sumava 100 libbre di carne al giorno, e venti misure di riso.
In quanto al Barone si congratulavano con lui della sua
innocenza in quanto al mercato degli schiavi, e il giud
Barone si congratulò colla Provvidenza che alla fine per
esser stati in due i presenti al contratto di datteri qualche
guadagno ne fosse pervenuto al campion della virtù ‒
‒ Permetta , soggiunsero i giudici, ella è condannata ad una
multa di 400 Dollari ‒
‒ Come! sclamò il Barone.
‒ È notorio ch’ella fu al campo di Walker e non si op
pose minimamente al soccorso venutogli dal capitan del tra
baccolo ‒ rispose uno fra essi
‒ Come diavolo potevo oppormi a chi mi poteva fin gettare
in acqua a tutta sua voglia? ripigliò il Barone ‒
‒ La legge non si occupa di ciò ‒ concludé il giudice, ma
solamente di esigere la multa ‒
‒ E perché, disse ancora il Barone, dovrà il Governo degli Stati
Uniti farmi pagare duecento 400 dollari per forse o aver
io passato alcune ore nel campo di un avventuriero che
a quanto tutti mi dicono gode di sottomano le simpatie
dello stesso Governo ‒
‒ I giudici si guardarono l’un l’altro con una cera
da De profundis ‒ ed uno fra essi ‒ che era filosofo e parlava

[ms. 3941, carta 15 recto]

l’Italiano avvicinandosi a D.Don Camillo.
‒ Piano, gli disse nell’orecchio, piano che l’Europa non ci
senta ‒ ma le dirò che il Governo di Washington ha due poli
tiche ‒ l’una aperta a tutti sicura diplomatica che biasima l’in
terferenza di Walcher e fa pagar le multe ai suoi fautori, l’altra
intima, amichevole ammiccona, che ajuta il predetto Walcher e
adopera in suo vantaggio le multe percepite ‒ Del resto sta in
natura che chi favoreggia quel venturiero gli faccia anche le
spese ‒
‒ Capisco ‒ soggiunse D.Don Camillo ‒ questa politica somiglia a
quella di Madonna Nicefora, che quando io ††† di †††span vedeva quella
††gr††pp† de’ suoi
vede i cari pollastri, me li fa mangiare risponder alle sue cure erranti mattiniere li strangola
tantosto e me li fa mangiare li strangola, e se li mangia….

Indi pagò i 400 dollari, e sgambettò tutto festoso
per Nuova Yorch a vedere se anche quel pezzo del Mondo Nuovo
somigliava al Vecchio.

XIX (XVIII)

Il Baron si annojava moltissimo a Nuova Yorch, poiché non ci ve
deva né vizi né virtù né passioni dné [---] ma solamente contratti abitudini
contratti ignoranza e contratti ‒ Fin la religione di quei paesi gli parve un
contratto con Domeneddio di vendita in Paradiso col vicino ricorredo di
mercantile, e i quaccheri e i presbiteriani e gli evangelici gli pa
revano un accolta di sensali e di droghieri ‒ In tutta questa
gente neppure un Barone!.... neppure un cencio di nobiluomo!
‒ Alto là ‒ vi sono due Mondi! gli rispose un oste che lo udì
dare in quell’esclamazione ‒ Il Mondo Vecchio dei baroni

[ms. 3941, carta 15 verso]

‒ Ed il mondo nuovo dei mercanti; continuò Don Camillo ‒ Sta
a vedere se il mondo nuovo ci ha guadagnato.
‒ I baroni adeguavan tutto pro loro utile pel lustro della lor
casata ‒ rimbeccò l’oste
‒ I mercanti s’arrabattano pel guadagno di cento lire e pel credito
della casa: ribatté Don Camillo
‒ I baroni taglieggiano, dissanguano, uccidono i vassalli ‒
‒ I mercanti taglieggiano, dissanguano, uccidono gli operaj ‒
‒ Ma gli operaj son liberi di cercare un altro padrone ‒
‒ Un altro padrone forse peggiore del primo –
‒ Ma i vassalli non avean neppur questa magra risorsa ‒
‒ Ma potevano sperar di morire nel letto dove non vada il padron loro…
‒ Bella consolazione questa di morire davvero!
‒ E gran bel conforto il vostro
‒ Baroni e mercanti furon e sono una sola razza d’egoisti
s’intromise a dire quel giudice filosofo che aveva spiegato a Don
Camillo la ragione delle due politiche, e venia ora a fargli
visita tratto da una leg††† di invincibile simpatia ‒
‒ Vi son baroni virtuosi! sclamò D.Don Camillo
‒ E mercanti di cuore! rispose l’altro.
‒ Lo credo; co rispose il giudice ‒ ma tra ogni tempo è
tempo ‒ l’uomo è sempre uomo ‒ il lupo perde il pelo ma
non il vizio, e due e due fanno sarà sempre vero che l’interesse
è il motivo delle operazioni umane come è ver che due e
due fanno quattro
‒ Qual atroce colpo mi date con questa sentenza! sclamò Don

[ms. 3941, carta 16 recto]

Camillo ‒
‒L’oste che era il più gran avaro della città fù men piangente
e voltò le spalle a[l] giudice per andarsene alla tinaja ove fabbri
cava con latte d’aceto alcool e birra con vino di Porto.
‒ E che! continuò il Giudice traendo D.Don Camillo sul molo ‒ Siete
filosofo e non sapete questa verità palmare!
‒ Viaggio anzi per persuadermi del contrario; rispose Don
Camillo ‒ viaggio per trovare il perfetto accordo della virtù colla
felicità. ma per tre
‒ E foste fortunato finora?
‒ Vi dirò ‒ che trovai vivere la contraddizione, o come dice Pitagora
o il Baron Clodoveo mio rispettabile avo il binario senza termine
conciliatore, l’oscillazione perpetua del mondo fisico e morale fra
la forca cauda del due, senza la perfezione e l’armonia finale
del tre ‒ Lo sapete pure, occorre trinum est perfectionem, ma se di
q cotaliMa se questo trinum perfectum non ne t non la trovai finora
(badate che ho visitai solo…) ne troverò certamente nel resto del mondo ‒ poiché Pitagora e il Ba
ron Clodoveo hanno potuto pensarlo ‒ Ora il pensiero è un ideale un
riflesso del reale ‒ il quale non avrebbe potuto cavarlo dal nulla o in altri
termini concepirlo se non avesse esistito ‒ E così pure se egli era
esistito egli deve tuttora esistere perché il perfetto è incorrutti[bi]le ed essendo
incorruttibile è di sua natura eterno. ‒ Questo mi pare un ra
gionamento tanto bene ordinato come un esercito in battaglia sicché
sfido tutti i sofisitici a sgominarlo ‒ e non restar dall’andar in
cerca di quell’accordo perpetuo accordo che vi diceva ‒

[ms. 3941, carta 16 verso]

‒ Vi sono due vie filosofie per mettersi[†† †††††] in pace su tale
materia ‒ soggiunse il filosofo Americano ‒ quella di cercare questo
perfetto accordo fino a ché lo si abbia trovato, e l’altra
di credere ch’esso esista, e vivere nella p tirar dritto come
facevano gli antichi riguardo la cometa ‒
‒ Io ho scelto la prima ‒ soggiunse il filosofo Europeo ‒
‒ Ed io la seconda ‒ ripigliò il filosofo Americano.
‒ Ma non sarete mai perfettamente felice ‒ ribattè Don Camillo
‒ Ma non vivrete un’ora che l’è un’ora di quiete – rim
beccò il giudice.
‒ Ecco; trovato ch’io abbia il mio perfetto ideale ‒ continuò
il Barone ‒ tornerò al mio castello di Nicastro che è il più
bel castello..... della Sardegna ‒ là ci condurrei il mio se
gretario che ha nome Floriano, ed ora sta per mio ordine a
genova come tutore d’una famiglia da un tale a proteggere
Siccome sono padrone e la prima moglie dnon diede nessun rampollo
della mia nobil casata, ci manc’un’altra sposa…… Che se
questa benedetta che ho in mente avesse i sessantaquattro quarti!
Basta!.... Dunque come le dicevo sposato che mi sia darò
opera ad ottenere quel tal rampollo, e poi sotto a chi tocca
scriverò cinque volumi in foglio per confutare quel birbone
di Bruto che ebbe il coraggio di equiparare la virtù ad
un zero matematico ‒
‒ Tutto sta che troviate il complemento dei due termini con
traddicenti ‒ la è il salto dell’asino ‒ disse l’Ingle Giudice.

[ms. 3941, carta 17 recto]

‒ Li troverò: rispose il Barone.
‒ Tutto è doppio a questo mondo ‒ tutto è zoppo ed incompleto ‒ sot
nulla aggiunge la qualità infinita del trinum perfectum del vostro
Pitagora ‒ soggiunse il Giudice ‒ L’uomo ha due gambe perciò va e
va e non arriva mai ‒ ha due occhi che perciò appunto non
vedono; due orecchie fatte apposta per lasciar passare nette di parto
le verità e intombare le corbellerie; due mani, l’una per dis
truggere quello che ha fatto; due ginocchi per frusciargli sui pie
distalli d’Iside e d’Anubi; due rastrelliere di denti per rubar
il pascolo al vicino, due spalle da offrirle ad ogni sappia pagare,
portare ogni colpa ben pagata, due natiche da offrirle ad ogni scu
discio purché sia piena la mangiatoja, due ventricoli del cuore per
ricevere e travasare il sangue, e conservar legarlo sempre più guasto
alla generazione ventura, due…
‒ Per pietà! non andate tanto innanzi colla vostra dimostrazio
ne anatomica! ‒ Io che so Prevedo che cadrete giù giù in quella volgare opinione che mi ci stima
†† Sì! Sì! ficcati al mondo per generare una prole o infelice
o vigliacca ‒ Lo ha detto anche un certo Leopardi, che la sapea più lunga
di molti celebri Inglesi, e celeberrimi Francesini, lo ha detto ad una
sua sorella che stava in punto di maritarsi.

...... miseri o codardi
Figliuoli avrai......
Giacomo Leopardi, Canzoni, IV. Nelle nozze della sorella Paolina, v. 16-17, 1824

‒ Miseri eleggi! ‒ suggerì il Inglese ‒
‒ Oh la sapete anche voi? disse D.Don Camillo ‒
‒ No! soggiunse l’altro, ma la indovino.
‒ Indovinate male ‒ perché secondo me anche il poeta si è zopppato un piede.
‒ Lo so che, indovino male; perché natura vuole che l’uomo abbia due

[ms. 3941, carta 17 verso]

facoltà diversissime; l’intelletto [†††††††] e stima il duro onore e la
fati l’integrezza della miseria poverezza , e la volontà gloria che sceglie la commoda
abbiezione della viltà ‒ Percui potrà sì una madre fa imporre ai
figliuoli la miseria onorata, ma essi fatti adulti s’appiglieranno
come nove sopra dieci all’agiata codardia! Ciò non toglie che il mio con
siglio non possa accordarsi ai desideri della madre Spartana ‒

‒ Voi bestemmiate alla bontà naturale dell’umana specie caro
fratello! …. Voi siete un materialista fracido!
‒ Cercate il mondo per tutti gli angoli, e mi saprete dire se
la mia è una calunnia ‒
‒ Lo cercherei volentieri, ma cosa sarà intanto di Floriano, e del
lampadajo, e di sua moglie, e della figliuola che è la più di vaga
brunetta di Genova?… Cosa ne sarà della mia futura discen
denza!
‒ Non vi scorate ‒ disse gravemente il filosofo ‒ Domani parte
una vaporiera carica di dotti degli Stati Uniti che vanno a
fare certi loro sperimenti astronomici sopra tutte le latitudini
del globo ‒ In tre anni avrete empe sbrigato la bisogna ‒
troverete Floriano ingrassato, allegri e sani il lampadajo e la
moglie, la figliuola più bella che mai, e la discendenza non
vi mancherà! ‒ O che voi siate benedetto in omnia secula! gridò il Ba
rone serrandogli il collo con ambo le braccia ‒ Piano piano che ho un collo solo; mormorò quasi strozzato il Giudice
.
‒ Vado alla Posta per vedere se ci sono lettere, e vengo
a voi col bagaglio ‒ disse frettolosamente il Barone ‒ E senza
più ringraziare l’uomo scappò via puntando addosso ad
un cane che litigava con una cagna e si addentrava in una pozza
scivolando fra due carri che quasi lo frullavano st centrando un arrotino che gli chiuse scorticò la mano con un
rasojo e dando del capo una per una in due colonne dor a canel=

[ms. 3941, carta 18 recto]

late ‒ Finalmente dopo altre molte vicende purtroppo pericolose egli
giunse a salvamento sotto il portico della posta e domandò se
nulla vi fosse per Sua Eccellenza il Barone Camillo Bernardo
Lucio Clodoveo, Barone di Nicastro – Son due persone od una sola? ‒ Gli porsero due lettere
sulla recape nessuna delle quali era avrebbe pres offerto un esemplare di calligrafia bello scrivere ;
e tuttavia il Barone diede la preferenza a quella fra le due che appa
riva più storpiata nella di calligrafia, e ne ruppe bramosamente il
suggello. La sua umilissima Serva †††††† Nicastro Tesoruccia Canistro era
quella che scriveva, e al Pitagorico Barone vennero due lagrimette
agli occhi solo nel leggere vedere quel rilevare quel nome adorato.
Indi mise nell’occhio la sua lente, e coll’altro occhio che
rimase apperto lesse a pezzi e a bocconi tutto quello che segue.

Amatissimo Sig.Signor Barone!
Ella mi scrive da Tunisi che io le di mandi notizie di me
e della mia famiglia a Nuova Yorch. È segno ch’ella si ricorda
di noi e questo va bene; ma il Sig.Signor Floriano dice di aver ricevuto
del pari lettere di V.Vostra Eccellenza che gli ingiungono di recarsi a Nicastro
per curare Madonna Nicefora e i suoi polli, e le vacchette dell’anno
e spedire di colà una nuove rimesse di danaro a San Francisco di
California. Questo va assai male ed è segno ch’ella si dimentica
di noi ‒ cioè della nostra miseria ‒ e che mette al pari nella sua confidenza il Signor Floriano e una sua … una sua
pupilla
‒ Mio padre non fa più il lampadajo ma beve in quella vece molte mezzine di vino al giorno
mia madre è disperata perché al Teatro Diurno non danno rap
presentazioni che a cielo sereno, e quest’anno invece vi sono due
temporali al giorno; ambidue sono molto rossi e contenti; ma
questo non impedisce molti litigi col Signor Floriano che vuol
tenerci molto stretti, e già se non fossi io che mi ajutassi colle

[ms. 3941, carta 18 verso]

camicie saremmo stati per tutto questo tempo molto melanconici
così io n cerco di difendermi, ed anco ci viene molta gente pel
casa a darmi commissioni, e serve a tenermi svagata che del resto
col martello della sua lontananza starei in ambascia continua ‒
Peraltro se lo star lontano ancora le dà comodo e piacere s’acco
modi pure largamente, purché il Sig.Signor Floriano non ci impianti
per andare a Nicastro, o almeno non ci privi dei suoi caritatevoli
soccorsi, perché a dirle la verità le camicie bastano pei minuti
piaceri, ma pel resto della famiglia che è molto rincarato e le be
verie del Sig.Signor Padre e gli abbonamenti della Sig.Signora Madre appena
suppliscono i soccorsi datici man a mano dal Sig.Signor Floriano ‒
Sicché quando questo Signore parlò di partire per Nicastro per
ordine di V.E.Vostra Eccellenza gli siam tutti saltati addosso come cani,e doma[ndan]dogli la lettera, ed
egli ce l’ha fatta vedere e ne abbiamo conosciuto il carattere, ma non ha voluto leggerla ‒
e mio padre
che era un po grillo gli cavò quasi un occhio che dal
volto non fu cavato perché dopo un mese di bagni di malva
ci vede meglio di prima ‒ E così abbiamo indotto il Sig.Signor Floriano
a restare, perchécosì cieco non voleva mettersi in via dicendogli che nella mia lettera mi comandava di trattenerlo e di più ‒ e se V.E.Vostra Eccellenza
non gli manda tantosto dei contrordini e se egli non credesse alla ghermilulagherminella della lettera, lo faremmo zoppo scian
cato, e impotente piuttostoché privarci della sua pensione per
sempre, che la quale per giunta di più c’è anche arra del ritorno di Vostra Gran
dezza ‒ Laonde la esorto ancora caro Sig.Signor Barone a ricordarsi
di noi e a mandar contrordine al Sig.Signor Floriano, e a comandargli
di essere più largo in avvenire, che se mio padre restasse senza
vino, e mia madre senza teatro, ed io rinfittata a lavorar tutto
il giorno pei Signori conosciuti certo al suo ritorno lnon troverebbe che
tre corpi all’Ospedale di Genova, o al più al meno meno que due, non riman
endogli altro conforto che quel raccoglier l’ultima orazion di

[ms. 3941, carta 19 recto]

quella che si chiama etc. etc.

‒ Oh poveretta!.... Oh can d’un Floriano!.... So che l’ha
ragion!.... Ma che non voglio così!.... andava dicendo il Barone
e manco ebbe finito la lettura ‒
‒ Gliela darò io a Ma cosa vuol dire aver scritto due lettere invece
di una sola! masticava fra i denti ‒ Maledetto quel numero due!
Maledetto me capocchio che mi ci sono fidato!.... Io fidarmi
di quel numero due lui ! Io il nipote del Baron Clodoveo!.....

E aperse rabbiosamente il suggello dell’altro piego sulla quale
aveva fiutato con dispetto il caratteraccio di Floriano.

Eccellenza!... (scriveva il sagrestano con gentilezza di S.San Gia
como) segretario della Baronia di Nicastro ‒ Eccellenza!... Ella mi
ha confidato una pecora, ma temo di dover guardar una….
Dio me lo perdoni! mi dimenticava di scrivere a V.Vostra Eccellenza….
Dunque come diceva se non fosse per fare carità a tre poveretti sarei
già tornato a Nicastro, prima che V. Ecc.Vostra Eccellenza me lo imponesse ‒
Ed ora? lo crederebbe che mi è impossibile ubbidirle e che devo abbandonar D.Donna Nicefora i suoi polli e la segale e l’oglio al loro destino, perché
questo guastosaccio di lampadajo mi ha consegnato un tal pu
gno in un occhio che vo a tastone come un cieco ? ! ‒ S’immagini che
non posso nemmeno appressare la bocca in chiesa, e che al †††††† † †††††† ††††††††††† ‒
- Dunque
le dirò che questi tre animali sono indegni di essere beneficati........ Ma
ma cosa scrivevo mai?........ Si sa che più sono i peccati e più
deve esser la compassione d’un buon cristiano; ma pure io fui in
procinto di farmi… volea dir di farmi Turco per poter tornare
a Nicastro; e così cieco che fui rimasi; se non fosse una lettera che
la Signora Tesoruccia dice avere ricevuto da V.E.Vostra Eccellenza e che le comanda di trattenermi
a Genova, sarei già lontano di mille miglia ‒ che ella non mi ha
voluto leggere quella lettera, e le confesso Sig.Signor Barone, che il vedere

[ms. 3941, carta 19 verso]

il pot veder lei porre maggior fede in una sguajatella… (Ah
birbone d’un segretario!) che in un suo vecchio servitore mi
ha ricolmato l’animo d’afflizione ‒ Laonde la prego Sig.Signor Barone
a scrivere subito cosa devo fare, onde mettere in pace almen la mia
coscienza, e in quanto alle rimesse le verranno mandate con una
cambiale sopra la Ditta W.Y.X.Z. di San Francisco prima della
fine del corrente anno e con ciò mi dichiaro a Lei

‒ Oh te la dichiarerò io, caro Segretario! mugolò il Barone ‒
e aggiunse melodiosamente ‒ quella cara Tesoruccia!…… e dire che
prima di rivederla mi converrà far il giro del mondo!.... Oh
se ci fossero quei sessantaquattro quarti! Canistro, Canistro!...
È nome distinto perdiana!... Basta vedere nelle Indie o nella
China se ci fossero magnati mandarini, o nadalinatali di questo co
gnome! da stamparci sopra una genealogia!… Ne hanno trovati
nell per Napoleone che ha distrutto tanti milioni di uomini, ne
posso ben stanar uno io per la Tesoruccia che darebbe al mondo
un Baroncino di Nicastro!... Ma ora? aggiunse

Entrò in un caffè e scrisse una lunghissima lettera d††††
per paragrafo per paragrafo uno acerbo e velenoso al Floriano
l’altro mellifluo e soave alla Tesoruccia tutto per fuggire le contraddizioni di quel orido N.Numero 2, tornò ad abbracciare
il Giudice Filosofo promettendogli di ricontrarlo prima di tornare in
Sardegna a scrivere i suoi cinque volumi contro Bruto Minore,
si sincerò cogli occhi suoi che nella nave non ci fossero né fichi
secchi di Tunisi, né schioppi né polvere da cannone, guardò
in muso tutti i dotti suoi compagni, e fgiudicatili a naso abba
bastevolmente conigli sperò di trovar almeno in essi coagulata per
mezzo della scienza la virtù e la felicità –

XX.

Il Barone Camillo Bernardo Clodoveo di Nicastro andò vide e non
tornò. Passaron tre anni – la spedizione degli astronomi era tornata riguadagnò terra
da qualche tempo a Nuova Yorch dopo aver fic dato di naso in tutti
i f meridiani della terra; ma altro non seppero narrare del filosofo
di Sardegna, senonché esso era un pazzo, un vigliacco pusillanime e che lo avevano perduto in California. Il giudice
aspettò ancora un anno; e non vedendolo tor ricomparire gli scrisse
una magnifica necrologia sopra una Rivista di Filadelfia, e saldati
così i conti dell’amicizia lo pose con tutte le altre noje del dimen
ticatojo, e continuò a giudicare nel TGiurì e a guadagnare sul
mercato dei cotoni. Finalmente dopo altri tre anni egli si stava
litigando col secondo dei suoi figli che avea litigato col maggiore, quando
un vecchietto zoppo sciancato e monco d’un braccio gli capitò trot
tolando nella stanza e gli si rovesciò addosso gettando via una stam
pelletta sulla quale s’appoggiava ‒ Il giudice indietreggiò spa
ventato, ma il vecchio non si stava dall’avvignarlo appiccicandosi al
collo e dal cercare colla sua bocca la bocca del giudice che non avea
voglia di essere baciata a tradimento ‒ Costui è pazzo!... conducetelo
via! b gridava mezzo strangolato il Signor Giudice ‒
‒ Ahi!.... non mi conoscete?.... Sono il Barone di Nicastro!..
‒ Il Barone! sclamò a sua volta l’Americano… Voi! il Ba
rone?.... conciato a quel modo!
‒ Per aver voluto correre sulle tracce della virtù!...... per aver troppo
indarno cercato l’accordo della duplicità nel complemento dialettico!...
gridava il povero Barone ‒ Eccomi che torno a voi con una gamba un
braccio ed un occhio di meno.
‒ Non vi saprà male di averne avuti due, continuò il Giudice dopo

[ms. 3941, carta 20 verso]

averlo riabbracciato e fatto accucciare in un seggiolone con qualche cautela. ‒ - Se avesse a
f lanatura v’avesse stampato con una gamba un braccio ed un occhio
solo, sareste ora impotente a muovervi, a recarvi il cucchiajo alla
bocca, o cieco come Tobia!... Ringraziatelo di aver preveduto
a un ripiego per cotali disgrazie!
‒ Oh bel ragionamento! sclamò il Barone dimenandosi sulla
sua gamba come intorno ad un piuolo ‒ E se madre Natura ci
avesse dato tre gambe tre braccia e tre occhi, ne sarei ora assai
meglio fornito che ora con questo moncone, avrebbe provveduto assai meglio
sì che intanto… in ciò dire il Giudice squadrava da capo
a piedi con qualche tremore l’ acconciamento arnese del Barone che non
gli sembrava d’uomo assai agiato ‒ Ditemi, soggiunse con
qualche trepidanza, vi sarebbero avvenute altre disgrazie..... oltre
le sovraccennate?.... per esempio… mi capite.... qualche falli
mento..... qualche violenza.... non lo domando perché io possa essere
in grado si ripararvi… ma
‒ Oh che diavolo mi tirate fuori! rispose il Barone ‒ Sappia
telo che in tutti i miei viaggi ho perso perduto sì una gamba un occhio
ed un braccio, ma non ho speso di più di 500 dollari!.....
Qui tr a Nuova Yorch ho trovato dieci carichi credenziali di seimila
dollari l’una speditemi anno per anno dal mio fedelissimo Floriano!
Soltanto da un anno par ch’egli siasi dimenticato di me!..
‒ Oh carissimo amico!... oh qual fortuna è il godere della
vostra presenza! sclamò gettando ogni riserbo il filosofo Americano ‒
Sedete, bevete, mangiate, raccontate…
‒ Non due cose alla volta per carità ‒ rispose il Barone ‒ E
‒ Raccontami come vi siete diviso dalla vostra spedizione di Scienziati

[ms. 3941, carta 21 recto]

soggiunse l’altro ‒
‒ Vi narrerò tutto; rispose il Barone ‒ ma vi prego prima
di sedervi dalla banda dritta ‒ perché ho perduto in China
l’orecchia sinistra, e faccio fatica ad intendervi ‒ Il Giudice
accontentò l’amico d’una sì leggero favore e il Barone di Nicastro inco
minciò la sua Odissea.

XXI.

Mi domandate, caro amico, diss’egli, come io mi sia diviso dalla
vostra asc compagnia di scienziati ‒ Vi risponderò che mi sem
bravano dei pazzi, che non era opinione, o consiglio, o esperimento sul
quale non si spartissero in due opinioni diversi, scossarono gri
dando e tempestando un tal fracasso, che fa metterono a pericolo
la vaporiera. Si discorreva di filosofia e tosto dieci stavan per
gli antichi, e dieci per moderni ‒ contendevano un pajo di giornate
tutti avevano ragioni, e il tempo fuggiva beffandosi di loro ‒ si
parlava di economia, di letteratura, di meccanica, ma subito na
scevano dissidii e battaglie tali da muover addirittura in pugna –
sopra la qual cosa, scusatemi caro Giudice, voi gli americani saranno
la g gente meglio incililitaincivilita del mondo ma non approvo il loro
metodo manesco, trovo la logica meno pericolosa benché al pari
concludente! Dunque come di vi dicevo io era sempre in mezzo
a risse da arrabbiati, e chiamato a decidere come arbitro, deci
deva del mio meglio, buscando del pazzo da ambidue i partiti
e arrischiando d’aver addosso due falangi di boxeurs come li
chiamate. Così toccammo di volo il Brasile, il Paraguay il Mess Messico, ove mi si dice
che vi sian sempre almen due Presidenti, due congressi, e
Due generali in guerra l’uno contro l’altro ‒ t approdammo al
Brasile, al Paraguai, al Chile, a Otaiti e finalmente in

[ms. 3941, carta 21 verso]

California ‒ Giunti a quel paese Ma vi confesso che disperato dall
incessante gridio de’ vostri dotti, rimorchiato dalla loro fretta
ebbi assai scarso campo di esaminar gli uomini e le loro isti
tuzioni, e soltanto vedea dappertutto che le vostre Due Americhe
non vanno punto daccordo, e che in ogni paese le due razze
principali, quella del paese e la forestiera si scannan allegramente
senza pensiero di smettere quest’uso patriarcale. Finalmente
giungemmo in California e appena stabilita un’ora nel dolce Rio
del Sacramento i vostri sapienti si diedero a far girar una tavola
per domandare poi agli spiriti dove fosse il miglior terreno da
cavarci l’oro ‒ Io mi meravigliai un poco di tal bizzarria, ma
mi dissero ch’era costume americano consultare sopra tutto le tavole,
ed io che ho letto le storie e che so pure che le tavole non daranno
mai consigli peggiori di certi consiglieri, mi ci adattai e stetti feci
a vedere. parte del loro esperimento.. Non andò guari che avendo essi trovato imposte le mani
per farne pezza a un tavolone d’osteria, il tavolone cominciò a
girare, e noi con esso: finanché ci fu comandato di far sosta e
il tavolone si fermò. Allora sorse una disputa sullo spirito dche
si doveva evocare; alcuni volevano Creso che fu il Re più
ricco dell’Asia, altri Montezuma che fu il Re più dovizioso
dell’America ‒ I primi accampavano la storia antichi, i
secondi la provenienza patria ‒ fu fortuna che avessi im
piegate le mani a consultare la tavola se no altrimenti Dio sa qual
parapiglia ne sarebbe avvenuto. Peraltro il chiasso andava cre
scendo, ed io che non sentiva forse alquanto credetti opportuno to
glier le mie mani, ed avviarmi fuori dall’uscio.... Oh

[ms. 3941, carta 22 recto]

amico mio non l’avessi mai fatto! Subito ebbi addosso una
legion di quei demoni che mi caricaron di quante mani infatti
possono offendere un galantuomo nonché un Barone par mio ‒ Io
gridando ch’io era un cordardo, e che per amor della scienza non sa
peva tener le mani su una tavola per un pajo, e mille altre cose
di tal fatta! Ve lo debbo confessare, essi erano cento ed io solo
soletto, sicché ebbi un brivido di paura, la diedi a gambe giù
per la scala, e corsi e saltai a rompicollo, e io che sul secondo
pianerottolo incontro due guatteri che ci fruttavano il pranzo ‒
Uno si apprese lui al muro, e giunsi a schivarlo, ma l’altro
non potè che stringersi al compagno, ed io lo m’imbrogliai
nel suo gomito, caddi da venti scalini, mi slogai un braccio
e nonostante mi rizzai, ripresi la corsa e non ristetti che
ad un albergo buon tratto fuori nella campagna. Eccovi amico
mio la storia genuina dello mio commiato dai vostri dotti; al
quale dovrei solamente la una slogatura d’un bracci o; se due M
mala fortuna non mi avesse ajutato ‒ Il Medico opinava a una per
una cura lunga e riguardosa; io volli prenderne a consulto un altro:
essi venivano a vicenda cordiando, e discordiando e alla fine mi
conciarono in maniera che convenne tagliarmi il braccio perché
tocc il Baron di Nicastro non andasse a finir con una can
grena ‒ Guarito da e monco ch’io fui, m’addentrai nella
California il qual paese mi pareva sommamente atto da
osservarvi la natura degli uomini, come quelli a cui d’ogni
banda concorrono le colonie allettate dall’oro che vi si scava
a fior di terra, o vi si purga dalla sabbia de fiumi ‒

[ms. 3941, carta 22 verso]

Siccome nella mia famiglia è ereditaria una qualche dottrina d’al
chimia così mi si offerse un ampio post la professione del saggiatore
come assai proficua e convenevole a intrattenersi in ogni fatta di
pensione in tutti gli stabilimen regioni aurifere. Oh amico
mio! qual ba mostruosa razza di gente sono questi nuovi a
bitatori della California! Ve ne sono di Inglesi, di Francesi, di
Americani, di Tedeschi, d’Indiani, di Arabi, di Turchi, di
Tartari, di Cinesi, di Otaiani, di Australiani, gialli bianchi
neri, e variopinti, ed ebbi colà campo a di convincermi che ad
onta di tanta varietà il genere umano proviene assolutamente
da un solo stipite, considerata la perfetta somiglianza d’ogni
suo individuo nell’ingiustizia, nella ladreria, nella crudeltà
e nella in ogni peggior sorta di libidine!.... Tutta quella
gente figuratevi va tentennando fra la foga di godere, e l’avi
dità del guadagnare; e tirati di qua e di là da queste due
passioni egualmente brutali commettono mano a mano i
delitti più inauditi che si siano mai uditi nominare…
Non era certo quello il paese da cercarvi la virtù ricompensata e
l’accordo dialettico umano, onde me ne partii pensando che almeno
il vizio ha il suo castigo nella stessa qualità venefica del
suo alimento.... Dunque, ragionavo, se qui il male ha la
sua pena, in qualche luogo il bene avrà i suoi premi!

E con una nave da pesca passando per l’America Russa
tragittai in Asia..... L’Asia, caro mio, che secondo un antico
geografo ebbe sulle altre parti del mondo il vantaggio di vedere

[ms. 3941, carta 23 recto]

la creazione del primo uomo (l’Asia non stà punto meglio
dell’America, di Tunisi, della Spagna). Prima di tutto fui nella
Siberia, ove in un mese il fui strabalzato dal caldo al freddo con
tale rapidità che buscai un mal di petto da oglio santo. Si fa
Si facevano miglia e miglia senza trovare un uomo ‒ Trovatolo
era una specie di scimmiotto, giallo, peloso e unto come l’orso -
che cercava di assassinarci, e di rubare quel poco che avevamo ‒
Se poi ci abb se ne scrutavano due, di sicuro li trovavamo oc
cupati in darsi percosse da orbo per una pelle di scojattolo
o un pezzo d’avorio fossile.
‒ Sono selvaggi! diceva io ‒ Povera gente! Verrà il Sole
anche per essi se lo Czar, lo permetterà!.... e m’imbarcai
novellamente pel Giappone….

Si diceva che gli Americani vi eran trattati assai gentil
mente ed io v’entrai infatti con un passaporto americano....
Ma non lo avessi mai fatto!... Il Giappone ha due imperatori ‒
il Cubo e il Meako; è il paese più sfortunato che vi sia
a mio credere dopo la California ‒ Que due Imperatori de all’un de quali
è soggetto il governo degli civile, all’altro la cosa di religione erano
fra di loro in qualche dissapore; e sicuro gli Americani erano in
vena di ajutare il primo, così io fui preso dai bonzi che sono
i ministri del secondo, e condotto nella sua residenza dove
vi è un idolo di bronzo alto ventidue piedi e alto e vuoto
come il toro di Falaride, nel quale dopo fattolo arroventare si
gettano a volte delle vittime umane. Io doveva essere prescelto
per questa barbara cerimonia, ma venturosamente uno de primi fra
i bonzi avendomi udito decantare per la mia perizia nella

[ms. 3941, carta 23 verso]

chimica mi offerse di farmela passare colla perdita di un occhio
purché io volessi essere il parrucchiere e acconciatore di S.Sua altezza
Meako il quale ha ad esser sempre giovine, e morto lui ne
sostituiscono furbescamente un altro il quale agli occhi del popolo
da tempo immemorabile seguita sempre ad esser lui – e vi parrà
che quel popolo Giapponese sia molto credulo, ma io che vivo
in Sardegna non me ne sono punto maravigliato. Mi In lungo
diceva che già degli occhi ne aveva due, e cederne l’uno farebbe
poco danno… guardate a proposito qual bel utile si ha dall’avere
due occhi!..... Insomma con un ferro appuntato come da noi
si usa coi fringuelli fui ridotto ciclope; e dopo una buona
convalescenza entrai a corte dal mio Signore il quale era
vecchissimo, e mediante le mie manteche e le tinture e la
pomata appariva così alla lontana di mezza età quelle poche
volte che si facea vedere nel tempio. Senonché il Meako
venne a morte – ne fu messo al suo posto uno de’ più giovani
ed io che indovinai cosa si sarebbe fatto di me allora che
la mia chimica non era più necessaria, mi fuggii dal
convento per un fenestrello della cantina, e raccolto ramingando
notte e giorno, giunto che fui a d l un porto mare montai sopra una
giunca chinese, sulla quale erasi rintanato un Missionario.
Le autorità del paese furono avvertite a tempo, la nostra giunca
cominciò a fuggire, i Giapponesi a tirarci dietro cogli archi
e con certe lor catapulte – finché la giunca fu calata a
fondo, e tutti rimasero annegati, meno noi due, io e il mis
sionario che ebbimo la fortuna di poterci mettere a cavallo

[ms. 3941, carta 24 recto]

d’una trave perché io gettandomi del mio moncherino, potei arrivare a salvarlo –
– Che fortunato! sclamò il Signor Giudice – poiché il Barone af
faticato dal lungo racconto e dalle crudeli rimembranze stentatava
a continuare.
– Ah fortunato! riprese il Barone – dimenando ila suo moncherino –
ah fortunati ci dite!.... Fate in due a cavallo sopra una trave
il tragitto dal Giappone alla China Canton, per esservi legati, e quasi
inchiodati in una canga e posti a giacer in un sotterraneo
come bottiglie di Sciampagna, e poi ci direte se non è meglio le
mille tornar al creatore foss’anco per via d’acqua!.....

XXII

Era stato un’anno e cinque due mesi gr maestro aromatario
e animatore del Pontefice Giapponese: fatti due anni prigio
niero dii S. M.Sua Maestà l’Imperatore della China senzache i venti Mand
arini che si succedettero nel giorno della Provincia si degnassero di
interrogarmi. L’umidità del sotterraneo mi ha offeso i timpani
in maniera che non odo nulla affatto dall’orecchia sinistra e
pochissimo quando piove anche dalla destra – e per giunta ho per
le membra certi dolori articolari che mi faranno sempremai
memore della China! – E chi sa cosa avrei perduto oltre a cappelli, e l’udito in que due anni se quella g††††† Finalmente un carceriere di che veniva
a portarmi cena ogni due giorni una certa poltiglia di riso e di
igname, mi domandò in gran segreto se io come Europeo sapea
maneggiare i cannoni, e dirigere i fulmini – al che io risposi
che conoscevo perfettamente queste due arti, e a dir il vero
non ne sap so nulla affatto; ma aveva almen imparato dai miei

[ms. 3941, carta 24 verso]

mali che non arreca mai pregiudizio il vantarsi cogli ignoranti.
Infatti quel furbo di carceriere venne una notte al mio buco,
sferrò i congegni della canga, mi ritrasse tutto aggranchito, e
mi fece condurre in un lesto palanchino ad una pri campagna
boschiva lontana molte giornate di cammino. Ma io non mi
poteva reggere; l’occhio che m’era restato dopo il mio viaggio Giap
ponese viziato da quel lume verdognolo che solo petnetrava nel fon
do inferriato del carcere, mi serviva assai male, e anziché
governare i cannoni e dirigere i fulmini non sapea governare
le mie gambe e vedere la punta del naso. Tuttociò mi fu
scusa a non raggiungere l’armata dei militi pei quali il car
ceriere mi aveva stanato dalla di sepoltura; anzi mi diede
cura di infing
ermi orbo e cadente assai assai più oltre che
non si fosse infatti per ad allontanare il momento istante nel quale mi
del cimento. Finalmente Va saputo senza dubbio che la China
è divisa separata dal resto del mondo per mezzo della Grande Muraglia
e delle leggi che severissime che condannano alla canga i forestieri
che infrangono il divieto; sapendo anche come essa sia divisa
costantemente in due partiti quello di S. M.Sua Maestà l’Imperatore e
il partito dei ribelli, che avrebbero Ma non mi vi figurerete mai che come il carceriere m’aveva appunto stimato di s
postare per menarmi all’armata di questi che atto era
storpiato gianchi, sebbene i Chinesi ostentino pr più pro
fondo disprezzo per chi non è Chinese finche pur quando sono
alla disperata, hanno fede negli ajuti più balzani, e credono
anche negli Europei ‒ Ma per che aveva imparato bastevolmente

[ms. 3941, carta 25 recto]

quella loro lingua antidiluviana, ed era divenuto strabbondantemente pin
gue avea dato di me al carceriere una sì alta opinione che passati mesi gli
figurava che io in tre mesi avessi a menare il capo della Rivoluzione sul
trono di China. Come vedete benché usato di mondo era tuttavia a
mal partito; e mi deliberai di salvarmi nel primo momento che
il mio salvatore sarebbe rimasto a lungo fuori di casa. Un giorno
infatti ch’egli dovea andarne a una città di Hanan per non
so quali provviste, io infilai un suo vestito, misi in tasca tre
paja di pantoffole, e travestito in perfetto Chinese, camminai via
per la prima strada che si offerse fuori dell’usato ‒ Giunto
sul gran fiume Kiang montai sopra una giunca che lo scen
deva, e dandomi a creder un mandarino chiamato a corte
ne pagai il nolo con larghe promesse di protezione da farne
oggi assai alla China od altrove: E sì ch’io rimasi sulla
giunca un 15 giorni! Dopo i quali persuaso di essere diviso
per bastevole tratto di strada dalla mi o a prigion iero e , e dal carce
riere d a stimai non arrischiar molto col far sosta…
Entrai dunque nella città di Hanchang Hang-chen che è grande quattro dieci
volte almeno Nuova Yorch, perchè la consuma 500,000 buoi libbre di carne al mese senza
contare le capre e i montoni, non ostante che la sia popolata
più che per metà da una setta che non mangia carnami,
e. Là ci allogo presso una famiglia che mangiava carnami
perché io avvezzo ai pollarelli di M.Madonna Nicefora non ho mai potuto
acconsentire per quanti sforzi mi facessi ai precetti igienici
del mio Maestro Pitagora, e d’altronde il riso del Governo Chinese
mi aveva stomacato di legumi. I Chinesi sono strana gente

[ms. 3941, carta 25 verso]

quando non si tratti di far piacere agli altri: sono occid[en]talissimi
nelle loro passioni, e così ubbidienti al loro Governo, che con un
pajo di forche al giorno inalberate sulla piazza di ogni città il po
polo si profonde d’aver torto e grida Viva a chi si vuole. È una
maniera di spettacoli anche questa assai meno costosa dei circensi
Romani, ma che accontenta dal pari e svia da peggiori occu
pazioni i cervelli popolari. Del resto fin da quando io stava nella
mia biblioteca studiando il valor delle cose, aveva letto su una an
tica Geografia che l’Imperatore può con un decreto cangiare la cal
ligrafia, la Grammatica, i nomi ed i verbi, e ch’egli usa con
ferir titoli ai defunti, e che ha cinque Ministri perpetui no
minati il Liipou, l’Hupù, il Lipu, il Pimpu, l’Impu
e il Compu e che sono al suo servizio 13,641 Mandarini
tutti quanti Dottori in Filosofia e divisi in 9 ordini non più combattenti. Io non credeva cred prestavo fede in allora a cose
tanto straordinarie, ma ho d†††to persuadermene per veduta. di
più
seppi peraltro che [l’]Imperatore che quando lui è vivo ha due consigli l’uno
chiamato dei Colaos o Ministri e l’altro dei principi del sangue \quando è morto usa alternarsi colla cartina\
dal che verrà forse che la China è assai mal governata.
poiché ai principi del sangue: s’intende che la colpa è del numero
due ‒ Tutto ciò caro amico ve lo narro a vostra istruzione per ri
sparmiarvi il viaggio della China che non è molto dilettevole
per quanto se ne scrivano mirabilia, e ve lo proverà meglio
il restante del racconto.

Or dunque in nella famiglia che mi raccolse
nella città di Hangchien era composta d’un molto nobile
Chinese alieno dai pubblici negozii che adorava le Stelle

[ms. 3941, carta 26 recto]

il Sole e la Luna, (notate che nella China si può adorare
tutto quello che si vuole e si deve anzi adorare molte cose
che non si vorrebbero) e da una sua figliuola che avea
il più bel capo a melo foggiato a melone, i più bei
piedini da capra di tutta la Cina. Chimpoa L’adorabile
creatura si chiamava Chimpoa, dalla la quale io vidi appena
che ve lo giuro, la mia bella genovese mi uscì tosto dal
cuore benché ci avessi prima pensato notte e giorno e me
ne sia dappoi pentito amaramente. Oh Donne donne! come
siete pericolose anche den ad essere guardate anche dentro della
Gran Muraglia! Per due mesi io godetti i favori della
mia bella riuscita sotto pretesto di insegnarle la bell’arte
del disegno e conveniva dire ch’essa m’avesse stregato
perché or lo giuro amico mio, fuggendo dal carcere io
avea era fermo piùcchemai di cercare pel mondo questa be
nedetta virtù, o di rifugiarmi alla peggio fra le braccia
della mia Tesoruccia ove era certo di trovarla. Sì essa
aveva stregato me, Baro Camillo Barone di Nicastro, nipote
del Barone Clodoveo! e lo mentre il suo Signor padre te
nendola tappata fra inferriate e gelosie si si abbandona
serenamente alle dolci aspirazioni dell’ozio..... Scusate
amico, l’umana natura è fragile!… Fui vinto lo confesso: vinto
come Ercole dalla divina Alcmena, come Sansone da Dalila, come

[ms. 3941, carta 26 verso]

e anche l’infedele Chimpoa s’indusse a tradire il suo amante
e a consegnarlo ai Filistei per un ventaglio di penne di cigno!
‒ Chi vi ha dato questo ventaglio, divina Chimpoa? le chiesi
un giorno mentre il Papà russava nella stanza vicina: ed ella
faceva con me la sostenuta....

La giovine splenida giovine arrossì tossì sorrise; e
si volse sventolandosi poiché lo confesso faceva gran caldo. Io del
mio canto mi morsicai le unghie, e giurando di sapere la verità.
Già da qualche tempo aveva io notato che verso notte era aperta
la porta del giardino che metteva alla riva deserta del fiume.
Mi misi in agguato ed aspettai ‒ Un uomo vi entrò fur
tivamente colla collotta e le pantoffole dorate e con due stoppini
alle fibbie che gli dondolavano sul petto ‒ Eccolo! dissi fra
me e gli corsi dietro Siamo in due ma tu sei il secondo la cosa ti sarà fatale! e d così gli tenni dietro nello vago
stanzino illuminato dal chiosco, ove io qui felice al pari di lui..... Oh
la rabbia m’accecava!....... Entro e mi veggo scaravento sulla coppia
infelice sciagurata !..... Prend Cavo colle unghie la collotta Prendo il mandarino, rivale per la nuca alla nuca
e per la coda di cappelli chelo prendo per la sua coda di cappelli e lo alzo da terra
te†† come una pallotta, in quella incomoda posta disfatta
lo sollevo alto da terra col
suo codino di capelli, la sua faccia spaventata si volge
verso di me! Ahi!..... Chi vi può significar amico
mio la sorpresa, lo sbalordimento, la meraviglia, il tremore
che tutto m’invasero!… In quel Chinese, in quel
rivale, in quel mandarino, riconosco il mio capitano
spagnuolo, quel mostro che mi ha fatto pagare 400 dollari

[ms. 3941, carta 27 recto]

il mercante di schiavi!.... Egli mi riconosce a sua
volta, e fra le nostre tre braccia s’appicca una lotta
furibonda. Ahi che(- -) iIo m’avrei difeso da quel leopardo
se la barbara amante non l’avesse dato mano contro di me
se il padre addormentato, non si fosse desto al romore per
finire di rovinarmi!............ Due, due contro uno
amico mio! ………. Non v’era più scampo! per me!

XXIII

Un Già un pugno del rinomato mandarino m’avea fatto romper strappato
tre quattro denti senz’uopo di tenaglia e il padre premé e il pugnale del padre mi balenava
dinanzi all’unico occhio, quando dalla lucerna rovesciata nella
mischia il fuoco s’apprese alla gonnella della perfida Chimpoa ‒
l’amante fortunato si volge, e si precipita verso di lei, il
padre si precipita sull’amante, ed io salto dalla finestra
sputando nel giardino il restante dei miei denti. D Là
a cavalcione sulla muraglia veggo la fanciulla traditrice asse
diata dalle fiamme, il e il padre e lo spagnuolo alle mani
fra loro sul cadavere dell’infelice. Io cagione inimicante di tante
sciagure non posso resistere e torno nella casa coll’intenzione
di separarli ‒ O carità, carità mia troppa, e troppe can
dela! Essi neppure mi veggono lasciano si restano dall’az
zuffarsi tra loro, ed per rovinare insieme sopra di me!...
Tutto era perduto un’altra volta, se il solajo di canne

[ms. 3941, carta 27 verso]

cui il fuoco s’era inavvertitamente s comunicato non ci
rovinava a sua volta sul capo!
‒ Ohimé! dunque siete rimasto schiacciato! sclamò il
Sig.Signor Giudice Americano ‒
‒ No! soggiunse il Barone ‒ i due nemici lo furono ‒ io
n’ebbi il naso ammaccato e mille guai ‒ benchè lo spavento
mi tenesse per due ore fuori di me, e per dieci giornate
in pericolo di vita ‒ Ma questo fu forse il minore de’ miei
mali poiché un missionario che di là passava avvenne che per caso bizzarro di
là passasse appunto quel Missionario ch’era stato meco in procinto di nau
fragare sulla giunca chinese, il quale mi raccolse, mi curò
nella malattia, e guarito mi f che fui mi raccontò esser
egli rimasto un mese solo nella canga, donde l’avevano
tratto per appiccarlo con grande solennità. Ma nel punto
della cerimonia un’eclissi straordinaria avea talmente spa
ventato tutti i Chinesi che egli solo era rimasto sulla piazza
col laccio al collo e se l’era data a gambe ‒ E voi! soggiunse
voi ‒ voi caro Barone, come siete venuto a capo di liberarvi
dalla vostra mala sorte?… Io gli narrai le mie molte e varie
vicende e come fummo all’incidente dello Spagnuolo Mandarino
egli mi chiarì come quel tristo, preso a Pechino mentre con
trattava un contrabbando di oppio da condurlo in Persia colla
carovana di Tartaria, avea rinnegato Cristo per adorare
il Sole e la Luna, e che pieno com’era di birbonaggine e di fur–

[ms. 3941, carta 28 recto]

beria, era risolto a farsi Mandarino, ed era il peggior perse
cutore dei Cristiani che vi fossero per cento miglia all’interno.
Per la qual sua virtù, S. M.Sua Maestà Chinese lo avea fregiato di
non so quanti titoli… e fattolo da ultimo Principe di Hong
chi-hongi…
‒ Principe di Honchi-hongi quel tristo di capitano! sclamai ‒
‒ Sì; rispose il Missionario ‒ ma siccome egli era in gran
favore alla corte, e la sua disgrazia avrà fatto del chiasso
così vi esorto a cavarvela se potete… Io deggio partire
pel l’Europa, e se volete essere compagno n’andremo in
Persia colla carovana!
‒ Con tanto di cuore! rispos’io ‒ ardo dalla voglia di ve
der Genova… e..... Oh perfida Chimpoa!......... Come
fui ingrato a dimenticare per te…
‒ Cosa avete? mi chiese l’altro ‒
‒ Nulla! Nulla! soggiunsi ‒ Ho due cose Da jeri a
sol Ho due cose pel capo che mi danno qualche fastidio!

XXIV | 22

Ci travestimmo da Tartari, e via colla carovana ‒ Le dis
pute fra i Tartari e i Tibetani circa l’età del Daily Lama, e
quelle dei Musulmani e dei Tooti circa la lunghezza delle barbe dei
loro profeti, le gare fra i Cinesi ed i Mongoli, le dispute gli schiamazzi fra i
mercanti ed i camellieri, le risse fra gli schiavi ed i padroni

[ms. 3941, carta 28 verso]

ci diedero qualche noja lungo la via ‒ e in quanto al passaggio
della gran muraglia che gode una sì mala fama, io v’assicuro
amico mio che in Europa vi sono para† varchi da senza muraglia
dove ci frugano con minor modestia ‒ e stesse lì il peggior danno!
Neppur la Tartaria è quel paese diabolico come si dice ‒ benché
molti abbian scritto che nel giorno del che Muore il Gran Kan
i suoi fedeli sudditi ammazzano quanto meglio possono amici e
nemici per procurargli fedeli servitori anche all’altro mondo ‒
Io peraltro non ho veduto il Gran Kan, e probabilmente durante il
mio tragitto per la Tartaria egli godeva un’ottima salute.
La cosa fu assai diversa nella Persia, che non è più a quanto
pare né quella di Ciro né quella di Dario: perché vi si
incontrano i ladri a centinaja, e le oste vi è un’osteria o un
Karavanserail ogni cento miglia – Gli è vero che a quanto si narra che
i gentiluomini di quei paesi si ge riscattan di tali difetti con una esemplare dolcezza
verso il sesso più fragile ‒ quando un marito trova la moglie in fallo, subito egli così condona
il galante all’omaggio d’un porcellino da latte ‒ e con questo fanno gazzarra tutti e
tre insieme allegramente ‒ La mi pare una umile applicazione del trino Pitagorico!...
Un Persiano mi racconta
va che la Persia è lunga come le budella di Alì, vica
rio di Alla, ma un Musulmano Maomettano sostenne venuto
a quello che Maometto aveva gli intestini assai meglio spremuti
‒ ed ecco che Io li lascerò disputare in pace e ridere
col messianismo di tali contese. ‒ Non ne risero a lungo
peraltro quando si seppe che per i budelli di Alì e per
quelli di Maometto era in procinto di scoppiare una gran
guerra; che gli Inglesi difendevano Kars e i Turchi, che i Russi lo

[ms. 3941, carta 29 recto]

assediavano, e che i Persiani s’ag[g]iungevano a saccheggiare i
Russi i Turchi e gli Inglesi ‒ e che la carovana anziché pro
cedere fino ad ††††† doveva scegliere per comodo dallo scalo
sulla via del Golfo Persico ‒ Il Missionario che era avvezzo
a simili [---] non ne fu gran fatto sorpreso; io ne ebbi
lo confesso qualche stizza, ma ammettea anche lui che il meglio
era ritornarsi tornare nelle Indie, e di là imbarcandosi di colà pel Capo
di Buona Speranza e per l’Europa. Infatti Ma pur am
mettendo a questo io darò al diavolo in cuor mio i Russi
i Persiani gli Inglesi e i due profeti, luogotenenti di Allà.

Le due Indie sono una bellissimo paese regione pieno di tigri
di serpenti, di bambou di Pagode di idoli, e d’uomini e
di donne rossi gialli neri, secondo tutti come tanti laz
zeroni. S’aggiungono i Bramini, gli Inglesi e im
maginatevi come sia la bellezza di quel pazzo paese
con una simile rogna: del resto si dice che v’abbia avuto sua
culla la sapienza del mondo, 50,000 anni prima che
il mondo cominciasse, il che potrebbe darsi perché la sa
pienza come la conosciamo anch’io comincio a conoscerla non ha molta somiglianza
di parentela col Nulla. Comunque la sia gli Inglesi e gli In
diani sono due razze di bestie assai bizzarre a vederle riu
nite in una sola gabbia; ed io spero che gli Inglesi d’Europa

[ms. 3941, carta 29 verso]

siano assai migliori di quelli di Calcutta, poiché del resto
non andrei certamente a Londra per cercarci la virtù. Essi hanno
saputo così bene tra l’Indo e il Gange mettere alle prese i
due partiti del paese, che sono i parsi ed i b che sono
i Musulmani ed i… che d con loro prima che d’ogn’altro si
può darsi ragione al proverbio che fra i due litiganti il terzo
gode. Nonostante benché essi dissanguino le popolazioni parsiane
e le facciano marcire nelle piantagioni di granturco e nelle fab
briche, compievano tali piccole soperchierie coll’arma difen
siva di 400.000 bibbie tradotte in Indiano. Il Missio
nario ci rideva sopra come me di tale gherminella veramente
anglicana e mercantile, ma un ufficiale di Singapore al p††††
††g†† col quale tentammo ridere un giorno ebbe la gentilezza
di comunicarci che se non fossimo partiti quella sera stessa
per l’Aus qualche altro paese egli si terrebbe obbligato a
farci alloggiare nella prigione del comune. Non mettemmo
tempo in viaggio e prima del che il sole cadesse eravamo
sopra una galione che dovea far vela sul Capo. Pur
troppo peraltro io ho una mala fortuna che mi governa
nei miei viaggi di mare. Si levò fuori di ogni ragione
una burrasca violentissima ‒ il galione facea acqua spa

[ms. 3941, carta 30 recto]

ventosamente, sospinto con orribile volontà da un vento
di Levante ‒ e per dirla breve dopo una settimana di
preghiere, di sbalzi, e di mali di ventre fummo rovesciati,
Indiani Europei, e Malesi e Cafri, sulle spiagge
sabbiose del Monomotapa. Tutti piangevano d’una
tale disgrazia, io solo ne ebbi qualche conforto pensando
che il caso mi muoveva a vedere un paese di cui avea
udito narrare le cose le più strane. Infatti ne vidi tante
in pochi giorni che ci rimasi, da farvi trasecolare a raccontarle,
ma la più curiosa si è che quella che m’ebbe a narrare
un Cafri dei dintorni cioè che l’Imperatore di quel paese
non tenea neppure uno squadrone di cavalieri ‒
‒ E perché, Signor mio? gli richiesi ‒ Nella pentagona Eu
ropa tutti affermano esser i cavalli utilissimi per dare la
caccia al nemico ‒
‒ Sarà verissimo ‒ rispose il Cafri ‒ ma l’Imperatore
ha giudicato opportuno non tenerne nei suoi eserciti, perché in tutte
le sue belle ricche e popolose non vi è neppure uno solo
di tali animali ‒
‒ S. M.Sua Maestà ragiona benissimo; io soggiunsi ‒ Ma non ebbi a fi
darmi di lui in molte altre occasioni ‒ Tra le altre se egli co
facesse osservare ai suoi sudditi Maomettani il santo precetto

[ms. 3941, carta 30 verso]

delle cinque abbluzioni non ci sarebbero vagabondi sulla faccia
del suo regno tanti animali parassiti.

«Le leggi son ma chi pon mano ad Esse?»Dante, Commedia, Purgatorio, XVI, v. 97

In Monomotapa alla Cafrenia non v’è neppure uno di que bi
vacci che usavano a Sassari nei giorni di avvento i contadini
di Sardegna, perciò ci convenne far il viaggio a piedi ‒ e
il caldo fra un sole che bruciava e la terra che scottava vi assi
curo che giunti in Cafrenia eravamo abbrustoliti come castagne.
Anche i Cafri amico mio benché non siano peggiori sudegli
altri umani non son certamente quelli che d hanno dato
albergo alla virtù o alla felicità. Mangiano carne cruda e
dormono sulla sabbia, camminano al sole nudi come [---] , si
mangiano gli uni cogli altri negli anni di carestia, e
vivono fino a cento anni. Del resto non si scaldano il
fegato per Alì o per Maometto, ma pel Sole e pel la
Luna, e soltanto in grazia di t cotal discussione teologica si
succedono veggon tali massacri che almeno da noi in Europa non si
veggono succedono che per qualche interpretazione la falla ermeneutica
di qualche trattato, o per la maggiore felicità dei popoli ‒
Sei Cafri de più brutti che andavano a visitare qualche
tra questi Ottentoti s ci si offersero per guida fino ai

[ms. 3941, carta 31 recto]

confini Inglesi del Capo… Ma là giunti il capitano
d’una fortezza che stava in imboscata per sorprendere
un [---] di Otentoti ci prese insieme ai Cafri - -
e senza udire ragioni, ci imbarcò addirittura sopra una
nave di condannati che partiva per l’Australia ‒
‒ Così la Dio grazia! io avrò visitato anche questa
quinta parte del mondo! andavo io dicendo ‒

Il Missionario mio compagno piangeva a calde la
grime, e i Cafri dicevano che mai non erano stati
alloggiati e pasciuti meglio di allora ‒

A giungere in Australia consumammo sei mesi ‒ durante
i quali non vi saprei dire esprimere gli affanni che mi ebbi a soffrire ‒
vi basti più spiccio sarebbe il dire che tutti li soffersi e
fra essi anche la morte del mio amico il Missionario di cui
la compagnia credevo stata di tanto sollievo durante il mio
lungo pellegrinaggio: ‒ Ma già! è culto Cafrì che quando si è
in due, l’uno debba naturalmente assistere all’esequie dell’
altro – il figlio dee sopravvivere al padre, il marito alla
moglie, o più spesso la moglie al marito, il fratello mag
giore al fratello minore, il nipote allo zio, il giovine
all’adulto, l’adulto al vecchio, il vecchio al decrepito ‒ È ancora
assai dubbio se il meno infelice sia quello che resta.

XXV3

Rimasi tre anni p come condannato a Botany Bay caro Signore ‒
e in giorni che non furono né i più corti né i più soavi della mia
vita ‒ In quel maledetto paese i condannati furono condannati, e tutti
gli altri meriterebbero di esserlo, il che non toglie che fra di loro non ci sia
una tale arrabbiata altalena che non vi passa giorno senzaché alcuno e da una parte
e dall’altra vi abbia rotto il capo capello. E anche lì per quanto gli Inglesi
vi studiano di trovare il bilico, non ne vengono mai a capo.
Guadagnato che ebbi qualche sold Io a dire la verità preferivo
il consegio dei condannati, i quali mi chiamavan Signor Ba
rone, e non erano più larghi di limosine che non la gente
libera e costumata ‒ Il Barone di Nicastro andar vivere limosinando!
anche questa si è veduta e il mondo non se ne diede per inteso,
come se tutte le cose andassero per ordine.!.... Del resto il mio
moncherino mi fruttò de bei quattrini, tantoché da ultimo
con quattro francesi deportati dal Canadà fui in grado di com
perare una lancia, e gettammo con essa alla libertà del mare ‒
E a furia di patimenti, stenti, e d’inedia prendemmo terra
alfin alla Nuova Caledonia! ‒ Colà si erano appunto stabiliti
allora allora una piccola colonia francese la quale vivea col
popolo del paese nel più perfetto accordo ‒ quando i sel
vaggi prendevano un bianco, se lo arrostivano per desinare,
e quando i Francesi accallappiavano un selvaggio lo impiccavano
sopra il poggio più alto del deserto, ad esempio delle tribù ‒

[ms. 3941, carta 32 recto]

ma di nottetempo il corpo dell’impiccato spariva, e credo che
i confratelli suoi ne facessero baldorie gazzarra benché la carne
dei francesi sia al lor detta molto più dolce. Ecco lo con
fesso, il più mostruoso e sincero antagonismo ch’io abbia riscontrato
finora nelle umane vicende!.... ‒ Io intanto ci perdetti
una gamba, ed ecco il come -
mi salvai dall’esser mangiato
ma ho in un grave sospetto che quei birboncelli mi mangi
assero una gamba ‒

‒ Come! sclamò l’Americano ‒
‒ Non v’è da meravigliarsene ‒ rispose il Barone ‒ se ve ne
spiegherò in quattro parole il come ‒ Un giorno in
una caccia
Una giorno mattina un socialista francese Parigino
arrivato da due giorni nella Nuova Caledonia, ragionando
sulla possibilità di veder trapiantarsi in quei lontani
climi netti da ogni antiquata [---] lo spirito liberale
d’Europa, mi trasse un po’ lontano dalla Caledonia ‒
quand’ecco ci si scagliano addosso con mazze da Comb.Combattimento
sette od otto selvaggi, e il povero socialista ne resta
dal primo colpo accoppato ed io ne ho fracassata
addirittura una gamba. Fortuna che accorsero alle mie
grida i coloni e i selvaggi tornarono dond’erano venuti
ma il corpo del Francese e la mia gamba non furon trovati
e andand con tutta ragione credo che ne avranno fatto una cor
pacciata.

[ms. 3941, carta 32 verso]

‒ Chi l avrebbe mai figurata una disgrazia simile! sclamò
ancora l’Americano ‒ E il tutto per andar in traccia
della felicità e della virtù ‒
‒ E del trinum perfectum ‒ soggiunse il Barone DDon Ca
millo ‒ Ma pur troppo non ho trovato fin qui che una
fatale duplicità e se Genova non m’ajuta!...
‒ Tornate a Genova in un b d’alquanto mutato; os
servò satiricamente l’Americano.
‒ D’alquanto diminuito volete dire ‒ ribatté D.Don Ca
millo ‒ ho un occhio mi mancano i denti, i cappelli
un occhio una gamba ed un braccio
‒ E null’altro? chiese l’Americano.
‒ Non ch’io sappia ‒ soggiunse l’altro ‒ perché
nel viaggio dalla Nuova Caledonia a qui ho bensì
guadagnato le petecchie e la rogna ma non ho
perduto cosa alcuna ‒ del resto sono ancora Barone come prima –
‒ Ter quaterque beatum! ‒ soggiunse l’Americano ‒
E vi fermate a lungo con me caro amico? continuò –
‒ Domani parto per l’Europa ‒ rispose il Barone ‒
gli è vero che mi dà pensiero quel viaggio di mare
che già a me come avrete compreso cotali viaggi non
furono mai propizii, ma occorrerà impegnarvisi ‒
‒ Oh caro amico! rispose il filosofo Americano ‒ Ho

[ms. 3941, carta 33 recto]

un buon negozio da offeririvi ‒ Una mia nave carica di caffè
partì l’altro jeri pel Mediterraneo – io vi do una lettera
pel capitano da consegnargliela a Gibilterra – la nave fa
scalo a Cagliari e vi sbarca la sua merce.
‒ Ottimamente! fece il Barone.
‒ Non avete voi in Sardegna del guano? domandò il Giudice
‒ Sì, ne abbiamo ‒ ma è meno prezioso del vostro ‒
‒ Benissimo ‒ risposegli l’altro ‒ ottima pensata! ‒ là ri
caricherete la nave di guano sardo, lo farete vender a
Marsiglia per Americano, e il maggior prezzo di
scambio carico lo divideremo per metà
‒ Oh †††††gato mercante! gridò il Barone facendo
in questo colla mano come se sguainasse la spada ‒ Pro
porre un mercato al Barone di Nicastro!... Eccoti
la mia risposta!

‒ Il Barone si raschiò romorosamente, sputò nel
mezzo della stanza, e corse ad imbarcarsi perché non corse zoppicando fu ad imbarcarsi ‒

XXVI.24

E quel suo tragitto non fu più fortunato degli altri ‒ Il
vapore dopo tre gironi di navigazione perdet si sconciò una ruota;
nelle due cinque giornate susseguenti si guadagnò pochissima strada, e
da ultimo una terribile fortuna di Scilocco, lo spinse tanto
a Tramontana che nel ridursi di bel nuovo alla direzione

[ms. 3941, carta 33 verso]

di Soutampton gli convenne perder tanto tempo quanto per
tutto il viaggio ne avea calcolato il fornitore del carbone ‒
Così si d fu d’uopo procedere a vela; ma lo Scilocco
riprese allora con maggior veemenza; e cosa stranissima
e che dopo l’invenzione della bussola successe solo al Ba
rone di Nicastro il vascello che dovea approdare a Soutam
pton, fu gettato in un porto dell’Islanda ‒ Là pertanto
fu racconciata la macchina, si caricò nuovo carbone e
a fin fine toccarono Soutampton il secondo mese dopo la
partenza da Nuova Yorch ‒
‒ Finalmente! disse sbuffando il Signor Barone scassando e
premendo desiosamente colla sua gamba la terra d’Eu
ropa ‒ E sia maledetto il giorno che per dar torto a
Bruto mi figurai di allontanarmi da questo mondo della
civiltà ‒ ma pur troppo è vero che le cose troppo vicine
sono quelle che manco si vedono!

A Southampton era di quei giorni un vero sub
buglio per le elezioni al parlamento; e la lotta era acco
ratissima fra il candidato dei Vhig e quello dei Tory ‒
‒ Ahimè cominciamo male, disse D.Don Camillo ‒ anche qui
ci sono due è la solita altalena!....

Vide infatti il candidato tory, biondo e piglievole
gentleman Baronetto in guanti gialli, distribuire molte borse carghe
di ghinee ai sensali di voti; come anche osservò l’eletto

[ms. 3941, carta 34 recto]

dei Wigs, paffuto e piacevole gentleman, correre per le bet
tole più radicali a promettere il buon mercato del pane, e
il regno della cuccagna. Coloro gli sapevano di truffatori eppur
i giornali si sbracciavano a decantarli per tanti Chatam,
e il paese diceva che non erano peggiori degli altri. Il Ba
rone trangugiava a malincuore codeste lezioni dell’esperienza
e cassava anche il nome dell’Inghilterra dalla topografia
del suo Eliso Pitagorico.
‒ Dappertutto la duplicità degli interessi, delle passioni, delle
ambizioni! diceva egli a un suo commensale mentre il calzolajo gli prendea la misura d’un pajo di piane[lle]\ ‒ è una ver
gogna!
‒ Povero a Lei se spreca la sua compassione per tali freddure!
rispose quel Signore calzola[io] ch’era per l’appunto un discepolo di Cobden.
Sa dopo si aqquatta la vera duplicità!... Nella distribu
zione delle ricchezze Signor mio! … I Ricchi ed i po
veri! Ecco la gran piaga!... Ecco i due campi meno
irreconciliabili, finchè non si interponga come paciera l’eco
nomia liberale?...
‒ Ah sì l’economia! ne ho udito parlare! disse
Don Camillo ‒ Ci credete voi!
‒ Se ci credo! soggiunse il calzolajo ‒ ci credo tanto
che prima di nov anni intendo chiuder bottega e accon
ciarmi a viver d’entrata
‒ E come la capite questa cuccagna?
‒ Caspita! aggiunse l’artigiano ‒ Io ho l sono appunto nei 35 anni –

[ms. 3941, carta 34 verso]

‒ Nel mezzo del cammin di nostra vita ‒Dante Alighieri, Commedia, Inferno, I, v. 1, 1321
‒ Per l’appunto ‒ l’altra metà lavorino gli altri ‒ io
ho finito il mio compito, e così va intesa la vera economia
‒ E Cobden? domanda il Barone
‒ Smetterà di ciarlare, e ribatterà suole da scarpe ‒
‒ E Palmerstone?
‒ Lo faremo par giocoliere
‒ E Russel
‒ Parrucchiere.
‒ Diav [---] ! perdiana! disse il Barone ‒ e voi già si intende
diventar ministro degli esteri ‒
‒ Domando scusa; rispose il calzolajo ‒ preferirei il ministero
dell’interno per proibir le scarpe di gomma che danneggian
tanto il mestiero.
‒ Ma cosa diranno i fabbricanti di catciù!
‒ Crepino, Signore!… sono i nostri assassini!… In
sulla forca Nel Tamigi dal primo all’ultimo!...
‒ Benissimo! pensò il Barone ‒ Con questo piccolo com
pendio della coltura Inglese posso andare a spasso col mio
perfetto accordo dialettico ‒ senza contar le risse fra Catto
lici e protestanti, fra Irlandesi e scozzesi, fra Ebrei ed An
glicani, senza contare il circolo vizioso della doppio concen
trico ed eterno del lusso che ingenera la povertà e della po
vertà che ha bisogno del lusso, dei vizii che ingenerano
la miseria il delitto, e dei delitti che si ristagnan ne

[ms. 3941, carta 35 recto]

vizii ‒! Voltiamo carta! disse ad alta voce al
SigSignor Calzolajo, portatemi domani il mio stivale che parto
col piroscafo di Calais ‒
‒ Signore ‒ non parte che per Ostenda ‒
‒ Bene parto p con quello di Ostenda ‒

E infatti la sera del giorno appresso il Signor
Barone di Nicastro deliziava della sua grottesca e sempli
si figurina il molo di Ostenda.

XXV.

Un desiderio invincibile trascinava il povero Barone a i lle be i lle g piagge di
Liguria; ma avvenne allora a lui quello che accad a taluno quando
gli capita una lettera carissima desideralissimadesideratissima, che appunto vuol prima
sbrigare ogni incomoda faccenda, per riposarsi in quella con tutta l’a
nima. E così il Barone volle fornir il suo compito, prima di cor
rere al quel bene sicuro che lo doveva ricompensare di tanti e sì lunghi
travagli, e conservarsi la fede di quell’accordo ideale che per avventura non avesse
potuto scoprire nel mondo ‒ Corse dunque per la poste, la Ger
mania, la Danimarca, la Polonia, la Russia, e non vi trovò sito ove
la virtù la vera e grande virtù fosse d’altro ricompensata che di qual
che applauso, debole e sbadigliante come quelli che si fanno a mille sbadi
gliando
colla punta delle dita ad una commedia che annoja senza ammazzar essere
bestiale ‒ Fra Danesi e Tedeschi, fra Russi e Polacchi, tra Servi e
Bojari, fra Persiani, Crociati e liberali, fra Turchi e Rumeni dap
pertutto gli si appalesò la rabbia canina colla quale l’umanità si
morde la coda ‒ E il simbolo egiziano stà a profetare promettere che il tra–

[ms. 3941, carta 35 verso]

stullo non sarà corto.
‒ Ho ancora una speranza! diceva fra sé e con sottovoce il Ba
rone ‒ e p aggiungea più sottovoce sommesso ancora ‒ la Francia!

Infatti ne avea sentito sparlar tanto di quella benedetta Fran
cia che la viva speran fede d’un tempo in questa trombettiera della civiltà
gli si era annuvolata d’assai, e ci aveva una maledetta paura di prenderci
un granchio ‒ Poco oltre al confine (egli veniva da Baden a Strasburg in diligenza)
uno dei viaggiatori sclamò che finalmente ritornava alla cara sua patria, alla
nuova regina del mondo; e che gli spiaceva che i postiglioni non si fermassero per
lasciarli baciare la sua terra ‒
‒ È molto tempo che Mancate da molto dal paese vostro? gli chiese il Barone ‒
‒ Oh qu’il y a long temps! sclamò il Parigino – quasi quattro settimane ‒ E
fui per dieci stabilimenti termali di Germania ma non p trovai non un solo di
quei mille agremens che fanno sì dolce il viver a Parigi.
‒ E che professione è la vostra di grazia? chiese il Barone ‒
‒ Je suis un savant ‒ soggiunse modestamente inchinandosi il Parigino.

Il Barone Camillo Bernardo Lucio Clodoveo di Nicastro si fece
una croce sulle labbra, e guardando in cagnesco il sapiente Francese finse di voler
dormire. Ma questi come l’amo quando ha ghermito l’ugola del pesce non lascia ndo va
andare così facilmente la sua preda e coll alla p vicina stazione colse il destro di riap
piccicare il discorso ‒
‒ Donde venite, Monsieur? gli chiese
‒ Dalla Russia ‒ rispose asciutto asciutto il Barone
‒ On le voit bien; soggiunse il Francese ‒
‒ Oh perché mai! ormai sentiamo anche questa? replicò D.Don Camillo ‒
‒ Vous etes chauve Monsieur, et ne portez pas de perruque ‒ questa è una
rispose il Parigino ‒ c’est un barbarie vraiment de la Barbarie Russe.
‒ E che cale a me di parrucca? rispose il Barone squassando le spalle

[ms. 3941, carta 36 recto]

‒ Pardon! soggiunse il sapiente ‒ Pardon Monsieur ‒ ma gli è impossibile che
non vi stia a cuore l’affetto di qualche di fra le volubile figlia di Eva ‒ E croyez moi
quelle Signore n’aiment pas le tetes chuaves… di più vi consiglio,
a munirvi d’una dentiera ‒ c’est rien que cela ‒ ma ça rehaussse
la pronunciation ‒ Et puis perché non cercare di nascondere le disgrazie
della natura e i tristi servigi del destino? Pardon Monsier, ma a Parigi
troverete arti inferiori e superiori d’ogni qualità e forma, che per ††mezzo dei
quali un sarebbe ridotto un tendre Adonis ‒ Il va sans dire che vi sono
anche occhi di cristallo d’un effetto magico?… Comment fut il Mon
sieur
che vous etes borgne!...
‒ Fui accecato al Giappone ‒ rispose il Barone
‒ Diable! quel pays que c’est le Japon! ‒ sclamò il Parigino ‒ ma
Parigi compensa i difetti d’ogn’altra regione ‒ Vous a††z acheterez Mon
sieur un oeil mieux que l’autre
…
‒ Il va sans dire peraltro che non ci vedrò meglio di prima! ripigliò il Barone
‒ Pardon mon Monsieur ‒ disse il Francese ‒ con amabile riserbo ‒ c’est seul
ment pour la venusté personelle com disaient le Grec
. ‒ E perché vi saltò
in capo di visitare ce diable de pays que est le Japon? dicendo indi a poco ‒
‒ Cerco per tutto il mondo l’accordo della felicità colla virtù, e l’armonia
dialettica di Pitagora ‒ rispose gravemente il Barone
‒ Vous ne cherchez que cela?... et vous alliez en Japon ‒
‒ Qual meraviglia!
‒ Mais pourtant se foste venuto a Parigi la strada era più breve, e
..... Et dites le moi: avete trovato quello che cercavate?
‒ Ho trovato nulla! sclamò il Barone.
‒ Oh quelle fatalité! se ci fossimo incontrati prima io vi avrei risparmiato
quel viaggio, e fors’anco vous ne seriez pas borgne Monsiuer, se è un pour
tant
che foste accecato dal Pontefice del Giappone ‒

[ms. 3941, carta 36 verso]

‒ E con ciò, Signore ‒
‒ Comment Monsieur?.… A Parigi si trova la vraie felicité, la
p vraie vertù, e la parfaite armonie!
‒ Davvero Signore?.... e dove… dove!...
‒ Parbleu! avant tout dan le coli coulisses!...
‒ Che è quanto dire… io non vi capisco ‒
‒ Che è quanto dire, excusez moi, les danseuses et le coristes furono molto
calunniate, ma voi cerchereste indarno lontano da esse quella veritable expression
che costituisce il vero amore, la vera virtù e la perfetta armonia!
‒ Costui è pazzo! pensò il Barone ‒ chi gli ha chiesto conto di cantanti
e di ballerine ‒ Scusatemi; soggiunse a voce e la virtù è ben ricompensata a
Parigi–?...
‒ On la siffle dans le mondes, et on l’applaudie au Ginnase; se non la
è nojosa toutefois.
‒ Benissimo ‒ ma il Governo?
‒ Oh le Gouvernement!... vi sono 60,000 mille cavalierj della Legion d’O
nore ‒ Ca fait un beau regiment, me semble
‒ E tu son tutti virtuosi quei Signori Cavalieri ‒
‒ Il faut bien le croire, Monsieur ‒ perché gli è il Governo che ne dà
loro la patente. Del resto son per la massima preti ricchi banchieri, let
terati in pensione, professori †† gaudenti, colonelli, e sensali ‒
‒ Oh non fanno fatica ad essere virtuosi! sclamò il Barone ‒ Purtroppo ho
paura che anche nella bella Francia d non sia paese da cercarvi l’unità dialettica!
‒ Oui, oui ‒ Lì è proprio che ce la troverete Monsiuer ‒ Da noi on est
tous hommes femmes et enfans pour la centralisamen ‒ ce est de l’u
nitè a ravir
?... Fa Tu tto va a fiumi a Paris….
‒ E cosa dicon d i Diparimenti, qu’est que c’est que ca
‒ A qu’est que a que’est que ca’est que ca? ‒ ah capisco! le Departe–

[ms. 3941, carta 37 recto]

ments!... Essi mandanodonnent Parigi a touts le diables.
‒ E Parigi?
‒ Il s’en vie…
‒ Bella unità davvero! sclamò il Barone ‒
‒ Ve l’aveva pur detto! soggiunse tutto raggiante il Parigino ‒ sa
c’est vraiment a ravir!
‒ E tuttavia udii l’anno scorso alla Nuova Caledonia un Francese mor
morare assai di un tal soverchio accentramento
‒ Sarà stato un legittimista! disse con ripugno il savants
‒ No, ma era le come voi dite ‒ rispose il Barone ‒
‒ O un fusionista? ‒ soggiunse......
‒ Nemmeno
‒ Un Orleanista!...
‒ Né punto né poco ‒ era un socialista!
‒ Peste! non ne conosceva di questa nuance! rispose il sapiente ‒
‒ E con tutte cotali diversità d’opinioni credete che la Francia sia il paese
dell’unità dialettica!
– Oui, e ve lo provo; rispose il savant. Prima di tutto non abbiamo Ad onta dei sei
sette partiti che ciarlano scribacciano per ognuno per proprio conto (senza
contare les employes che appartengono a tutti sette), noi abbiamo un seul
chansonnier, ed è quello di M.Monsieur Beranger; une seule Teatre – et che la
Teatre Francais, une seul Academie, ed è quella cui io ho l’onore di
appartenere, un seul Paris ed è il cuore della Francia, un seul Empereur
ed è Luigi Napoleone, un seul Code ‒ et c’est che il Codice Civile, une
seule armee, ed è l’armata di Inkerman e di Sebastopoli, un seul vin
chic, et ed è lo Champagne, un seul tyranne ed è la moda, un
seul beatitude et ce l’amour, un seul langue ed è la Francese la
lingua dell’a delle cinque parti del mondo, un seul actrice, et c’est M.MademoiselleRachel...

[ms. 3941, carta 37 verso]

une seul occupation, ed è di ridere, une seul envie, ed è di non poter
ridere duecento anni in vece di settanta
‒ Basta basta! sclamò il Barone smontando dalla Diligenza ‒ In wagon mi
conterete il resto!......

E infatti tornarono a tenersi sul vagone e da Strasburgo a Parigi il savant
Francese non s’occupò d’altro che di appuntarsi il suo mustacchione e di le bande
dei capelli, e di provare al Barone Camillo la parfaite armonie dialectique
della France…
‒ E come farete a dimostrarla col trinum perfectum dei Pitagorici! chiese
sorridendo il Barone
‒ Voila ‒ soggiunse prontamente il Barone ‒ ca est l’affaire dei trois c
‒ Le canon, le caquet, et la civiltà coc…… c’est le trinum parfa i t tde la
‒ Bravo! sclamò ironicamente il Barone picchiando le mani ‒ e soggiunse
fra sé (Spero che la Tesor mia Tesoruccia non apprenderà mai questa ap
plicazione Parigina del simbolo di Crotone).

Arrivato a Parigi il Barone trovò dappertutto riprodotte in mille
immagini, in mille fantasmagorie le chiacchiere del savant Parigino suo com
pagno di viaggio ‒ Vide la briga di imparare cancellata colla finzione di
sapere, il merito sostituito dalla vanità, la virtù dalla spensieratezza, la felicità
dall’ubbriachezza, e l’armonia dialettica dall’apatia. ‒ Così i Caffè, i
Teatri, i Monumenti, le Gallerie ‒ lesse sei o sette cento giornali e dappertutto
trovò riprodotto il riso di Mefistofele briaco. E qua e là vide delle belle e
buone cose, ma che parevano dire: siamo così perché il caso ci ha fatto, e non ci
abbiamo né merito né colpa!.... Insomma era un mondo senza pensiero,
una vita senza scopo, un o a splendore luce senza calore quel grande quell’im
menso Parigi, e il Barone ne uscì assai malcontento ‒ ah mi dimenticavo!
Rimase soddisfattissimo della chirurgia riparatrice, che lo fornì d’una gamba di legno
d’un braccio di gutta-percha, d’uno parrucchino alla brutus, d’una dentiera d’a
vorio, e di sedici denti d’avorio in guisa che guardandosi nello specchio gli

[ms. 3941, carta 38 recto]

parve essere diventato un altro.
‒ Ora andiamo a Genova! diss’egli compiacendosi della figura ceri
monialissima che facea in quell’arnese ‒ non ho trovato l’accordo dialettico ne
gli altri, formiamolo dunque fra noi ‒ e in di questa prova non falliamo!

– Prese dunque un posto nella Ferrovia di Lione e montò in un
wagon di Prima classe. ‒
‒ Oh chi veggo Monsieur le Baron da Nicastro? ‒ gli disse alzandoglisi in
contro un amabile dandy ‒
– Chi! sarebbe vero! rispose il barone trasognato ‒ Chi? Veggo ma
sì siete voi! il mio collega d’Australia...... il socialista della
Nuova Caledonia.... il morto ‒ il seppellito ‒
‒ Sì sono proprio io – –
‒ Ma voi siete morto... e com’è che vi trovate in vagone a
Parigi se foste seppellito alla Nuova Caledonia
‒ Che volete! rispose il Francese ‒ Mi curarono soltanto per togliere alle
quelle fauci di cannibale; ma la carità dei coloni fu un po’ troppo
frettolosa, e se i cannibali attirati dall’odore di carne fresca non
mi avessero disseppellito sarei morto soffocato come un vero...
‒ Ma dunque! continuò il Barone
‒ Dunque dunque: essi volevan dapprima mangiarmi; ma vedendomi
insano pensarono che sarei migliore assai dopo esser ingrassato, e fui
così tenuto in †††††††† finchè ebbi la fortuna di poter scappare –
e tornarmene in Francia
‒ dunque v’è passato il gusto di stabilire una colonia socialista nel
Mare pacifico ‒
‒ Pardon! ho un impiego nel Ministero dell’Interno ‒ sono Bonapartista
soggiunse il Dandy ‒
‒ Hum fece il Barone ‒ che miracoli si veggon alla Nuova Caledonia
che miracoli si veggon in Francia –

XXVI.

Il Barone di Nicastro passò il Cenisio per una bella giornata di
Luglio; precipitò col vapore a Genova e corse in traccia della
Tesoruccia e di Floriano... nessuno si ricordava di l essi non dimo
ravano più nella loro casa d’un tempo; e nessuno seppe darne contezza.
Ohimè! fu un colpo atrocissimo pel povero Barone!.......
‒ Oh sfortunato me! diceva egli ‒ Ecco che dopo i disinganni raccolti nelle
cinque parti del mondo, il destino mi invidia quest’ultima felicità e
non potendo guastarla altrimenti, mi trafuga la fidanzata!.... Ed
io che le avea trovati 21,000 quarti....... Ormai!.......

Egli prese a correre l’Italia per tutti i versi tanto da sva
garsi, un ma q un cotal viaggio non era quello che facesse all’uopo ‒
Il Barone, pianse da Torino a Milano; da Milano a Venezia
da Venezia ad Ancona, da Ancona a Firenze a Roma, da Roma
a Napoli da Napoli a Palermo, pianse ancora da Palermo a Napoli
da Napoli a Roma, da Roma a Pisa, da Pisa a Genova; e
il suo occhio naturale come emulava quasi la stupidità del suo com
pagno di vetro.
‒ O Terra Saturnia, o Magna parens, frugum et virum!Virgilio, Georgiche, II, v. 173 diceva
il pover’uomo...... e non dicea di più perché i singhiozzi lo
soffocavano….

Al suo rit Peraltro al suo ritorno a Genova una debole lusinga lo colse
di trovare in Sardegna la Tesoruccia e Floriano: ma dai suoi sfortunati
tragitti di mare gli era rimasta una paura diffidenza sì ragionata dell’in
fido elemento che non valea il ritorno e tutti i patiti ci††††††si… Cominciò
dunque a correre per tutte le coste spettanti la Sardegna in cerca d’un

[ms. 3941, carta 39 recto]

porto donde la traversata fosse la più p breve ‒ e facea come il cane
che per per seguir il padrone l oltre il fosso, corre su e giù per
la riva in cerca del salto più agevole ‒ Finalmente arrivò a Li
vorno che Monsieur Paternin si preparava a innalzarsi col suo pallone ‒
Una idea luminosa gli balenò pel capo ‒ .. se tornerò in a Nicastro in
pallone ‒
‒ Signor Paternin! c’è che vento spira ‒ siete frivoli, volubili ciarlieri, scapestrati,
ma correte dietro v’invaghite alla gloria che
è pure un ideale; amate l’arte
che è un sentimento; e comprendete
la carità; portate insomma
degnamente il triplice stendardo delle
razze latine ‒ e non siete poi così
bugiardi, così falsi, eunuchi come si dice

‒ Levante, Signor mio ‒ c’è ‒
‒ Ottimo per la Sardegna ‒ quanto volete a condurmi – ‒
‒ Dodicimila franchi ‒
‒ Ottimamente ‒ contratto fatto ‒

Il Barone montò †††††sante sul nel navicello, la corda
fu tagliata, essi ascesero perpendicolarmente, un due quattro mila metri
indi cominciarono a volare verso Sud ‒ Questo colla rapidita di
50 chilometri all’ora ‒ Il popolo Livornesi colla testa alta
corre seguivan il viaggio avventuroso di due aeronauti.

XXVII.

Il perfetto accordo la felicità e la virtù il Barone di Nicastro non fu
fortunato di trovarli neppure nelle nuvole, perché gridando egli tra lui e il Signor
Paternin ebbe molte sonate e rampognamenti per certe non furono che
continui alterchi e lamenti, ora perché il Barone muovendosi facea tentennare
il navicello, ora perché l’aeronauta non volea starsi più basso colle
mussoline per rifuggire alla zona ghiacciata. Finalmente videro la
gentile Sardegna, e il Signor Barone ebbe uno schianto di allegrezza
al veder che il pallone quasi animato dall’anima sua si dirigeva
alla volta di Nicastro.

[ms. 3941, carta 39 verso]

‒ Monsieur de Paternin, diss’egli colle lagrime agli occhi guardando per entro vi perdono la vostra
tirannia e le vostre ramponeerampogne.... Ecco ecco! veggo il castello degli avi
miei!......... veggo il campanile della Parrocchia!.... Ohimè sì ecco
... sì.... veggo Floriano alla finestra della sala.... veggo la
Tesoruccia: la Tesoruccia! salve, o sposa o colomba! mia!
Salve, o Desiderata!
‒ Zitto! ritto ‒ parbleu! gli disse il Signor di Paternin ‒ Nous alons
plomber

Infatti il pallone discendea rapidamente, e alcuni tutti gli oziosi della piaz
za di Nicastro avendo dato la voce a il paese, tutta la gente si
era raccolta ad aspettare all’arrivo dell’aereo navicello. Il Signor di
Paternin manovrava di entrarvi; ma il Barone si dimenava talmente per
la gioja e la commozione che ad ogni momento la cesta ondeggiava come
per una burrasca –
‒ Fermo! per carità!... rasentiamo il campanile ‒ gridò il Sig.Signor Paternin.

– Ma il Barone aveva veduto la Tesoruccia che uscire di
letto, e non potea più trattenersi: il pallone ††††se da una sua
tentennante piega a sinistra le corde si impigliarono nella croce
del campanile.... la cesta si staccò dal globo ‒ e questi riprese
il suo viaggio per l’aria, e quella coi due viaggiatori precipitò
nel mezzo della piazza ‒
‒ Che è che non è?... Il Barone... il Barone di Nicastro.
Come chi? è risuscitato.. ma è arrivato in pallone ‒
Vi siete fatto male?... Oh non è nulla! mi sono rotto una
gamba!... Presto il Medico!... Ma ricordatevi la era di
legno..... E voi Signore? ‒ M. bleu! Monsieur le Baron

[ms. 3941, carta 40 recto]

ha fatto il possibile per ammazzarmi, ma noi Francesi ‒ ca n’est pas
si facile.....
‒ Questi erano i discorsi di quella calca che era sulla piazza: durante
i quali il Barone pavea ripreso la sua stampella e a braccetto di Monsieur
Paternin col codazzo di tutti i vassalli, fra gli evviva le schiopettate, s’av
viava verso il castello...
‒ Zitti, figliuoli miei! disse il Signor Barone al suo seguito ‒ Voglio
fare una improvvisata a Floriano e alla mia cara Tesoruccia!... Fate
ch’essi non si accorgano che sia avvenuto qualche cosa di straordinario!

I paesani si arrestarono così tranquilli che si avrebbe udito volar
una mosca … e il Barone e M.Monsieur... si avanzarono sotto il ve
stibolo del Castello di Nicastro –

XXVIII.

Il Barone entrato nel Refettorio, trovò Floriano seduto a tavola colazione
colla Tesoruccia con due bimbetti vicini a loro che li chiamavano
Mamma e Papà ‒ Monsieur Paternin sorresse tra le braccia ilegli si sciol cadde inanimato fra le braccia
corpo inanimato del Barone – di Monsieur Arban‒

XXVIIII.

Ma non ne morì ‒ e rinvenuto ch’egli fu appena si volse con
aria mortuaria a Floriano che bagnava la sua mano di lagrime e gli
disse...... Anche tu Floriano... anche tu mi tradisci ‒
‒ Signore e Padron mio, rispose Floriano; fu per salvare quell’anima
se no la andava a perdizione!....
‒ E quei due bamboli Floriano! quei due bamboli!
‒ La Provvidenza mi ha voluto premiare della mia buona opera
‒ Prendi ‒ soggiunse piagnucolando il Signor Barone e sporgendo il rescritto del
Bramino di.... ‒ Tu hai sposato una donna che ha 25,000

[ms. 3941, carta 40 verso]

‒ Dio sia lodato! disse divotamente Floriano
‒ Quanto a me! rispose il Barone ‒ cercherò un’altra donna che pro
lunghi il mio albero genealogico.
‒ Non la dubiti: rispose Floriano ‒ gliela troverò io [---] la figlia del
Marchese di Sassobianco, che…
‒ Benissimo amico ‒ ti perdono ‒ e che Dio ti conservi ‒ Ma pur
troppo mi accorgo che mi toccherà morire senza la felicità, senza la
virtù e senza l’accordo dialettico.
‒ Le troveremo in Paradiso; rispose Floriano ‒ e il Barone ci pensò
sopra ma non emise verbo ‒ Venne poi la volta della Tesoruccia, e
del lampadajo (la lampadaja era rimasta soffocata nell’incendio del Teatro
di Genova) il quale avea il naso più gro rosso e polputo che vi fosse in
Sardegna, e non pensava beato lui che a mangiare a bere, e a digerire
il mangiato cibo e la bevanda per †††††††††rsi di bel nuovo. Il Barone
fu grande e generoso come Cesare ‒ ristrinse il l’augurio dentro nel cuore, e fece il volto
di esser contento ‒ Peraltro il paese berciava assai perché egli era tornato con un altra
nuova gamba †† si ritirò ancora nella biblioteca; ma anziché leggere e studiare la vita
e scrivere contro Bruto i venti volumi, egli tolse un pezzetto di carta e vi
vergò sopra con mano paralitica queste segnalate parole ( ) .E dappoi
mise questo documento nel ripostiglio dove egli avea bel tratto sett’anni pri
ma la pergamena del Barone Clodoveo ‒... Egli si rimaritò due mesi dopo, ma il suo
matrimonio non fu de’ più felici; la Marchesa era una donna dissipatella che amava il
chiasso e non la solitudine della biblioteca, e cadeva in convulsioni ad ogni piccolo diverbio.
‒ Ohimè la duplicità anche nella generazione! mormorò DDon Camillo ‒ O ††††† Natura perché
non s’è là rigenerata!... Se ne consolava sapendo fare a sua posta alla meglio e con
fabulando col Rettore di Nicastro....
‒ Sono molto infelice, ma molto infelice caro Rettore! gli diceva sospirando ‒
‒ Lo veggo dicea il Rettore
‒ Eppur Floriano e il Lampadajo sono felici ‒
‒ Anche Lo veggo ‒ soggiunse l’altro
‒ E dunque? perché ha da essere questa stramberia ‒ Se la duplicità contraddicente martireggia un
Barone, non dee anche martireggiare due cial
troni di quella fatta!

[FC 14.12, carta 1 recto]

‒ La duplicità la duplicitàla sua causa!…soggiunse l’Abate. V. Ecc.Vostra Eccellenza
ha la non ritiene di ogni duplicità, od antipatia per ogni duplicità e quei cialtroni non †††††
‒ Davvero! chiese il Barone
‒ Si certo ‒ riprese l’Abate ‒ non è vero che Floriano pensa solamente all’anima
‒ È vero
‒ Non è vero che il lampadajo si cura solo del suo corpo?
‒ È verissimo ‒
‒ Per questo essi sono felici perché riducono la Duplicità ad unità
coll’accordo dialettico; mentre ella Sign.Signor Barone come sia che vuol badare
all’anima ed al corpo non sarà mai felice, perché la prima
ha sempre alla pugna col secondo
‒ L’anima e il corpo – – l’anima e il corpo!.... mormorò
il Barone ‒ e non fui capace di trovarla io questa mia sorgente
di tutte le altre lotte umane e sociali!.... Ho dovuto farmela addi
tar da un abatucolo ‒ Ma che vale per saper dove è il
male senza conoscere il rimedio?... soggiunse egli indi a pocoquando ‒ Io
certo non violerò le leggi sante della natura, e non sacrificherò lo
spirito alla materia né la materia allo spirito
per una vaghezza di stanco egoista ‒

Si ritirarono alla biblioteca ‒ ed era in quel sito un bujo
[†††] di mistero ‒ Il vento mugghiava da di fuori; le imposte i vetri
[†††††]lavano e sembrava a volte che l’anima di Bruto ghignasse
[††††]ente dal fondo di qualche scansia ‒

XXX

Dopo tre anni il Barone che era visse solo nella lusinga di avere un erede
vedendosi fraudato anche di questa speranza venne a tal melancolia che lo ri
dusse in pochissimo tempo a fil di morte……. Floriano il lampadajo la Tesoruccia
Il Medico il Rettore e la Baronessa gli erano al capezzale e il diluvio di
auguri avea già f†††††ato dalle cose di questo mondo la m††††a come giocatore ‒
L‒ L’anima e il corpo! come scindere questa diabolica duplicità? ‒
Ov’è il termine conciliatore indi rappacificatore nell’accordo dialettico
mormorava con voce rantolosa il Barone
‒ Dio! Dio! ricorrete a lui, gli suggerì pietosamente il Rettore
‒ Dio.. Dio Dio.. mormorò il morente ‒ e la voce gli mancò a
continuare, e il gelido fiume dell’eternità si stese per le sue membra ‒

Peraltro non volle il Destino che la signoria di Nicastro finisse così
miseramente ‒ dopo 8 mesi la Signora Baronessa pose al mondo un figlio
postumo al qualecui fu posto nome ‒

[FC 14.12, carta 1 verso]

Bernardo, Lucio, Clodoveo Camillo da Nicae che
egli studierà gli uomini il valore degli uo
mini e delle cose come i suoi predecessori ‒
sceglierà dagli scansali della Biblioteca un suo sistema filosofico, e dato che il Si
gnore gli dia vita, riprenderà forse con
meno sciagure e con più comodi ma
certo con pari effetto, il pellegrinaggio
del padre ‒

Redazione B

multa di mille piastre.
‒ Per carità! andava dicendo il povero Barone al capitano del trabaccolo ‒ Salpiamo
in tutta fretta, se nosennò l’è certa questa, che io torno a Nicastro impalato.
‒ Colpa di Sua Eccellenza; soggiunse il capitano ‒ Mo’ le pare di appiccar lite a Mao
metto
dinanzi a due testimoni?
‒ Colpa vostra, marrano; gridò il Barone ‒ questo vostro il carico di datteri e di fichi do
vrebbe essere allestito da un mese.
‒ Anche per questa volta il danno è che siamo in due; ribattè lo Spagnuolo ‒ Il pa
drone della nave è via pel deserto, e per quanto il carico sia lesto, io non posso già par
tire prima ch’ei ritorni. Abbia pazienza, Señor Baron! fumi dei cigaretti!
‒ Sarà il minor male; brontolò il Barone ‒ Ma ricoveratosi a bordo ne fumò
tanti e tanti, che egli ebbe a scoppiare addosso una febbre cerebrale così indiavolata da
farlo star in forse della vita per lunghissimo tempo. Quando rinsennò, il trabaccolo
volava in alto mare e aveva al suo capezzale il capitano e il cuoco della ciurma.
‒ Dove siamo? mormorò fiocamente l’illustre infermo.
‒ Nei paraggi delle Canarie; rispose il Capitano.
‒ Dunque que’ maledetti fichi sono all’ordine, e quel canchero di padrone è tor
nato? d richiese il Barone con un filo di voce.
‒ Fichi e datteri sono al loro posto, e il negozio sarà buono; rispose con un ghi
gno da galeotto il capitano ‒ Quanto al padrone, credo che qualche rinoceronte se
lo abbia pappato, e siam partiti senza di lui!
‒ Ahimè! come mi casca la testa! piagnucolava Don Camillo ‒ Almeno avessi al
mio fianco Floriano! … o quella mia cara Tesoruccia di Genova!…… Almeno
potessi spirare l’ultimo fiato a Nicastro, nel castello degli avi miei!
‒ Si calmi: prenda questa pozione di rum e di tabacco; gli sussurrava il cuoco.
‒ Riprenda Si faccia coraggio; fumi un cigaretto; soggiunse il capitano.
‒ O mio Dio! a chi, a chi badare? pensava il Barone ‒ Come salvar la pelle fra
due medici di tal fatta?........ Cosa rispondere ora adesso a quel briccone di Bruto? .… Dov’è
la virtù?........ dov’è la felicità?.. ‒ Caro Baron Clodoveo, soccorrete se vi piace al
vostro misero pronipote!

XVI

‒ E cos’è tutto codesto scricchiolio di catene che mi dà ad ogni notte la sveglia? do
mandò ancora il Barone, quando passati alcuni giorni gli fu tornata la speranza di ri
veder Floriano, la Tesoruccia, e il bel castello di Nicastro.
‒ Oh bella! sono i datteri e i fichi! rispose berteggiando il capitano. E su scantonò dal
l’uscio senza spiegarsi meglio chiaramente. Don Camillo dal canto suo prese a sospet
tar male intorno a quel suo contratto di società; e peggio ne dubitò quando gli fu
annunciato, che per vendere a migli più alto prezzo i fichi ed i datteri, prima di approdare
a Nuova Yorch avrebbero fatto scalo a qualche porto della Carolina. Infine egli brontolò

[ms. 3491, carta 1 verso]

e tempestò a segno tale, che il capitano presolo per mano lo condusse nella sentina
della nave, ove una trentina di negri d’ambo i sessi legati a due a due tenevan vece
di zavorra.
‒ Oh assassino, oh carnefice! gridò il Barone Pitagorico ‒ tu se’ un mercante di schiavi.
‒ Cioè, ci siamo in due; rispose malignamente lo Spagnuolo; perché Vostra Eccellenza
ha firmato il contratto, e nessuno stenterà a capire la metafora dei fichi.
‒ Appena giunto a terra ti farò appiccare! strepitava il Barone.
‒ Ci faremo compagnia! soggiunse il capitano.

E per quanto il Barone sudasse per pur salvarsi dai ragionamenti di costui
non ci fu modo di sfuggire; anzi gli convenne ingojarsi per giunta una lunga disserta
zione sulle due razze del genere umano, la bianca e la nera; l’una creata apposta
per vendere comprare e bastonare, l’altra per esser venduta comprata e bastonata.
‒ Ed è vero; soggiunse quell’omaccio del capitano ‒ è vero che vi son paesi dove
i bianchi son negri, e i negri bianchi, ma l’eccezione conferma la regola.

Or dunque gli schiavi furono venduti, e benchè un terzo ne fosse rimasto in
mare, pure il guadagno parve assai largo: solamente il Barone non volle toccar di quel
danaro maledetto, e stringeva sempre il capitano perché lo menasse a Nuova Yorch
com’avevano pattuito. Costui faceva orecchie da mercante; e gli veniva dichiarando, come
un una buona metà del Congresso più liberale e repubblicano del mondo tenesse la schiavitù
per un’opera di carità fiorita, anzi una vera tutela provvidenziale.
‒ Io sto per l’altra metà, io sto per l’altra metà! si pose a gridare Don Camillo.
‒ Me ne congratulo con lui; soggiunse il capitano ‒ In quanto a me, siccome non mi
sento da tanto di librar le ragioni di questi e di quelli, così mi piglio bell’e fatta l’o
pinione che mi dà maggior utile.
‒ Quanto buone sorelle sono birberia ed ignoranza! mormorò il Barone; e a più chia
ra voce soggiunse; Spero che finalmente salperemo per Nuova Yorch!
‒ Ancora un po’ di pazienza; ribattè con beffarda umiltà il capitano; non la vede
quelle poche casse caricate stamane dalla ciurma?..... Or bene; una breve gitarella
di piacere per isporgerle al General Walker a Costarica, e poi sono con lei.
‒ Ah birbante!..... ah marrano!.… io voglio smontare: olà, signor piloto!
‒ È inutile: continuava il capitano ‒ son già levate le ancore, e un buon Greco ci
gonfia le vele per l’Ame Costarica.

Il Barone gridava, fremeva, e sbuffava, e le risa della ciurma r raddoppiavano
per le sue convulsioni; volle alfine cercar un conforto nella filosofia, ma questa gli man
cava sotto, come una tavola zoppa al brancicare d’un ubbriaco: finì col rinchiudersi
nella sua cella, e anche là lo perseguitavano i dileggi clamorosi de’ marinaj, e le dispe
rate paure della coscienza. Infinallora, anziché abbattersi in alcuno che per far suo pro’
della fortuna adoperasse gli argomenti della virtù, avea trovato la birbonaggine padrona

‒ Qual atroce colpo mi date con questa sentenza! gli disse.
‒ Siete filosofo e non sapevate una tal verità? domandò l’altro.
‒ Viaggio per persuadermi del contrario; riprese mogio mogio il Barone; e cerco il
perfetto accordo della virtù colla felicità; almeno colla felicità interiore degli stoici.
‒ La troverete! disse gravemente l’Americano.
‒ Dove? chiese con ansia il Barone.
‒ In Paradiso; rispose l’altro; se avete fede, speranza, carità…… e pazienza.
‒ Vi dirò; riprese indi a poco Don Camillo ‒ Sì, è vero che nel mondo trovai finora
la contraddizione del male col minor male, e come dicono Pitagora e il Baron Clodoveo mio ri
spettabile avo, il binario senza complemento, l’oscillazione fra due termini senza la quiete
conciliativa del terzo. Ma se no l’ trovai finora (badate che ho visitato soltanto Genova la
Spagna, Tunisi, e Costarica, e gli Stati-Uniti) confido di essere più fortunato in seguito. Poiché,
argomento io, questo accordo finale, questo trinum perfectum Pitagora e il Baron Clodoveo hanno
potuto pensarlo. Ora il pensiero è un ideale, cioè un riflesso del reale, il quale non avreb
be potuto separarsi dal suo intero, o essere astratto dalla concezione, o più chiaramente essere
concepito, se egli già prima realmente non esisteva anch ‒ E così del pari; se egli ha una volta
esistito, deve tuttora esistere; poiché il perfetto è incorruttibile; come noi a Nicastro, per esempio, di
ciamo perfetto quel vino che in ragion di tempo guadagna anziché perdere di soavità e di vigoria; a
e che l’incorruttibile poi sia di sua natura eterno anche le oche lo sanno.
‒ Benissimo, optime! soggiunse l’Americano ‒ Ma vi sono due filosofie per dar ordine a
codesta materia. L’una che cerca questo finale accordo, persuasa ch’esso esista, l’altra per
suasa parimenti di ciò, e persuasa tanto, anzi persuasissima, che non crede opportuno sconciarsi
per corrergli dietro.
‒ Oh no io voglio vedere! Io ho scelto la prima! sclamò l’Europeo.
‒ Ed io la seconda, riprese sorridendo l’Americano.
‒ Ma non sarete mai completamente illuminato; disse Don Camillo.
‒ E voi non avrete un’ora sola di quiete; continuò il giudice.
‒ Trovato ch’io abbia il mio ideale; proseguì Don Camillo; mi ridurrò nel bel castello di
Nicastro col mio segretario Floriano, e con una bella sposina…. (Oh se quella che m’in
tendo io avesse i sessantaquattro quarti!...)
‒ Cosa dite? … chiese l’Americano.
‒ Dico; riprese il Barone; che dato ordine al punto cardinale della discendenza, scriverò un’O
pera in venti volumi con note commenti e carte topografiche contro quel vanerello di Bruto
ch’ebbe la sfatt sfacciataggine d’equiparare la virtù a un zero matematico.
‒ Tutto sta che troviate il trinum perfectum; obiettò il Giudice ‒ lì è il salto dell’asino.
A mia veduta le cose umane sono zoppe, imperfette, e doppie come cipolle, ma nessuna rag
giunge l’accordo triplice e finale che voi cercate. Due, per esempio, sono i poli del mondo e
perciò il mondo gira a traballone che ci fa perder la pazienza; due sono i sessi degli ani
mali, onde la guerra è diventata fra essi il pane d’ogni giorno: e per parlarvi specialmente dell’uo
mo, esso ha due gambe, colle quali, giungile e sgiungile, non arriva in alcun luogo: ha due oc
chi, uno che vede l’altro che stravede; due orecchie l’u messe là apposta per lasciar passare

[ms. 3491, carta 2 verso]

nette di dazio la verità; due mani per distruggere vicendevolmente l’opera di cadauna;
due ginocchi per frusciarli sui piedistalli d’Iside e d’Anubi; due mascelle per rubar
il pasto al vicino, due spalle capaci di addossarsi animosamente ogni furfanteria ben pa
gata, due natiche da offrirle allo scudiscio purché gli si ricolmi la mangiatoja, due
ventricoli da travasar il sangue fino a che si guasti, due…….
‒ Per pietà, non vi incaponite nella vostra dimostrazione anatomica! sclamò Don Ca
millo ‒ Dio sa dove andreste a cascare!..... e del resto sappiatelo, che li conosco anch’io
quei Signori filosofi i quali ci consentono la facoltà generativa solo per metter al mondo
o dei vigliacchi o dei piagnoni. Un certo nostro Leopardi che la sapea più m lunga di
molti celebri Inglesi, e celeberrimi Francesini, ci è cascato anche a lui quando ad una sua
sorella prossima a maritarsi scriveva;

Miseri o codardi
Figliuoli avrai....
Giacomo Leopardi, Canzoni, IV. Nelle nozze della sorella Paolina, 1824

‒ Miseri eleggi! suggerì l’Americano.
‒ Fai Voi pure la sapiete?..... tu quoque? domandò meravigliato Don Camillo.
‒ Non la so; ma l’indovino; rispose l’altro.
‒ Allora indovinate male.
‒ Forse, caro Barone; perché pur troppo l’uomo ebbe da natura due facoltà diversis
sime; l’intelletto e la volontà; e se colla prima antepone l’onorata miseria alla com
moda vigliaccheria, sovente la seconda capovolge nella pratica la teoria della prima.
‒ Voi bestemmiate alla bontà originale degli uomini, caro confratello; voi siete un
materialista fracido.
‒ Cercate gli uomini per tutto il mondo, e mi saprete dire se io li calunnio.
‒ Li cercherei volentieri; ma cosa sarà intanto di Floriano?.....… Cosa sarà della Te
soruccia di Genova, del lampadajo di sua moglie e della mia discendenza?
‒ Non vi scorate; disse gravemente l’Americano ‒ Domani parte un piroscafo ca
rico di dotti degli Stati Uniti, i quali faranno certi loro sperimenti astronomici in tutte
le latitudini del globo. Io con una commendatizia vi faccio aggiungere alla schiera, e
così in meno di due anni avrete sbrigato la bisogna. Troverete sani allegri ingrassati
Floriano, la Tesoruccia, il lampadajo e la moglie; quanto all’albero genealogico vi
assicuro io, che il vostro innesto per quanto maturo può ancora arricchirlo di dodici germogli.
‒ O benedetto te, per omnia secula! gridò il Signor di Nicastro gettandosi a corpo morto
sul Giudice filosofo ‒ vado in due salti alla Posta e torno col baule.
‒ Ci sono lettere per Sua eccellenza il Signor Camillo, Bernardo, Lucio Clodoveo Barone
di Nicastro? domandò egli al distributore.
‒ Quante persone sono? soggiunse in francese costui.
‒ Una, per bacco; rispose il Barone gonfiandosi come un pollo d’India e posando
sul petto le palme.

Gli furono allora consegnate due lettere, nessuna delle quali offriva un esempio di
bello scrivere, e tuttavia il Barone diede la preferenza a quella fra le due la cui calligrafia
appariva più storpiata, e ne ruppe affannosamente il suggello. La Tesoruccia! Era

Il Pungolo

Le Disgrazie del Numero Due
NOVELLA satirica-contemporanea di NEVIO (1)

(Disegni di Paolo Riccardi.)

Or fa un secolo, scriveva Giangiacomo essere la Corsica il paese più vergine d’Europa. Ma dappoi l’eredità di un tale privilegio, toltole ladramente dai Francesi, fu adita col benefizio dell’inventario dalla sorella Sardegna; e forse sperò costei d’invogliare così gli sposatori, che solamente adesso cominciano a inuzzolirle dintorno. Peraltro ai tempi di cui parlo, la verginità della Sardegna non correva tali pericoli; anzi da Cagliari a Sassari la sua prole irrequieta, viveva allo scuro come un devoto uditorio sotto il tendone del predicatore, credeva a Dio, ad alcuni Santi, e a tutte le streghe della tregenda, e s’accoltellava con rara

↩(1)Nipote bastardo di quello del rasojo. (Vedi Tito Livio, Dec. I, Lib. I.) Consanguineo ed ammiratore del poeta Nevio che ci lasciò un frammento di quattro soli versi; fratello d’anima del pubblicano cui una sfolgorante Orazione Ciceroniana tolse l’ultimo sesterzio.

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semplicità senza dar di sè contezza o desiderio al parentado oltremarino. – Proprio come la Trinacria Ciclopica allo sbarco d’Ulisse, ed Otahiti all’arrivo di Cook e il Giappone oggidì, era la Sardegna a que’ tempi – Tempi beati!...............................

I.

Per l’appunto allora nella più selvatica Giudicaria dell’isola viveva il barone Camillo di Nicastro; viveva, in barba ai dolcissimi tempi, tutt’altro che beato. Il suo castello per la qualità del paese era grande e magnifico; le torricelle non gli pencolavano addosso con troppo amore, nè i colombi temevano di posare sulle grondaje; la scala aveva quasi tutti i suoi gradini, e due sole finestre perdevano le imposte; del resto tutti i boschi, tutte le montagne, tutti i seminati che si scoprivano dal più alto abbaino ingrassavano la Baronia di Nicastro, e gli avi remoti o per avarizia o per orgoglio o per accidia aveano legato al loro ultimo rampollo un cassone pieno raso di belle monete; di quelle gialle che non patiscono ruggine o vecchiaja.

Finalmente l’albero, o meglio la selva genealogica, che copriva dei suoi rami a spalliera tutte le pareti della sala, faceva malleveria dei sessantaquattro quarti di questo prezioso rampollo; il che voleva dire, che circa duecento anni addietro, sessantaquattro parrucconi d’ambo i sessi s’erano abbassati a una certa funzione plebea per condensare le loro esimie virtù in trentadue figli o figliuole, e questi in sedici nipoti, e questi in otto pronipoti, e questi in quattro tra figli e figliuole di pronipote, e questi in due nipoti di pronipoti, e questi da ultimo nel pronipote dei pronipoti, cioè nel Barone Camillo; il quale raccoglieva in sè lo stillicidio vitale di centoventisei tra Baroni e Baronesse, se non isbaglio; ma fate voi la prova della somma, poichè la parte aritmetica dell’anima mia risiede nelle dita, e non me ne fido gran fatto. –

Contucciò, lo ripeto, il Barone non era felice, e gli stessi antenati, che per fabbricarlo squisitamente aveano speso tanti sudori, erano la cagione de’ suoi sospiri. Figuratevi che lo stemma dei Nicastro era una bilancia in campo rosso col motto cabalistico: Pensare e pesare; alle quali parole uno stregone d’un trisarcavolo aveva accomodoato un suo giudizio, che nessuno della famiglia potesse immischiarsi mai nelle cose degli uomini prima di averne cercato e conosciuto il valore. E tutti di padre in figlio avevano obbedito rigidamente alla sentenza gentilizia; sicchè tutti erano morti nel loro nicchio proprio mentre si credevano vicini a toccare le ardue sommità di quella scienza. Non saprei dir pel sottile a quali conclusioni fosse giunto ognuno degli antenati del nostro Barone, quando la morte veniva a conchiudere le loro conclusioni; soltanto posso affermare, che il bisavolo parteggiava per Democrito, e rideva di cuore quando capitò il becchino ad annunziargli l’ora della partenza, che l’avo invece s’attenne ad Eraclito vivendo per modo che dopo morto parve meno lunatico di prima, e che il padre s’accommiatò da questo mondo recitando il Rosario con pace serena. Ma già da qualche tempo il devoto infermo e il vecchio pedagogo erano iti ai cavoli, allorchè il Barone Camillo, orfano di padre e di madre a quindici anni, si chiuse nella Biblioteca di famiglia a rifar l’opera de’ suoi predecessori.

«Studiar il valor degli uomini e delle cose!...... pensava il giovine romito, vedendo fisarsi in lui dai profondi scaffali l’occhio vitreo e miscredente dei morti scrittori; converrebbe aver tra mano le anime non i libri!... pure anche il notomista cerca nei cadaveri la scienza della vita, e cosa son altro i libri se non le reliquie degli spiriti?»...

Smoccolò la lucerna e senz’altro si diede a leggere. – Solo toccati i ventiquattro anni intromise due giorni quello studio per disposarsi secondo lo stile de’ suoi maggiori ad una donzella appena slattata dalle Salesiane che a sua volta contava sessantaquattro quarti abbondanti di nobiltà, e coll’ajuto della quale sperava rendere ad un figliuol maschio l’egregio favore a lui reso dai due genitori, da quattro nonni dagli otto bisnonni, etc. etc. – Ma un tale svagamento non durò a lungo, e dopo il banchetto nuziale tornò in biblioteca; e là stette altri sette anni finchè la moglie dilettissima ebbe a morire di noja, e a lui toccò accompagnarla alla Chiesa, e tornarvi l’ottava seguente per l’Uffizio di commemorazione. «Peccato! mormorava il filosofo – mi riempì gli armadj di calze e non fu capace di mettermi un bimbo nella cuna!...»

Tuttavia la colpa di tale ommissione cadeva più nel Barone che nella Baronessa; perocchè ligio come egli era più assai degli stessi antenati al senso filosofico-morale del suo motto araldico, si smemorava troppo sovente di certi altri doveri. Cionullameno la funebre interruzione non gli vietò di tornare all’opera con miglior lena; e tanto si diede fretta per non essere burlato come tutti gli altri, che nel giorno appunto che compiva i quarant’anni potè alzarsi dallo scrittojo e spalancar la finestra dicendo: Ho finito! – Povero filosofo!.... prima di cominciare credeva sul serio di aver finito!.... – Ma come poi aveva finito? ... Col ficcarsi appunto in capo la fede più santa, più generosa che mai santificasse cranio di barone!.... col creder che la virtù basti per conforto, per alimento, per premio a sè stessa; ch’essa sia il sommo onore, la somma felicità, la somma gloria, il sommo bene che regola il valore delle cose e degli uomini!.....

Tale opinione, lo confesso, fu comperata assai a buon mercato con venticinque anni di studio e di prigionia; nè fu piccola in ciò la ventura del Barone. Ma gli sovvenne allora d’un’altra tradizione gentilizia, che a qualunque primogenito, prima di abbandonare il castello di Nicastro, imponeva l’obbligo di leggere le pergamene d’una scansia inchiodata fra due travi del soffitto. Rinchiuse dunque la finestra, appoggiò una scala a piuoli al misterioso ripostiglio e salì con gran batticuore, fermandosi ad ogni gradino. Finalmente la chiave rugginosa girò stridendo nella toppa e la scansia s’apperse ch’era piena di polvere: ma per cercar che facesse della mano per entro a quel bujo non palpava altro che polvere; tuttavia da molto frugare eccoti che due delle sue dita si addentrano in un buco ad abbrancare una coda di pergamena; e in quel momento una nebbia sì fitta gli corse dinanzi agli occhi, che per poco rovinando da quella sommità non ebbe a finire come aveano finito tutti gli altri di sua casa. Se nonchè si riebbe per uno sforzo di curiosità, e gettò lo sguardo su quel cencio di pelle che gli si impigliava tra le dita.

«Ecco la gratitudine dei sorci! brontolò il Barone scendendo un piuolo; – io li lascio vagare senza sospetto di trappole per le dispense e pei granaj, ed essi si spassano a rosicchiare il più gran tesoro di mia casa.» E scese un altro piuolo; ma mentre s’appre-

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stava a calare sul terzo, ecco l’occhio corrergli quasi involontario al titolo di quello strano documento. Non si ricordò più dove si fosse, non vide nè il pavimento nè il soffitto nè la scala; sedette senza accorgersene su quel secondo gradino, e quanta conoscenza aveva di numismatica, di ermeneutica e di paleografia, tutta la costrinse nel rilevare il pieno concetto di quella scrittura dagli sgorbii sconnessi e rosicchiati che la componevano. Il titolo adunque, ch’era meno guasto del resto, fu letto assai speditamente e diceva all’incirca così:

Documenti utilissimi alla scienza dell’umanità comunicati dalle anime di molto illustri trapassati a me Barone Clodoveo di Nicastro (seguitava una scrittura più recente e di mano diversa) morto nell’anno di grazia 1111 mentre s’apprestava a saggiare il valore degli uomini e delle cose col sistema aritmetico di Pitagora.

Diavolo!... mormorò il Barone; − ecco un mio antenato che la sapeva lunga!.... Se egli non moriva in sì bel punto, chi sa come sarebbe ora l’Italia!... − Ciò dicendo continuava ad ammiccare, a scervellarsi, a ruminare sullo scritto infamissimo del Baron Clodoveo, che essendo in diretta corrispondenza cogli spiriti, avea trasandato come futile abbellimento la calligrafia. Notisi che quei commentarii erano d’un latinaccio barbaro e veramente baroniale, e che, se io li traduco, è per maggiore comodità dei giovani, a cui si insegna per otto anni ma non si apprende il latino. Cominciavano dunque così:

Documento I°. – Risposta di Plotino ad un mio quesito sulle qualità dell’eccellente numero tre.
– Caro Barone....
.

«Capperi! Pensò il pronipote appollajato sulla scala a leggere le memorie del proavo. – Per essere un Egiziano Plotino sapeva le convenienze araldiche!» – Poi riprese a leggere:

– Caro Barone!... Vi rispondo che il numero tre è uno più uno, che fanno un altro uno, che costituiscono un tre – il quale accoppia per tal modo la forza numerica generante all’ente generato mediante l’opera generativa; dunque uno, uno e uno.....

«Dio mi confonda se posso dicifrarne di più una sillaba sola!... masticò fra i denti il Barone: – ecco che un sorcio illetterato si piacque desinare col più famoso squarcio di letteratura sibillina che mi sia mai caduto sott’occhio!..... Sien benedette le trappole e chi le inventò...

Ciò non per tanto aguzzando gli occhi giunse a capire l’ultima clausola della risposta di Plotino, la quale diceva per l’appunto che sul resto è una vera scioccaggine perder il capo.

– «Grazie! sclamò Don Camillo, – grazie, caro Plotino! ma non voglio credere che solo il numero tre sia degno di essere studiato, commentato e venerato.... Passiamo ad altro!...»

E lesse gran numero di responsi di Talete, di Stratogirone, di Zoroastro, di Cheope, di Konfutsee, di Visnù, di Pitagora, di Giuseppe Ebreo, di Simon Mago e perfino di Tubalcain e di Nembrod, che vivevano prima del diluvio sonando, ballando e cacciando, come noi viviamo ora prima della cometa. Tutti, già ci s’intende, brani malconci, rabbuffati, irti di abbreviature e di scarabocchi; tutte cose misteriose volgenti intorno alle virtù dei numeri, ai rapporti dei suoni, dei cieli e dei colori. Il Barone si annojava di tale fatica, quando come per ricompensa della sua paziente indagine, s’avvenne in un capoverso oltremodo maraviglioso. – Era scritto: Documento LIII. – Risposta della Dea Egeria ad una mia inchiesta sul numero fatale dei Romani.

«Corbezzoli! gridò il filosofo con uno strabalzo di sorpresa facendo scricchiolare la scala sulla quale sedeva. Corbezzoli!... che il mio dilettissimo arcitrisarcavolo Clodoveo nell’anno di grazia 1111 fosse ancora pagano?

Ma a rassicurarlo su questo punto gli soccorse una notarella in calce dell’antico barone che diceva…. La chiamo Dea Egeria per farmela propizia nel rispondere. Del resto io lo so di sicuro ch’ella è dannata come una strega maledetta, e accerto i miei posteri che mi sono già confessato e pentito di questa subdola piaggeria.

– «Birbone d’un antenato! bisbigliò il nostro filosofo. – Quali arti adoperava per corbellare gli spiriti!... Ma leggiamo, se si può, cosa ne dice la Dea Egeria.

– Caro Barone…. (la solita compitezza!) Rispondo che il numero due, simbolo di contraddizione senza complemento dialettico fu la rappresentazione anti-euritmica del pensiero Romano. Romolo e Remo, patriziato e plebe, console e console, autorità consolare e tribunizia, equità e stretto diritto, libertà d’alcuni e servitù di molti, Silla e Mario, Cesare e Pompeo, Cristianesimo e Paganesimo, Costantinopoli e Roma, Romolo Augustolo e Odoacre, sono le incarnazioni della cifra funesta. Uno e due.... uno e due....

«Ah! ah!... sicuro! ci manca il tre del Dottor Plotino; disse ridendo il Barone. Me ne congratulo colla Dea Egeria, che ne sa di storia»... e andò innanzi colla lettura.

Documento LIV. Risposta di Milone Pitagorico ad una mia domanda sul numero della sapienza. – Caro Barone. – La sapienza umana è la nona parte dell’uno indivisibile, più un nono della nona parte, più un’altra nona parte di quel nono, più un altro nono di quella nona parte, e così via via fino alla morte di chi fa il conto, e fino agli ultimi conti del genere umano. Studiate, figliuoli cari, per aggiungere qualche altra porzioncina novenaria a qualche piccolissima nona parte, ma non crediate mai di giungere a far un intero. Per esempio…..

– «Oh barbarie topesca! scoppiò a gridare il Barone, che pigliava gusto nella dimostrazione infinitesimale di Milone Pitagorico. – Oh barbarie inaudita!... Ecco per te troncata a mezzo la più bella prova aritmetica di questo mondo!... Lo giuro che tutti i cantoni di mia casa saranno guerniti d’or innanzi di bocconi d’arsenico!... – Oh, cosa vedo mai!...

Questo ultimo punto esclamativo fu prodotto dalla lettura di un altro titolo che seguitava dopo l’ultima parte del teorema di Milone sciupata così miseramente dalla barbarie dei topi illetterati.

Documento ultimo. – Risposta di Bruto Minore ad un mio dubbio sul numero sostanziale della virtù. Caro Barone!...

– «Oh, questa poi non la credo!... sclamò, rizzandosi in piedi sul secondo piuolo e dando della nuca nello spigolo d’una trave, il nobile erudito. – Ahi!... ahi!... – No, che questa non la credo! soggiunse riponendosi a sedere. – Un repubblicano di quel calibro lasciarsi scappar di bocca un titolo aristocratico!...

Tuttavia continuò a leggere le ultime righe della pergamena che correvano abbastanza chiare fino alla fine.

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− Caro Barone. Io dissi morendo la virtù non essere che un nome; ma i nomi non hanno valore sostanziale, dunque la virtù è uguale alla negazione della sostanza, dunque essa è = 0.

«Maledetto bugiardo! ruggì il Barone Camillo stracciando la pergamena e precipitando giù della scala a rischio di fiaccarsi il collo. − VorresteVorresti darmela a bere!.... ma ti conosco!.... sei un ateo, un energumeno!.... un pazzo!... un assassino!... Sì, un assassino!... Poichè il fine, sappilo o astuto ambizioso, non giustifica punto i mezzi, e per cosa al mondo tu nè potevi nè dovevi ammazzare tuo padre!.... Bella virtù era la tua!.... proprio uguale a zero!....

E il Barone misurava a gran passi e quasi furiando il pavimento polveroso della Biblioteca.

«Cassio valeva meglio di te cento volte!... continuava egli − ma in quanto a te ci scommetto il capo che miravi a farti bello delle spoglie altrui e null’altro!.... null’altro, mi capisci!... Filippi sarebbe stata la Farsaglia di Bruto invece di essere quella d’Augusto, se tu la spuntavi!..... Ma io ti smentirò!... Ah! la virtù è uguale a zero??.... Buffone!.... te lo farò veder io qual è il prezzo di questa cosa divina!... Ehi!... Floriano!...... Floriano!.....»

Bruto nulla rispose agl’insulti e alle mentite del Signore di Nicastro; ma Floriano fu più arrendevole e comparve due minuti dopo sulle soglie della biblioteca. Ora conviene prima sapere chi fosse Floriano.

II.

Floriano era il più antico arnese di casa Nicastro. Un arnese usato assai, sdruscito anco se volete, ma atto ad ufficii diversissimi. Maggiordomo, credenziere, segretario secondo l’uopo, gloriavasi più di tutto d’essere il Sagrestano della Parrocchia: poichè egli era stato confratello penitenziere del defunto Barone, ed avea ereditato qualche profumo della sua santità. Floriano accendeva le candele, serviva la Messa, sonava le campane, portava il torcio e il messale con divozione esemplare; ma la sua miglior valentia era nella cerca delle limosine. E sì che la chiesa di Nicastro per le larghezze del Barone Juspatrono era splendidamente dotata, ma il buon santese stimava che le limosine fossero l’opera meglio accetta al Signore, e perciò le ajutava con ogni argomento della sua fede cieca e sincera. Nessuno meglio di lui facea canticchiare in fondo alla borsa i quattrinelli, nè con piglio più compassionevole allungava la canna cui essa era appesa, fin sotto il naso dei devoti, protendendo in pari tempo un certo suo collo che parea fatto apposta per ispiare di quanto s’accrescesse volta per volta il modesto peculio.

Raccogliendo poi quegli spiccioli a manate per deporli nella cassetta della Sagrestia si consolava pensando fra sè:

«Ecco saldati anche per questa Domenica i conti dei Parrochiani di Nicastro col Signore Iddio!...... Certo, se io non avessi guardato la vecchia Marta con quel mio piglio particolare essa non avrebbe cambiato in una pallanca il solito quattrino; e se il mio gomito non urtava opportuno il collo troppo devoto del Notajo Capocchi egli non sarebbe stato costretto ad accorgersi di me e a cavarsi di tasca un bel soldaccio nuovo!... Bravo Floriano!... hai fatto operar del bene anco a chi non voleva; essi quandochessia te ne saranno grati, sono contento di te!...

Questo fu l’uomo chiamato dal Baron Camillo dopo il suo alterco con Bruto Minore: al quale (appena comparve, come dissi, sulla porta della biblioteca), egli comandò di allestirgli la valigia, e di ordinare i cavalli. Floriano lasciava la briga di ragionare sulle cose di questo mondo alla Providenza, onde ubbidì letteralmente a questi comandi; e nè meno fece un atto di sorpresa quando il Barone gli impose di montar secolui in lettiga. – L’alba del terzo giorno vide Don Chisciotte e Sancio imbarcarsi sur una tartana che salpava da Cagliari per Genova. Floriano recitava l’Angelus Domini; il Barone mormorava che l’avrebbe fatta tenere a quel miscredente di Bruto.

(Continua).

III.

Dopo il bordeggiare faticoso della prima giornata, durante la quale la tartana non ebbe a guadagnare che un brevissimo tratto, sopravvenne da poppa un propizio Libeccio: l’azzurro del nostro bel Mediterraneo s’increspò lievemente, come godesse di recare alle piaggie Italiane il fiato primaverile dell’Africa... e il navighiero godeva anche lui, e di più si sfregolava le mani tenendo fermo del ginocchio il timone, al veder tendersi le sartie e rompersi il mare sotto la prora in due solchi d’argento. Ma eccoti sul più bello sbucare dall’altro canto del cielo quel cattivello di Greco-levante, e, spazzata dell’ali la Siberia, buttarsi a capofitto sul golfo della Liguria!,.. Fu una brutta burla per la tartana; le vele, sgonfiandosi confusamente, s’attraversarono l’una contro l’altra; la nave trabalzò, rimbalzò da poggia ad orza, come cavallo che a mezzo d’una corsa scivoli sopra il ghiaccio; e i delfini danzandole intorno sembravano fare quel gesto che fu già mosso da Giosuè contro la faccia del Sole.

− Ehi! ehi! qual nuova petulanza! sclamò il signor Barone Giudice di Sardegna, alzandosi fin sulla fronte gli occhiali per guardar in faccia il piloto. − Qui si rifà punto fermo, Messere!

− E sì che su questo ponte, come lo chiamano, si balla meglio dei trottoli! disse Floriano, che stava sempre dietro al padrone come il cherico a Monsignore, e non camminava sul cassero se non appeso per maggior sicurezza con ambo le mani a due funi della manovra.

Il nocchiero, non badando ai versacci del sagrestano, spiegò al gentiluomo la furberia dei due venti, che accapigliandosi fra di loro, li inchiodavano nel bel mezzo di una tempesta senza fine nè ragione; e secondo lui non v’aveva modo di cavarsela; chè se ai due venti fosse piaciuto di continuare la bega per due settimane, e per due settimane bisognava metter alla prova la pazienza.

− Ma se ne saltasse fuori un terzo? domandò con un filo di speranza il Barone, che nello studio della vita aveva dimenticato la rosa dei venti.

− Allora sarebbe un altro par di maniche; rispose il piloto − e per amore o per forza esso finirebbe col pararci o in Europa o in Asia o in Africa.

− In Africa ci sono dei peccatori assai ricchi; mormorò Floriano; li persuaderemo a far la limosina per le anime del Purgatorio.

− Pitagora non aveva torto; riprese dal canto suo il nipote del Barone Clodoveo. − Ci vuole l’unum o il trinum per andare innanzi, e anche la virtù....

Ma il mare si faceva sempre più grosso, e convenne lasciar in panna la filosofia per lasciar parlare lo stomaco.

IV.

− Come ti garbano i viaggi di mare? − domandò il Barone al fido segretario un dodici ore dopo, quando il Libeccio trionfante rimise lena alla nave; ned egli avrebbe osato movere una tale inchiesta, finchè il disagio e i pericoli del loro stato davano motivo a Floriano di rispondergli contro i suoi desiderii.

− Tutto è vivere; rispose pecorilmente il buon Segretario.

− Sicuro! soggiunse l’altro; e il tuo sarà un vivere nel sacco, se viaggerai le terre di Cristianità guardandoti sempre le unghie. Ecco, tutti si movono, tutti si affaccendano sul legno, e tu solo te ne stai ritto in panciolle, come il Rettore quando si fa incensare!

− Vossignoria comandi! bisbigliò Floriano.

− Vossignoria, vossignoria! borbottò il Barone. − Anche tu hai la tua testa!... Osserva dunque, ragiona, ti istruisci delle cose marinaresche!.... Sai pure che io sono uscito dalla mia biblioteca per vedere un po’ quanto si combinino colle regole di sapienza i negozii di questo mondo.... Ora tu devi essere uno de’ miei cannocchiali, caro Floriano!... Datti dunque attorno, studia, giudica, riferisci; affacciati se non altro al finestrino per veder la testa del pesce cane, il quale dev’essere una persona di questo mondo anche lui.

Il sagrestano arrossì, come una giovinetta che nel ballar la quadriglia s’accorga di perder una calza.

− I pesci cani veduti così da vicino non mi hanno figura di persone oneste: rispose egli balbettando.

− Monta dunque sopra coperta, e mescolati un poco alla gente, ripigliò il Barone.

− Vossignoria non ha forse badato a quelle due signore che s’imbarcarono con noi a Cagliari? soggiunse con voce sommessa e tremolante Floriano.

− Vi ho badato come si bada ad una nuvola che passa; rispose il gentiluomo.

− Io vi badai......... forse con minor riserbo; ripigliò il maggiordomo. − Si ricorda, Vossignoria, come sono vestite, e quali attucci vanno facendo, e come parlano alla lesta con questo e con quello?... Non vorrei!......

− Ah, questa è famosa, Floriano!... Mai paura delle tentazioni! Fatti coraggio!.... non vi sono soltanto quelle nobili donne sul cassero; v’hanno marinaj e passeggieri in buon dato; quando si viaggia per istruirsi non bisogna guardar tanto per sottile!

− Oh signore!... Si figuri!... bestemmiano come Turchi coloro!

− Non importa, quando si tratta di imparare......

− Eh, sì!..... di quanto mi son io avvantaggiato dappoichè distinguo le ancore dai catenacci, e le vele di pappafico da quelle..... da quelle di trinchetto?....

− Ma non capisci proprio nulla, non sei buono a nulla tu!? gridò spazientito il Barone.

− Se ben ne sovviene a Vostra Eccellenza io le ho sorretto la catinella per tutta la notte passata; soggiunse modestamente il cameriere.

− Sicuro! e vi cascavi sopra con quel tuo testone assonnato! e sì che il vascello traballava che pareva ubbriaco!

− Effetto della mia coscienza tranquilla!

− Ottimamente!... fosti per dire che la mia coscienza è meno tranquilla della tua?

− Non fui per dir questo; ma certo di lassù si dispensano le grazie anche a chi meno le merita.

− Arrogante, e imbecille! sclamò l’ultimo rampollo dei Baroni di Nicastro; − che sì che il Signore vorrà preferir te a petto d’un personaggio par mio!

− Vossignoria dimentica che davanti a lui non vi sono distinzioni di rango; disse il sagrestano.

− Ah, pezzo d’asino!.... oh, ingrato segretario! fai a me di cotali prediche?....... Vuoi vedere ch’io metto sul momento alla prova quella tua violenta antipatia pei pesci cani!...

− Per carità, signor Barone.

− Non c’è carità per chi mi perde il rispetto.

− Ma io rispetto, anzi venero l’Eccellenza Vostra.

− Smentisci dunque sul fatto quelle tue birbonate!

− Ho detto la verità, signor Barone.

− La verità te la darò io.

− La verità è una.

− Ah! ah! ci vuole un terzo per metter pace nella disputa; disse il padrone della tartana, intromettendosi

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fra i due litiganti con due boccate di fumo della sua pipa che li fecero tossire ambidue.

− Ha ragione costui! mormorava il Barone tra sè, squadrando il marinajo in cagnesco, come un fanciullo cui fu tolta una mela. − Il terzo ci vuole perchè le cose vadano sui loro piedi! ed io me la prendeva con questo capo di Floriano, il quale pur comprende benissimo che la verità è una!... Io me la prendeva con lui, mentre l’era tutto effetto di malattia numerica.... Andiamo a pigliar aria; continuò a voce alta.

E infatti salirono sul ponte d’onde lo sguardo comprendeva una calma infinita di mare e di cielo.

− Ecco Genova! disse loro il piloto stendendo la mano verso alcuni punti biancheggianti che si discernevano sotto la nebbiosa fascia dell’Apennino.

− Che ora sarebbe per avventura? chiese precipitosamente il Barone.

− Le due in punto; rispose Floriano guardando sul suo orologio di argento col quale soleva registrare la meridiana di Nicastro.

− Le due?... non lo credo!... non sono le due.

− Ma sì.... son proprio le due.... Battono ora al pendolo del capitano; dissero alcuni della ciurma.

− Maledette le due! strillò il Barone, volgendosi colle pugna tese al suo scudiero; – dimmi le dieci, dimmi le ventiquattro!.... Ma ti vendo per due palanche al primo Saraceno che incontro se hai cuore di dirmi un’altra volta che sono le due!

I naviganti onorarono il Barone d’uno di quegli sguardi che onorano poco assai l’umana specie e che dicono con allegra compiacenza: Ecco un matto da legare! − Le due dame di Cagliari si fecero l’occhiolino, e il solo Floriano, rimasto imperterrito come l’uomo giusto, pose l’orologio nel taschino, levando le palme al cielo e chinando la testa con un atto di religiosa e tartufesca modestia.

− Sfido le stelle, brontolò il Barone, sfido le stelle ad essermi propizie in codesta città!.... Proprio alle due doveva vederla per la prima volta!... Proprio alle due!... Se tardava un’ora scommetto che ci avrei trovato la Repubblica di Platone!....

V.

− Pure gli è un bello e maestoso spettacolo!.... diceva il medesimo signor Barone, ammirando sull’entrata del porto i marmorei palazzi, i verdi giardini e le incantevoli costiere di Genova. − Certo se io non fossi nato in Sardegna, vorrei nascere sopra questa bella riva, e Genova gli è il solo sito del mondo nel quale m’accontenterei di far dimora se gli angeli portassero in Paradiso il castello di Nicastro, che è il più bello, il più comodo, il più grande ch’io m’abbia veduto giammai! − (Egli non ne avea veduto altri)....

Dio sa a quale altezza avrebbe poggiato l’immaginativa del Barone nel parallelo di Genova con Nicastro se non sopraggiungeva a svagarlo il battello dei doganieri.

− Volta, piloto! volta; gridavano essi, levando le braccia. − Al Lazzaretto! piega al Lazzaretto!

− Come, al Lazzaretto? sclamò il Barone, crescendo d’una spanna sulla sua corporatura per la stizza e la sorpresa.

− Forse siamo appestati? disse pacatamente Floriano, che gli era alle calcagna.

− Appestati un corno! gridò Sua Signoria. − Io sono il Barone di Nicastro!.... Io ho fatto per tutta la mia vita quello che ho voluto....

− Dov’è stata finora Vostra Eccellenza? chiese la più bruna e paffutella delle due Dame di Cagliari.

− Capperi! rispos’egli; − nella mia Biblioteca.

− Ora la vede che il mondo non è una BibllotecaBiblioteca; riprese quella; e così molte volte le occorrerà fare secondo la volontà altrui.

− Oh, vi dico di no! strepitava il Barone; − vi dico e vi ripeto di no!... Ora sta ne’ miei diritti di sbarcare a Genova e non al Lazzaretto!... E se mi si volesse usare soperchieria gli è segno che non mi conoscono a fondo questi cialtroni! Leverò a romore tutta la Sardegna, metterò in arme i miei vassalli. Animo, Floriano!.... tirate fuori le vostre pistole.

− Per ubbidirla; rispose il maestro d’armi di Sua Eccellenza, facendo per aprir un baule.

− No, carino; aspettate che siamo al Lazzaretto per dar aria alle robe vostre; disse uno de’ due doganieri, che dal battello eran venuti sulla tartana, trattenendo pel braccio Floriano.

Questi s’ostinava ad adempiere i comandamenti del suo generale in capo, il Barone schizzava fuoco dagli occhi, quando s’intromise anche per questa volta a sedare la zuffa il padron della barca.

− Signor Barone, bisbigliò esso in suono di rimprovero all’orecchio del nobile corrucciato; ma le pare!?... appiccar rissa con due doganieri?

− Due doganieri, due doganieri! masticava fra i denti il Barone − facciano ogni male a loro posta che il numero li favorisce. – E alzò gli occhi a Dio come per fidare a lui la sua querela.

− Tenti piuttosto colle buone; tornò a susurrare il marinajo, e volgendosi al caporale di finanza domandò a voce alta cosa volessero dire quei nuovi incagli.

− Nulla; rispose quello − senonchè oggi alle due capitò ordine dal Governo di sottoporre a quarantena le pratiche d’Africa e di Sardegna.

Floriano, in questo mezzo, indettato dal padrone, erasi fatto d’accosto al caporale e lo tentava furbescamente del gomito.

− Cosa volete? gli fu chiesto con piglio un po’ ruvido alla seconda picchiata; ma l’accorto uomo si rabbonì al suono lusinghiero d’un certo numero soffiatogli nell’orecchio dal sagrestano.

− Quand’è così vi posso far passare; soggiunse colui addolcendo la voce; siete voi solo e....

− No, che non son solo! sclamò Floriano inorridito togliendosi il cappello nel designar il Barone.

Al gabelliere si stesero le braccia lungo la persona che parvero incollate.

− Allora proprio non potrei neppur per un milione! diss’egli a rauca e melanconica voce.

Floriano tornò al principale, da vero diplomatico scornato, e significò il triste inevitabile impiccio nel quale si trovavano per essere in due anzichè in uno.

− Eh, che uno d’Egitto! gridò l’illustre castellano; − se io avessi condotto da Nicastro anche Madonna Nicefora, che non vuol muoversi per amore delle sue galline, ci dò il capo che a quest’ora saremmo sul molo di Genova!..... Unum aut trinum!.... se no si zoppica sul primo passo, capisci Floriano?

L’obbediente servitore fece un atto di profondo ossequio, che pure ebbe il merito di non dire di sì: indi si diede a pensare cosa mai poteva essere la quarantena, e come potete figurarvelo non venne a capo di imberciare nel vero.

– Che fosse una specie di tortura? pensò egli con un brivido; ma dappoi gli parve atto pusillanime il rifuggire anche dalla tortura, e cominciò a mormorare Pater noster con quel che seguita.

Il signor Barone intanto, ajutato dalle dita, riduceva a numeri tutto ciò che gli capitava sott’occhi. Scoperse prima di tutto che due sono le punte dei vascelli, la poppa e la prua, due gli alberi delle tartane, sulla qual specie di naviglio giurò in cuor suo assai prudentemente di non avventurarsi mai più; due erano i doganieri, due le Dame di Cagliari e le finestre del Lazzaretto.

– Giurabbacco! le son proprio ventidue! sclamò fregandosi la fronte il nobile viaggiatore, dopo averle contate e ricontate. − Ventidue finestre e due porte a due arcate cadauna!....

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− Come faremo a non buscar la peste in questo ergastolo! soggiungeva egli montando la gradinata del Lazzaretto, e contandone gli scalini ch’erano per l’appunto otto, vale a dire, due volte due via due; − fortuna che ci siamo in molti!... veh, veh, anche le due dame di Cagliari vengono con noi!..... Qual barbarie!... neppur alle signore si concede la libera pratica!

Lì Floriano non istimando di suo gusto quella fermata del Barone, lo tirò per la falda, accennandogli di avanzare.

Già il Barone gli si voltava contro con due occhi da basilisco, quando sopravvenne un facchino carico di bauli vociando: − Largo, largo! avanti signori!

Padrone e servitore, provvedendo alla salute delle proprie gambe, si salvarono sotto il portico del Lazzaretto, e di là passarono nel cortile interno, ove erano due pozzi, due fichi selvatici e due cani che ringhiavano alla catena con un bel pajo d’occhi per capo. Il gentiluomo si vide in male acque, tanto più che la stanza assegnatagli guardava per due balconate sopra un terrazzo dove passeggiavano due sentinelle.

Si ritrasse perciò dalla finestra, e siccome per la camera non v’aveano ingombri di tavoli o di seggiole, sedette sopra un baule e appoggiò la testa sopra un altro, pensando ai numeri, alle dame di Cagliari, e al frutto ricavato fino allora da quel viaggio per la riprova del suo sistema della virtù.

– Basta! pensava egli; – quelle signore mi hanno ottima figura! esse saranno i primi argomenti a posteriori per provare l’utilità della mia teoria...... Quasi quasi andrei a visitarle!..... No, sì,..... sì,.... no....

Floriano intanto, ritto dietro di lui, contemplava il disordine della sua parrucca con qualche sentimento di compassione pel povero sagrestano cui all’indomane sarebbe toccata la bazza di pettinarla.

VII.

− Messer Floriano, saltò a dire tutto ad un tratto il feudatario di Nicastro col suo più gotico cipiglio da Medio Evo, − scendete dal signor Guardiano del Lazzaretto, declinategli sillaba per sillaba il mio nome, cognome, titoli, qualità e privilegi, acciocchè ci sia apparecchiata una dimora confacente al nostro decoro.

Il maggiordomo teologo uscì gravemente dalla stanza, ove ebbe a tornare dopo brev’ora rovesciando a piedi del padrone filosofo due smilzi materassi e quattro queruli cavalletti.

− Cos’è questo sbaraglio? chiese l’ingenuo viaggiatore di Sardegna che nel frattempo s’era svagato a contare i travicelli e le ragnatele del soffitto, i mattoni del pavimento, i vetri delle finestre, e i chiodi delle muraglie con pochissimo conforto della sua grand’anima virtuosa.

− Ecco il letto di Sua Eccellenza.... ed il mio: rispose con cristiana rassegnazione Floriano, frapponendo come sapeva meglio alle due clausole della risposta, e collo svamparsi della voce e coll’umiltà del gesto e col chinar delle palpebre quell’infinita distanza che Dio pose fra un’alabarda di palazzo e uno smoccolatoio di sacristia.

− Capisco un pochino! brontolò il Barone − converrà farsi Ateniesi ad Atene, come voleva Anacarsi, e perciò Lazzari al Lazzaretto. D’altronde la virtù è un gran conforto; nè dormendo con santa pazienza sopra un materasso, invidierò punto le rose di Sibari e i profondi piumini di Nicastro. Ciò nondimeno la pazienza non impone di mettersi a mucchio col servidorame!.... − Signor Floriano; aggiunse meno sommessamente; stendete il mio letto qui fra la porta e la finestra; il vostro potrete acconciarlo sul corritoio, e tenetevi pronto ad ogni mia chiamata.

− Obbedisco; rispose il fedel servitore persuadendo i cavalletti a voler prestare il loro uffizio sotto il materasso del padrone. − E tuttavia, riprese con un sospiro, la persona più sventurata che respirò sotto questo tetto non è per certo la persona di Vostra Eccellenza!

− Lo credo bene! disse Sua Eccellenza con un sorriso di compiacenza. − La virtù ha le gambe lunghe, e galoppa un buon tratto innanzi della fortuna.

− Per arrivar dove? chiese sottilmente il sagrestano.

− Per arrivare..... per arrivare.... oh bella! per arrivare dove arrivano tutti: soggiunse il Barone.

Bel costrutto d’essere virtuosi! avrebbe sclamato un papagallo. Non così Floriano, che avrebbe ingoiato un epigramma a rischio di creparne, anzichè sputarlo in viso alla morale.

− Le disgrazie; soggiunse egli stendendo le lenzuola; sono come il lievito nel pane, fanno crescere la virtù.

− Dov’abita virtù non possono essere vere disgrazie; rimbeccò trionfalmente il Barone.

− Saranno dunque false; continuò Floriano; ma sempre degno di compassione. Dabbasso, per esempio in una stanzaccia da mettervi a maturare le sorbe, vidi quelle due signore venute da Cagliari, delle quali credo non sian mai vissute dopo Giobbe più infelici creature. Si figuri che, a quanto ne disse il guardiano, la guerra delle Indie le ha fatte orfane, la febbre gialla vedove, un naufragio povere, e l’avarizia del Capitano nude affatto fin dell’ultimo quattrinello!

− Esse sopportano con filosofica giovalità le dure percosse del destino; rispose il Barone avviato ad uscire dalla stanza − andrò a consolarle com’è mio dovere.

− Perdoni! tocca al limosiniere; oppose Floriano sbarrandogli l’uscita.

− Il gran babbione che sei divenuto poichè perdemmo di vista il campanile di Nicastro! ribattè il Barone. Vorresti trattare due nobili dame come le fossero cenciose di Campidano?.... Alessandro tenne ben altri modi colla sventurata famiglia di Dario!.... Ti ripeto che andrò io stesso.

E in ciò dire, rimosso d’un gesto il zelante limosiniere, s’avviò pel corritoio, scardassando il pizzo dei manichetti.

VIII.

Le due dame erano a que’ giorni di Cagliari com’erano state di Genova, di Napoli e di Venezia e d’altri molti paesi nei tempi addietro: viaggiavano esse principalmente per piacere; non per lesineria come i Lordi del Regno Unito; non per pettegolezzo, come i savants degli ottantasei dipartimenti; non per estri romantici, come i discepoli di Bürger, il poeta degli scheletri; non pel quieto vivere, come gli Spagnuoli; non per superbia, come gli Americani; non per seminar genovine, come taluno che però io non conosco; non pel ruzzo di pelare, come molti altri che conosco; e nemmeno per puro piacere, come i Milanesi che vanno a Monza. Viaggiavano, dico, pei piaceri più o meno puri di sè e degli altri, preparando forse materia a qualche Dramma o Commedia della nuova scuola Dumas. Del resto innamorate a prima vista della storica figura di Sua Eccellenza, e conoscitrici della natura umana e delle sue bizzarrie s’erano ingegnate mirabilmente per adescarlo alla loro conversazione; e piene di fede nei proprii accorgimenti attendevano di minuto in minuto la sua visita diplomatica. Tutto per amore schiettissimo della scienza, come usan dire i letterati; e per ardenza di carità, come direbbero i moderni filantropi, o quegli altri filantropi sdentati, che grattano le gengive ai novellini, credendosi con ciò di tenerli a balia in perpetuo. − Pertanto le due dame sedevano fraternamente su un solo baule; e il baule era di pelle d’asino genuino; sdruscito, spelato, roso dai sorci con qualche borchia d’ottone luccicante qua e là, come raggio di sole tra nuvoli folti; al quale s’aggiungevano, sorelle del triste pellegrinaggio, una scatola di cartone su cui, ai segni visibili, qualche candela di sego aveva finito la propria esistenza, ed una bisaccia da notte, che con alcuni anelli di ferro penzolanti dagli orli attestava ancora la vetusta qualità di cortina. − Dopo ciò chi vorrà sostenere che la condizione degli uomini non si rileva, piuttostochè dai bernoccoli del cranio, dall’aspetto delle loro valigie?

Il Barone muto muto mosse tre passi verso le due dame, a due inchini per ogni passo; ma se taceva, non mancavano ragioni, e appunto per essergli ito il cervello fra le nuvole, il torso e le gambe si addebitarono di far le sue veci.

− Le sono due! mulinava egli. − Peggio che peggio!... Non ci aveva pensato!.... Tuttavia se io mi ci metto diventiamo tre!... Di meglio in meglio!... anche questa la m’era scappata!.... Pitagora, Plotino, il Barone Clodoveo possono star contenti che la mia virtù è a cavallo d’un bel numero.

Intanto una delle due ninfe approfittò della tregua per nicchiarsi nel vano d’una finestra, l’altra per acconciarsi con miglior grazia le pieghe e direi quasi le rughe dei suoi otto camuffi: e ambidue si mordevano le labbra, mentre l’ideologo protettore cercava nelle fibbie delle scarpe una classica ispirazione.

− Nemo propheta in patria! disse finalmente il Barone alla più vistosa ed accivettata delle due, che sedeva sul baule, come Cleopatra nel famoso carro di Venere. − La signora; continuò egli; fugge il paese natale!

− Il nobile Barone ha colto nel segno, rispose la Dama; − fuggo il paese natale, dove i beni del defunto marchese mio marito furono confiscati.

In nome della nobile Marchesa; soggiunse il Barone con ambedue le mani sul lato sinistro del giustacuore; io moverò lite al Fisco, se osò farsi reo d’una sì nefanda ingiustizia.

− Tutt’altro; ripigliò la signora − Il marchese era partigiano... del Bey di Tunisi.... e meritava di essere appiccato....

− Canchero! sclamò il Barone.

− Dunque, proseguì l’altra; il Fisco aveva ragione; e a me, se non dispiacesse di veder capovolte colla poligamia le sante usanze della cristianità, resterebbe unico scampo il gettarmi fra le braccia del prelodato Bey.

− Non lo faccia! gridò con atto di orrore l’erudito gentiluomo. − È un Turco, un rinnegato, un ladro di mare colui!

− Infatti venni a Genova! bisbigliò carezzevolmente la Marchesa. Ma segga un poco; la prego, caro Barone! − E lo mise a parte del suo baule.

− Forse; le susurrò il Barone all’orecchio accennando la compagna nascosta modestamente nel suo cantuccio; forse anche la signora è il disgraziato rampollo di qualche nobile prosapia!

− Che!.... che!.... strillò la marchesa − caro Barone, mi farà perdere la stima del suo bel naso.... Colei è nè più nè meno.... della mia nutrice.

Il poveruomo balzando in piedi fece crocchiare le antiche vertebre del baule; e tutta l’anima gli si scompose per l’improvvisa maraviglia: soltanto l’ingenuità rimase imperturbabile, come l’olio nella lampada allorchè il vento combatte, divide, allunga, preme e attortiglia la volubile fiammella.

− Non ne prenda stupore, carino; ripigliò tossendo la dama, − se madonna Rosaura mi è tanto domestica, ciò si usava in Grecia alla corte del re Ciniro.... come mi spiegava una prima amorosa....

− Piuttosto; la interruppe il Barone, mi dà cagione di sorpresa la fresca età di madonna Rosaura.

− Oh per questo poi la cosa è chiara; soggiunse l’altra; prima di tutto Rosaura ringiovanisce nelle disgrazie, come si vede comunemente. In secondo luogo, ella mi vuota ogni mese quattro fiaschetti del balsamo di lunga vita. Da ultimo poi, mia madre ebbe la testardaggine di volere ch’io allattassi fino a dodici anni compiti, e costei fu per l’appunto l’ultima delle mie balie.

− Corbezzoli!... e i denti? chiese il filosofo.

− Eccoli! rispose la dama mostrandone trentadue, candidi e affilatissimi l’uno meglio dell’altro. − Il Barone smarrì la bussola del ragionamento, e s’acconciò di bel nuovo sul baule, che gemette, forse di piacere, per la buona ventura capitata alla padrona.

− Eccoli; tirò innanzi con una languida occhiata la Marchesa, rabbellendo con un sorriso que’ trentadue birboncelli affamati. − Eccoli a dirmi, ogni qualvolta mi guardo nello specchio, ch’io non son più una bambola da starmi appesa al seno della nutrice!... − E tuttavia; riprese indi a poco sfregolandosi dagli occhi una lagrima; son condannata a fare d’una fantesca la mia compagna di letto!... − Oh no!... questo non sarà mai!... Piuttosto voglio dormire su questo suolo ammuffito!... Piuttosto.... − Uno scoppio di singhiozzi vietò sul più bello la parola alla simpatica Marchesina.

− Oh sì!... la si dia coraggio!.... Ella ha tutte le ragioni! veniva dicendo il Barone, accostandosi a lei, rasciugando quelle lagrime preziose, raccogliendo quasi colle labbra quegli ardenti sospiri, − anch’io non acconsentirò giammai d’aver comune la stanza col mio maggiordomo!...

− Come si ha a fare! mormorò piagnucolando la Marchesa.

− Come si ha a fare! balbettò trepidante il Barone.

− Ecco; diss’ella con eroica fermezza, − in nome del vero onore, a lei, signor Barone, io chiedo ospi-

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talità e soccorso. I padroni stieno da padroni, i servi coi servi, e la Providenza pensi al resto.

− Cioè... cosa si intende?... cosa significa?... mormorava il Barone trafelando, come dopo una lunghissima corsa.

− Io pianto le mie tende nella sua stanza; sclamò la signora coll’accento ispirato d’una martire; − alla sua fede commetto me, il decoro, l’onor mio, come a padre figliuola (e in ciò dire gli si appendeva al collo con tenerezza piucchè figliale). Guai a chi calunnia le anime di alta levatura!

− Guai! ripetè il Barone con una vocina da moribondo.

− Del resto, proseguì la Marchesa, il guardiano mi ha permesso l’uso d’un vecchio paravento; e quanto a donna Rosaura io la affido al rispetto e alla costumatezza di messer Floriano. − Avete capito, cara Rosaura?

Costei si volse con un profondo inchino, e la Marchesa, issata a stento dal baule la lunga persona del suo protettore, lo trasse per mano fuori della camera, e su per la scala fino alla stanza, dove Floriano attendeva il padrone, snocciolando la corona.

− Che ci fa quel letto nel corritojo, messer Floriano? disse la Marchesa, − riportatelo al suo posto!

Floriano guardò il Barone e fece come gli era comandato.

− Messer Floriano, scendete dal guardiano a prendere quel paravento che mi promise un’ora fa; disse ancora la Marchesa, e Floriano scese e tornò in brev’ora col paravento.

− Più lontani quei due letti.... più lontani ancora!... stendete il paravento per lo mezzo.... Così, va bene!... Ecco d’una stanza fattene due, e sfido qualunque chiettino a prenderne scrupolo!... Messer Floriano, vedete che si fa bujo... accendete la candela!

Floriano interrogava d’un’occhiata il Barone, e ubbidiva di volta in volta: corse dunque ad accendere la candela, e il Barone stesso colle sue nobili mani trasse dal baule una venerabile bottiglia di unguento pei calli, onde farne un candeliere.

− Lo prenda pur lei; disse porgendolo alla Marchesa, e ritirandosi nel suo scompartimento sotto la finestra:… in quanto a me.... se mi riesce.... dormirò allo scuro!...

− Grazie; rispose la Marchesa salutandolo d’un gesto. E voltasi poi a Floriano che apriva gli occhi e la bocca come tre borse da elemosina:

− Messer Floriano, la riverisco; aggiunse con un nobile cenno di commiato. A lei resta affidato l’onore di madonna Rosaura.... Non ci troverà letti dabbasso, perchè il guardiano ne aveva uno solo, e quello va lasciato alla Dama; tuttavia s’ingegnerà con qualche schiavina; e del resto le notti non sono ancora molto fredde!.... A proposito, dica a Rosaura di salire a spogliarmi prima di coricarsi. Caro messer Floriano, felice sera!....

E il buon maggiordomo si trovò al perfettissimo bujo nel corritojo perchè la Marchesa, dopo averlo riverito e sospinto fuori dell’uscio, gli avea chiuso la porta sul naso.

− Felice sera anco a lei, signor Barone! gridò la buona signora.

Un sospirone le rispose dall’altra parte del paravento, e poi un grazie così sottile che cavava le lagrime. − Che il filosofo ripensasse prima di addormentarsi alla vanità delle sue previsioni circa al bel numero della virtù?... Scusatemi; ma non lo credo.

VIII.

Presto arrivano alla Zeta quelli che cominciano dall’A; figuratevi poi coloro che saltano di piè pari una buona metà dell’alfabeto! Al sonno felicissimo della Marchesa successero, per un lazzaretto, veglie da Principessa: ella fece alto e basso, ordinò, sgridò, schiamazzò, e tutti furono contenti: recise la coda del Barone, gli gettò la parrucca dalla finestra, unse col Macassar la sua nobile chioma, gli comperò dallo scrivano della tartana un pajo di scarpe senza fibbie, e tenne per sè le fibbie ch’erano d’oro; gli proibì di inforcare que’ suoi occhiali da gufo e lo ammaestrò a saldarsi nell’occhiaja una lente volante. Il filosofo torse, ritorse tutti i muscoli facciali, e ottenne per le prime lezioni un sufficiente risultato; la lente stette al suo posto: ma per tenerla gli conveniva chiudere le palpebre e guardare coll’altro occhio − Povero filosofo!.... poveri dobloni tesoreggiati dagli avoli e dagli arcavoli!.. − Ma il Barone non ci trovò di che ridire; perchè i voleri d’una Dama sì virtuosa, la sensibilità della sua indole, e la dolce tirannia dell’amore non sopportavano spilorcerie: tanto più che, grazie alla compitezza del guardiano, il vino di Samos, il caviale di Azon, lo stracchino di Gorgonzola, i fichi di Smirne, e i tartufi di Piemonte, lautamente imbanditi, solleticavano la verginità del suo palato. La Marchesa ingrassava a vista d’occhio, come la quaglia in un campo di frumento; madonna Rosaura riempiva di belle polpe il suo floscio corsetto, e ambedue cantavano la Primavera; il Barone mangiava, sospirava, sorrideva talvolta e dimagrava come un chiodo; Floriano si guardava le unghie dalla mattina alla sera, pregava il Signore di salvarlo dai giudizii temerarii, e dormiva al pian terreno sopra una coltre che due mesi prima aveva servito di giaciglio agli scimmiotti d’una matrona inglese: se madonna Rosaura lo stuzzicava per chiasso colle sue giullerie, egli in grazia de’ suoi sessant’anni sonati teneva duro col muso alla parete, finchè non fosse spento il lume. − Quando Dio volle il guardiano comunicò ai suoi ospiti che la quarantinaquarantena era finita e il Barone, col maggiordomo, colla figliuola adottiva e colla nutrice di questa, fu accomodato d’una lancia che lo tragittasse a Genova. In breve spazio di tempo toccarono il molo, ed ebbero addosso una furia di facchini che si contrastavano le robe loro, come le spoglie d’un campo nemico.

− Oh Caro il mio Giorgio! sclamò tutto d’un tratto la Marchesa, appendendosi al collo d’un bel tenente di cavalleria che le veniva incontro a braccia aperte. Oh marito dolcissimo!.... oh gioja del cor mio!... Con permesso, signor Barone.

− Oh sposo adorato! disse a sua volta madonna Rosaura, stringendosi al seno un grosso capitano di mare. − Serva sua, signor Floriano.

Ambidue guizzarono via coi loro eroi per un chiassuolo di traverso; il facchino le perseguitava col baule di pelle d’asino, colla scatola di cartone, e colla bisaccia da notte, il Barone e Floriano rimasero sul molo ritti, scimuniti, come due iniziali che abbiano perduto il resto della parola. Ma non si tramutarono in istatue di sale; perchè io so di sicuro che la sera stessa il Barone giaceva in un tepido letto al N.° 33 dell’Albergo dei Tre Re al civico N.° 3333; nel quale albergo incappò egli venturosamente dopo averne scartati altri dieci che portavano un tristo numero, o avevano per insegna le due Colombe e le quattro Spade. − Giaceva egli in quel letto il povero Barone, cinto per ogni lato da fiale, da alberelli, da tazzini, da boccette, da unguenti, da cerotti, sicchè non pareva uscito da poco dal Lazzaretto, sebbene più che mai prossimo ad entrarvi.

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− Oh me misero! oh me sfortunato! gemeva l’illustre infermo.

− Si consoli, soggiungeva il buon servitore; mi assicurò da basso il credenziere, che vi hanno Marchese assai più pericolose; vale a dire quelle che prendono la cosa sul serio e non per burla.

− Sciagurato!... tu non conosci e non hai studiato il valore degli uomini e delle cose! sclamò il Barone. − Ma io!... io che so la storia di Taide, di Frine e di Cleopatra!

− Si riconforti, caro padrone! mormorò Floriano. − Le disgrazie talora raggiungono anche la virtù?

− No, caro messere! rispose il filosofo, − non datevi a credere che io perda la fede nella virtù, perchè male me ne incolse una volta di darle retta troppo ciecamente!

− Si assicuri!.... non era virtù di buona lega, caro padrone!....

− Taci, ignorante, e studia quanto ho studiato io; riprese sbuffando il malato, − ti ripeto che se male me ne incolse, restami la pazienza che fa del male bene. Ma un’altra volta, lo giuro innanzi a te, messer Floriano! non mi fiderò mai e poi mai di stare in due in una Camera!.... Due!.... numero fatale.... numero pestifero!... Ahi ahi ahi! fece il Barone che s’era dimenato un po’ troppo.

− Cosa le occorre? disse il maggiordomo balzando in piedi.

− Nulla! rispose il Barone, senonchè corri subito in cucina!.... Chiama uno spazzino, un cameriere, un guattero; ma torna con qualcheduno che ci faccia il terzo, altrimenti ho timore che, contendendo fra noi, finirò una volta o l’altra col romperti nel capo questo...

Non era un’arma da Barone, ma che pure in certi frangenti è necessaria anche ai Baroni, quella che brandiva con piglio minaccioso nel pronunciare queste parole; siccome poi egli si tenne dal nominarla, così me ne dispenso anch’io, lasciando al pittore la briga di farvela conoscere, se ciò gli aggrada.

(Continua)

X.

Guarito appena, il signor Barone corse a ringraziare il Preposto delle Dogane per alcune casse venutegli di Sardegna senza tardanze o rimescolamenti di gabellieri; il signor Preposto fu compitissimo col signor Barone; si alzò in piedi, gli offerse una seggiola, gli parlò amorevolmente di gabelle e di filosofia, e lo raccompagnò fin sulla scala invitandolo ad onorar la sua casa: delle quali cose il Barone restò abbarbagliato come di squisitissime cortesie. Senonchè, essendogli venuto ad orecchio come nel paese fossero due partiti accanitissimi l’uno contro l’altro, non sapeva darsi pace pel povero Preposto, costretto a far suo pro’ d’alcuno di que’ due termini fatali.

− «Voglia o non voglia converrà ch’egli stia o con questo o con quello! pensava l’ingenuo Barone − e scommetto che al primo abboccamento io gli leggo chiaro nell’animo!

Il fatto sta che quando egli s’intromise in casa al Preposto per la prima volta, vi trovò invece dell’affabile Magistrato due affabilissime signore; ed erano sua moglie ed una figliuola da marito: proprio, già m’intendete, una di quelle formidabili creature, che fiutano i gonzi per l’aria e cercano nel matrimonio, direi quasi, giacchè siamo appena usciti di Lazzaretto, una patente di libera pratica. Ma il Barone aveva imparato di fresco l’abbicì, e adoperò in maniera che la compagnia non si riducesse a quel pericoloso numero due. Finalmente, venuto il Preposto, le dame si ritirarono, e il ragionamento volse, secondo il desiderio del Barone intorno alla ragione di Stato, e ai due partiti che ne agognavano le nozze.

− Ecco, caro signor Barone; conchiuse il Preposto. Io sono pagato per fare il dover mio, e non è certo Pitagora quello che mi paga. Voi, ragionandola colle vostre fisime, mi vedete a mal partito col ridosso di que’ due termini contraddicenti che si contendono la mia coscienza; io, invece, scusatemi, anche argomentando col metodo aritmetico, mi stimo l’essere più felice e ben disposto dell’universo. A destra ho un partito che mi tira per di là (tenete a mente: e uno!) a sinistra ne ho un altro che mi tira per di qua (e due!) nel mezzo poi vi è l’ultimo numero trino e conciliatore, vale a dire il partito mio, proprio di me, (e tre!)..... e con questo io sto saldo fra gli urti del primo e gli sforzi del secondo, come un sordo fra due muti. Ecco, ve lo dico io, la sublime regola Pitagorica applicata secondo il mio giudizio alla virtù burocratica, conosciuta anche in commercio per virtù del primo del mese!....

Il Barone si sprofondò il cappello fino sul naso e corse via a rompicollo indarno richiamato dall’arcadico Preposto. Corse corse fino ai Tre Re, dove giunto, si gettò costernato fra le braccia di Floriano, del casto Floriano che con sì virtuoso cipiglio aveva difeso la sua castità teologale dai mondani sguardi della Rosaura. –

− Rispondimi!... diss’egli, come potè formar parola, − rispondimi, caro Floriano, quante coscienze abbiamo noi?

− Caspita!... beato chi ne ha una! rispose il teologo, riponendo il rosario.

− Hai ragione! brontolò Don Camillo − e ho paura che il Preposto l’abbia ammazzata per volerla tagliare in due!... Ah, due! due! Serpente tentatore!... Anche Arlecchino, che pur era un grand’uomo, si diede al diavolo per servir due padroni!

XI.

Il Barone pertanto non ripose piede sulla scala del Preposto; ma viaggiò dentro e fuori per molte altre case, dove, se prima ebbero a ridere del suo cipiglio selvatico, fu poi ammirato ad una voce, non appena lo si conobbe pel più dovizioso signore di Sardegna. Del resto Sua Eccellenza parlava poco, e per quanto, dopo letti i Commentari dell’arcavolo Clodoveo, avesse preso pratica in conteggiare, pure si spaventava di quell’infinito barbaglio, e moltiplicazione, e sparimento, e confusione di numeri che si avvicendano nel mondo.

− Capperi!.... sfido l’intera scuola Pitagorica a capirci un’acca! diceva talvolta fra i denti.

− Pur io ci veggo chiaro come nel mio Uffizio; rispondeva Floriano. –

− Come, capocchio che sei?

− Come?.... è assai facil cosa. Ora di birbanti e di galantuomini è un solo miscuglio; ma passati che saranno sulle tabelle mortuarie ne sarà fatta la cerna.

− Oh, asino d’un sagrestano! tu mescoli la filosofia colla teologia!.... Di una scienza ne fai due; anzi mi sbaglio, una la dividi in due. Insomma una o due, sei un cervello d’oca.

− Non importa, caro padrone. O sperare ad occhi chiusi, o impiccarsi ad occhi aperti.

− Un grande bestione è costui! borbottava il Don Camillo. Ma Floriano sotto ai settant’anni serbava, in onta alla propria ignoranza, un ottimo stomaco, con tutte le virtù fisiche o morali che ne derivano; il Barone, poveretto, ingialliva di troppa sapienza, e, pur seguitando a fiutar dietro alla fortuna le orme della virtù, guadagnava l’ipocondria. − Un giorno fra gli altri avendo udito d’uno fra i più straricchi banchieri di Genova, assai generoso e caritatevole, volle ad ogni costo aver che fare con lui per persuadersi come la ricchezza capiti talvolta tra le mani di chi veramente se la merita.

− O poveraglia! schifosa e compassionevole piaga sociale! gli venne dicendo il Banchiere sfoderando una tirata filosofica: almeno in Sardegna chi ha fame non si stanca dallo sperare in Dio!... Ma qui!?... Altro che sperare!.... Indovinate mo’ quanto mi costarono negli ultimi due anni gli Istituti di Beneficenza?..... Tremila franchi, caro Barone!.... tremila franchi!...

− Ohimè! pensò rabbrividendo Don Camillo − la millesima parte delle sue entrate, e se ne lagna! − Servitor suo, signor Banchiere! aggiunse a voce alta − non ho più bisogno dei servigi vostri.

− Come? e quelle cedole da scontarsi?

− Le terrò nel portafogli.

− E quella credenziale per Barcellona?

− Ne farò senza.

− È matto davvero! mormorò il Banchiere. − Ma Don Camillo non gli badava, ed era già in istrada pensando alla carità di certi ricconi, quando sul canto della via gli venne veduto un lampadajo tutto sudicio di aglio le mani e il grembiale, che, assediato dalle preghiere d’una mendicante, si frugava con impazienza per tutte le tasche.

− Aspettate, comare! se ne trovo ne saranno anche per voi! diceva il lumajo.

− Ne ho altri due, vedete, come questo; diceva la mendica additando un fanciulletto che scalzo e macilento le si appigliava a’ panni.

− Giurabacco! non ho proprio spiccioli: seguitava pur frugando il lampadajo.

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− E i miei tre figliuoletti muojono di fame; riprendeva la donna.

− Io invece ho mangiato or ora! mormorò l’altro palpando dentro la tasca l’unica lira che vi rimaneva.

− Per carità, movetevi a compassione almeno voi che non siete un signore! ripicchiava l’accattona.

− Sì, sì prendila, prendila! sclamò animosamente il lampadajo, mettendole in mano quella lira. − Per mia moglie e per l’Angiolina il Signore provvederà.

E la poveretta svoltò via coll’anima piena di riconoscenza, mentre pegli occhi rasserenati del suo bimbo si volgeva in viso al lampadajo la benedizione del cielo. Costui si volse per riprendere la sua pertica e la cantera dell’olio e degli stoppini; ma si sentì stretto affettuosamente fra le braccia d’un Barone di Sardegna. Figuratevi qual sorpresa, quale onore, quanta consolazione!

− Caro lampadajo, su per su, quanto guadagnate in un anno? chiese don Camillo di Nicastro.

− Trecento lire e non son molte; rispos’egli.

− Trecento lire! sclamò il Barone. Ecco che voi avete dato in una volta quello che il banchiere in un anno; colla differenza che il banchiere toglie millecinquecento franchi al bujo dello scrigno, e voi una lira dalla vostra bocca. Bravo lampadajo!.... quanti siete in famiglia?

− Siamo io, mia moglie e mia figlia; contiamo tre; soggiunse il pover’uomo.

– Tre!? Dio sia lodato! sclamò il Barone: la virtù merita ricompensa: farò la vostra fortuna.

XII.

E per quanto indi a qualche giorno Floriano lo tirasse pel gherone, susurrandogli che anche quella volta la sua non era carità fiorita, il Barone non si stoglieva dal passare le lunghe ore presso il lampadajo, beneficando splendidamente quella povera famiglia. Qual effetto ottenessero i suoi intendimenti lo dimostrarono i fatti. Il capo di casa, che infino allora per amore delle sue donne usava star sul tirato, vedendo che altri ci pensava meglio ch’egli non potesse, cominciò a bazzicare per bettole e per taverne coi peggiori arnesi del vicinato; la madre che aveva i grilli del teatro, e solo se ne difendeva col lavoro, standosi in esso intenta dal mattino alla sera accanto alla figlia, vedendosi tra mano qualche lira cominciò a correre ai Teatri Diurni, all’Opera, ai burattini, infervorandosi per una commedia, piangendo per la morte della prima donna, e scompisciando pei lazzi di Pulcinella; la fanciulla poi che era bella e non se n’era accorta, cominciò ad aver agio di ammirarsi nello specchio e di raccogliere dalla finestra in occhiate, in parolette, in sospiri il suffragio universale della gente.

− Signor Barone, diceva Floriano; badi che la ci perderà l’anima.

Ma il Barone, che se n’era invaghito come un asino o come un Pitagorico, rispondeva che va premiata la virtù tanto nella mano incallita dell’artigiano che fra le rosee labbra della cucitrice....... e tirava innanzi.

− Sai cosa ti devo dire? diss’egli una volta, stizzito oltremodo, al sagrestano − che io me n’ andrò solo a compiere il mio viaggio sì venturosamente intrapreso, e che se al ritorno..... se al ritorno.... Basta, signor segretario, allora ne vedrete di belle!

E il Barone infatti, indi a pochi giorni, pieno di sospiri e di speranze abbandonò Genova, lasciando Floriano con buone credenziali a presidio del lampadajo.

− Figurarsi se io voglio arrischiarmi un’altra volta a correre in due le poste del mondo! masticò egli fra i denti.

Ma il teologo se ne consolò, allogandosi, per sagrestano dilettante nella vicina Parrocchia, dimodochè al Piovano la limosina se ne accrebbe giorno per giorno del venticinque per cento; il lampadajo e la moglie si perdettero più che mai, l’uno per le osterie, l’altra pei teatri; e la vispa figliuola riceveva camicie a cucire dai più vaghi Florindi della città, e siccome Floriano non era gran fatto largo nella spesa per le acconciature, vendeva quella tela al cenciajuolo per comperarsi qualche gingillo, del che figuratevi se fossero contenti quei cicisbei!..... − Intanto don Camillo di Nicastro, solo e annojato come l’unità indivisibile, cercava per tutti i paesi dei due mondi la felicità nella virtù, e la virtù nella felicità; questo dualismo d’impossibile connubio e d’eterna contradizione, che, rimescolato per tutti i secoli dalla mano della Provvidenza, si divide ostinamente come l’olio dall’acqua. − Dapprima fu a Barcellona e visitò le Spagne; là ci trovò il canchero del Portogallo che di uno fa due, l’orgoglio gentilizio che si accoppia stranamente alla misera ignoranza, il valore sfruttato dalla pazzia. E il Barone aveva occhi da vedere perchè aveva studiato; e andava appunto dichiarando in suo capo questi problemi cavalcando una bella mula fra Aranjuez e non so qual altra città, quando una banda onorata di Carlisti lo liberò dal peso della borsa, gli portò via la valigia lasciandogli gentilmente due camicie e due paja di calze per sua comodità: e in quanto alle cavalcature fece osservare a lui ed al mulattiere che correndo il verno nulla di più salutare d’un pellegrinaggio pedestre.

− Ma, signori! io sono amicissimo di don Carlos, di suo figlio, e de’ suoi nipoti fino alla settima generazione! strillava il filosofo viaggiatore.

− Due sorta vi sono di amici; rispose nel partire a cavallo della mula il caporale della banda − coloro che annojano colle parole, e quelli che ajutano coi fatti, − ora voi, sì perfetto gentiluomo, vorreste rinserrarvi

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nella prima schiera, mentre potete risplendere così generosamente nella seconda?

− E poi ci vorrebbe un terzo mallevadore della vostra fede; soggiunse un altro, avviandosi dietro al capitano. − Chi vi ha insegnato a correr le Spagne con un marrano di mulattiere, senza un hidalgo della santa causa che risponda per voi?

− Sempre uno di più, o uno di meno! mormorò sospirando il Barone. − E siccome il marrano di mulattiere erasene andato coi gentiluomini Carlisti, egli riprese solo soletto il suo viaggio Pitagorico, divisando di farsi scontare una cambiale nella vicina città, e di pregare una dozzina di hidalghi di fargli compagnia fino a Cadice, ove voleva imbarcarsi per Montevideo.

XIII.

Pertanto appena arrivato a Cadice il Governatore lo volle a sè, e diessi a palpeggiarlo in sì curiosa maniera, che i sessantaquattro quarti del Barone di Nicastro si levarono a romore. E l’andava bofonchiando, che non la ci stava per nulla di abburattarlo a quel modo, e ch’egli era stato assassinato lungo la via da una banda di Carlisti, e che dalla porta di città a quella dell’Albergo un centinajo di accattoni aveva compito l’opera, e che una comitiva di dodici hidalghi appositamente soldata faceva malleveria della sua nobile persona, e che a fin fine poi egli era padrone di correre le cinque parti del mondo in traccia della virtù, e di viaggiare la Spagna con un passaporto della Regina, senzachè i grilli d’un Governatore......

− Alto là, signor mio, gli diè sulla voce il Magistrato, − Ella ha forse dimenticato che vi sono due Spagne.....

− Misericordia! sclamò il Barone.

− Sì certo; riprese il Governatore. − La Spagna della Regina e dei Ministri, e la Spagna delle Cortes e dei pronunciamentos. Ora Vostra Eccellenza ha viaggiato con un passaporto della Regina la Spagna della Regina; e un dispaccio telegrafico della Presidenza del Parlamento ci ordina di farle viaggiare per comando delle Cortes la Spagna delle Cortes.

− Uno e uno che fan due; contò sulle dita il Barone.

− Commise una grave imprudenza la Signoria Vostra, continuò il Governatore, fomentando la guerra civile col prodigar denari ad una masnada di banditi.

− Ma se le dico che mi hanno svaligiato! gridò Don Camillo.

− Non si tratta di ciò; soggiunse l’altro. − Si tratta che il supremo magistrato della nazione chiama Vostra Eccellenza a Madrid per fornire i necessarii schiarimenti su quell’accidente malaugurato.

− Ma per carità! esclamò ancora il Barone, − se io devo condurre a Madrid a tutte mie spese i miei dodici hidalghi, certo che sarò mangiato per via!

− Non abbia timore; disse gravemente il Governatore; il popolo Spagnuolo è assai frugale.

− E tuttavia... soggiunse il Barone.

− Tuttavia, s’affrettò ad aggiungere l’altro con somma gentilezza, se le tornasse più comoda una scorta di guardie nazionali, tutto sarà disposto in maniera ch’ella arrivi sano e salvo alla sbarra delle Cortes.

Infatti quattr’ore dopo il Barone di Nicastro uscì dalla stessa porta di Cadice che l’aveva veduto entrare il mattino, e fra un debito rastrello di picche e di bajonette riprese a piccole giornate la via di Madrid. Giunto nonpertanto a Granata, trovarono che vi si era fatto un pronunciamento contro il pronunciamento; che la guarnigione e i sobborghi aveano rialzato lo stendardo dei Ministri, e che la città s’era messa in arme per difendere la bandiera del Parlamento. Le guardie nazionali di Cadice furono le mal capitate; si sparò loro addosso d’ogni parte, cinque o sei rimasero morte, tre furono trattenute per ostaggi dai cittadini, e quattro fatte prigioni di guerra dalle milizie. Il Barone, mandato sossopra colla lettiga, ebbe la ventura di scivolare fra le gambe dei combattenti, e ricoverarsi nella bottega d’un fruttivendolo; ma si sentiva qualcheduno alle calcagna, e malsicuro nella bottega, s’addentrò in un cortiletto; dal cortiletto scese in un andito, infilò all’impazzata una scala, e su per essa come il diavolo. Ma aveva un bel che fare il filosofo! sempre gli stava addosso un romore precipitoso di passi, e sembrava che il persecutore fosse pratico della casa meglio di lui. Giunto in una camera a soffitta senz’altre scappatoje, il Barone saltò dentro un letto, avvoltandosi come meglio poteva nelle lenzuola; ed eccogli tosto sopra un granatiere negro come il peccato, che girava tutto all’intorno due occhiacci spiritati. Costui non tardò ad accorgersi d’un naso livido livido non ben nascosto dalle coltri, e saltò egli pure sul letto, improvvisando una coroncina di quattro o cinque bestemmie spagnolesche.

− Ah cane! hai cuore di ficcarti nel mio letto!

− Scusate; fu proprio per isbaglio; rispondeva il Barone, accapigliandosi con quell’indemoniato.

Tira di qua, tira di là, i due lottatori sudavano come ova al foco; e Don Camillo adoperava del suo meglio per tener sodo, non sapendo cosa avrebbe fatto il suo avversario dello stiletto che aveva fra i denti, una volta libero delle braccia. Finalmente in un ultimo sforzo opposto dal barone alle strappate dallo Spagnuolo, questi andò rovescione sul pavimento, e un’ala intera della sua divisa gli rimase fra le unghie. Quell’uomo, lo credereste? quell’uomo era una donna!

− Una donna! mormorò il signor di Nicastro chiudendo pudicamente le ciglia, come pronto a dimandar perdonanza.

− Sì, una donna! gridò il granatiere rizzandosi furiosamente. − Una donna che ti farà assaggiare quanto valgano in guerra le dame spagnuole!

E non erasi ancor riavuto della sorpresa, che già il povero Barone avea buscato un pajo di coltellate: un pajo, badate, nè più nè meno: dopo di che l’eroina di Granata se lo caricò in ispalla, e attraversò la mischia, fra lo scoppiar degli applausi e i fischi delle palle; nè fu contenta se non lo depose nel Palazzo di Città ai piedi del Capitano Generale.

− Vivano le donne spagnuole, le prime granatiere del mondo! gridò questi scotendo generosamente la mano della sua alleata.

− Mi vedrete sempre nelle prime file al momento del pericolo! sclamò la megera. La divisa del primo soldato che cade nella mischia veste il mio petto come una corazza invincibile! Ne ho raccolte e indossate dodici in dodici rivoluzioni, e domandate a tutta Granata se furono vendicate!....

− Sì!.... È vero!.... Le ha vendicate con usura!.... Vivano le donne spagnuole! vociavano gli arrabbiati di cui era piena la sala.

− Viva il Capitano Generale! urlò la granatiera.

− Viva, viva! risposero tutti.

La donna si precipitò dalla porta per qualche nuova impresa guerresca, la folla le fu dietro sbraitando e scalpitando; rimasero soli il Capitan Generale che aveva finito poco prima di far colazione, e il filosofo Pitagorico, che, accoccolato come un sacco di cenci, perdeva il sangue a rigagnoli. Per fortuna le due ferite non erano gravi, e con poche filaccie e alcuni spruzzi di acqua gli si riapersero gli occhi, e lo si rimise convenevolmente sulle gambe.

− Voi combattevate per le Cortes insieme ai ribelli! gli ruggì nelle orecchie il Capitan Generale.

− Cioè,... mormorò il Barone che a mala pena si reggeva.

− Por todos los e por todes les! gridò il Capitano − si sa che venivate in città con un soccorso di guardie nazionali, e non era certo per farvi gli esercizii spirituali.

− Nondimeno.... c’intromise fiocamente Don Camillo.

− Cospettonaccio! volete sempre parlar voi! sclamò l’altro con voce ancora più forte. Ricordatevi ch’io non uso dire le cose due volte!

− La fa bene assai; soggiunse il Barone: ciò potrebbe recarle disavventura.

− Quattro soldati e un caporale per far la festa a questo forestiere! gridò avvicinandosi alla porta il Capitan Generale. E come furono venuti.

− Guardate; riprese egli, rimovendo una cortina della finestra e additando al condannato le quattro guardie nazionali di Cadice appiccate in bell’ordine

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nel mezzo della piazza; guardate il bel giuoco che vi attende. Se fossimo un po’ tranquilli vi farei quattro righe di processo, ma mi scuserete per la fretta.

− Ecco la virtù ricompensata! mormorò il Barone. Tutto perchè vi sono due Spagne in vece di una!

(Continua)

XIII.

− Coraggio!.... tira diritto!.... nascondi il capo dietro la pietra! gli andava soffiando il Barone per un fesso della vetrata.

E il subbuglio s’era acquetato, e gli amici applaudivano, e i nemici ammiravano quell’uomo tristo e cencioso, che solo erasi posto a bersaglio d’alquante centinaja di moschetti senza stogliersi perciò dalla sua bisogna. Ad ogni tiro uno degli ammiratori cadeva morto, e gli altri seguitavano ad ammirare.

− Por los hiios de Granada, che l’è un prodigio! diceva un sergente veterano. E non sentì lo scoppio dell’archibugiata perchè ne ebbe traforato il cranio da un orecchio all’altro.

− Viva l’Espana!.... Viva la Regina e le Cortes!... Bravo!.... Viva la ciudad de Granada! vociavano alla rinfusa soldati e cittadini; mentre lo strano cavaliero seguitava quieto quieto, come se mirasse, sto per dire alle rondini.

Allora ad un cattivello di giornalista saltò il ticchio di rivaleggiare col facchino; e infatti, ajutandosi delle spalle de’ vicini, s’inerpicò pei pilastri d’una chiesa lì presso, fino ad un cornicione che correva sulla porta maggiore. Là acconciatosi stese il moschetto, e sparato il colpo, la palla capitò a traforare il cappello piumato d’un colonnello.

In quel momento s’udì un gran romore intorno al palazzo, e molti soldati entrarono alla rinfusa nella sala portando che la sommossa era al colmo, e che il popolaccio armato e furibondo stava per invadere la piazza. Il Capitan Generale scese a rompicollo per ordinare le milizie; i cortili e le strade rimbombavano di urli, di spari, di bestemmie, e il Barone di Nicastro solo dietro la cortina rimase spettatore pacifico del tafferuglio. La folla dopo brevi istanti sboccò nel piazzale; la cavalleria le fu addosso furiosamente alle spalle; essa si ristrinse sotto il palazzo, e le schiere del capitano andarono qua e là sparpagliate. Allora fu veramente un disordine, un parapiglia, e una carneficina spagnuola. Un mostricciuolo d’un facchino arrampicatosi per le inferriate del pianterreno montò a cavalcione dello stemma di Castiglia che ornava la facciata del palazzo, e di colà diessi col suo archibugio a bersagliare i soldati.

− D’onde viene questa tempesta? disse un di costoro alzando il capo.

− Vè! vè!...... oh che cane d’un pezzente!.... Come sta cheto al suo posto!.... Che bei tiri misurati! − dicevano molti, ristando dalla zuffa per badare alla meravigliosa audacia del facchino.

− Che è questa novità? disse costui volgendosi a guardare verso la chiesa. E, come avviene in simili casi, mille teste si volsero a guardare dov’egli guardava.

− Cosa fa quella lucertola?

− Dagli, dagli a quell’arrogante! si cominciò a susurrare fra i soldati.

− Pazienza uno; ma due non si hanno a sopportare per verun conto; dicevano molti ponendo in mira i moschetti.

Il Barone aperse furiosamente la vetriera, e uscito sul poggiuolo, prese per le spalle il facchino, cercando di trarlo a salvamento.

− Siete in due! son certo che se più tardate siete morto! gli diceva egli con voce affannata.

Ma il facchino o non udì o non volle scavalcare dallo stemma. E d’altronde l’ajuto gli veniva troppo tardo, perchè nel punto istesso cento colpi gli fischiavano intorno; e mentre il giornalista colle cervella frantumate cadeva infilzandosi nella bajonetta d’un caporale, egli, ferito nel cuore, stramazzava sulla folla, uccidendo colla percossa un capitano di stato maggiore. Il Barone si ritrasse colle falde del vestito crivellate dalle palle, masticando fra i denti qualche sanguinoso improperio al numero due. La zuffa intanto riappiccava più accanita che mai; Don Camillo rimase prigioniero del popolo, che espugnò a viva forza il palazzo; ma questo fu ripreso dal Capitan Generale e con esso Don Camillo: Don Camillo tentò di scappare per una finestra, e gli assalitori credendolo un nemico fuggiasco lo ricacciarono nel suo buco a colpi di mazza. Finalmente un corpo di milizie delle Cortes penetrò in Granata, col quale s’affratellarono le milizie del Capitan Generale; si gridarono nuovi evviva; e i baci e i canti e gli abbracciamenti furono cose da non dire. Quelli che avevano combattuto si lavarono le mani e andarono a pranzo; gli altri ch’erano rimasti nei forni e nelle cantine rividero la luce del sole, e s’impancarono pei caffè a narrare le proprie prodezze; il Capitan Generale e Don Camillo, rimasti prigionieri, furono messi in una sola lettiga, e con un buon corteo di fantaccini mandati al Parlamento per darvi ragione dei fatti loro. Convenne fare di necessità virtù, si diede il saluto a quelli che restavano, e il convoglio si pose in via dopo l’ora di notte.

− Tutto, diceva sospirando Don Camillo − tutto per quella maledetta faccenda delle due Spagne!

− Due Spagne che vi impicchino! gridò il capitano dandogli una gomitata nello stomaco − Di Spagne ve n’ha una sola, e l’è il più bel paese del mondo!

− Sono Barone di Nicastro; rispose Don Camillo – la prego ad usar meco con qualche rispetto. Del resto poi le so dire che non posso cantar le lodi della Spagna, io, che senza la minima colpa vi fui fatto e rifatto prigioniero di guerra una dozzina di volte in dodici ore.

− Tanto meglio; rispose lo Spagnuolo − segno che il signor Barone è un galantuomo − Vede ella, − soggiunse additando un cotale che veniva al paro della lettiga con un lanternino tra mano; vede ella quell’alfiere?.... Colui non fu mai fatto prigioniero in trent’anni di milizia e in cento rivoluzioni. Servì un anno la Regina, un anno Don Carlos e un anno le

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Cortes; e quello che è più bizzarro, in quell’anno che serviva la Regina servì anche Don Carlos e le Cortes; nell’anno che serviva Don Carlos servì anche le Cortes e la Regina; e nell’anno finalmente che serviva le Cortes servì anche la Regina e Don Carlos. Così giunse a mettersi da un canto cinquecento mila reali col reddito de’ quali, giubilato ch’egli sia, si ridurrà a vivere in una sua bella villeggiatura sul Guadalquivir!...

− Qual bella sorte hanno i birbanti in Ispagna! sclamò il filosofo.

− Giuraddio, me vivo, nessuno mormorerà della Spagna! gridò il Capitan Generale, menandogli ne’ fianchi la solita gomitata.

− Sono Barone di Nicastro! soggiunse inalberandosi Don Camillo.

− Scusi, rispose l’altro con un inchino. − Io son Grande di Spagna: le offro la mia protezione.

− Ne approfitterò, riprese il Barone; purchè non la impicchino come ribelle sulla piazza di Madrid.

− Eh, signor mio! disse a sua volta il Grande di Spagna − a Madrid non si impiccano i galantuomini!

− Buona questa! pensò il Barone − che fosse galantuomo davvero costui? Vediamo di sincerarcene; chè se lo fosse non dovrebbe lagnarsene con tutte le croci che gli son piovute sul petto − Scusi, aggiunse indi a poco: Io sono un Giudice di Sardegna, ella è un magnate Spagnuolo. Mi faccia una confessione!

− Caro giudice di Sardegna; rispose il Capitan Generale. I magnati di Spagna usano confessarsi al prete e dormire quando li piglia il sonno.

E ciò detto si sprofondò in un canto della lettiga e prese a russare tanto romorosamente, che più discreto per avventura sarebbe stato il sonno di alcuno fra i suoi reggimenti.

− Non c’è caso; borbottò Don Camillo accomodandosi anch’egli per dormire: quando si è in due bisogna di necessità essere corni e croce!....

XIV.

Così viaggiando deliziosamente e bisticciando col compagno, il Barone toccò alla fine Madrid; dove il Capitan Generale fu rimesso a Corte con mille cerimonie, ed egli invece, più stupefatto che mai, dovette sciupare un pajo di settimane su e giù per le scale dei Presidenti, dei Giudici, dei Segretarii e di non so quanti altri tirapiedi. Finalmente col passaporto della Regina, col permesso delle Cortes, colla protezione del Capitan Generale, col visto dei Ministri, col compatimento dei Carlisti, e col buon volere del Governatore egli entrò di bel nuovo a Cadice; e per paura delle Due Spagne non volendo aspettarvi il piroscafo, s’imbarcò addiritura sopra un trabaccolo pronto a veleggiare per Nuova York. Dopo ottanta o novanta ore di corsa velocissima, standosi egli a sorsellare il caffè nella stanzuccia del Capitano, gli avvenne di domandare a costui, se non fossero per avventura nei paraggi delle Canarie; ma gli fu risposto, che appunto prima di sera avrebbero approdato a Tunisi.

− A Tunisi!? sclamò il Barone con uno strabalzo.

− Sì, a Tunisi: ripetè il Capitano.

− E l’America? chiese il filosofo.

− L’America non si move; rispose il marinajo additando un planisferio.

− Capisco, rimbeccò l’altro dirizzandosi della persona; ma io ho contrattato un posto per Nuova York, e un patrizio di sessantaquattro quarti.....

− Non la si scaldi il fegato; riprese lo Spagnuolo − io difatti l’assicurai e l’assicuro ancora, che andremo a Nuova York; ma devo poi dirle, che a bordo sopra di me c’è anche il padron della nave....

− Ah! ci siete in due a comandare?... Non contatemene tante! ribattè Don Camillo − Son certo che andremo al diavolo!

− Non signore; continuò il capitano − il padrone vuol solamente che facciamo scalo a Tunisi per completarvi il carico di datteri e di fichi secchi.

− Ohimè! anche i fichi secchi; mormorò Don Camillo.

− Però la si faccia animo, riprese il capitano; le insegnerò a fumare tanto dida ingannar il tempo. Trenta paquitos al giorno, e, lo creda a me, le parrà che Tunisi sia una scorciatoja per Nuova York.

− Proveremo anche questa, borbottò il Barone; e si mise gravemente a rotolar fra le dita i suoi cigaretti come vedeva fare al maestro. Cionnonpertanto, fumati che n’ebbe una dozzina, cominciò la nave a comparirgli capovolta; e le seggiole gli andavano in giro per la stanza, e dei capitani non ne vedeva più uno, ma due. Se il Barone restò spaventato di questi fenomeni, io non lo voglio dire; il fatto sta ch’egli viaggiava ancora per le nuvole coi fumi del tabacco, quando due mozzi lo sbarcarono sulla terra di Cartagine. Nè quello smarrimento fu privo di alte meditazioni pel filosofo, perchè così tra il sonno e l’ubbriachezza ruminando egli certe materie di sue antiche letture, e di scorrerie Saracinesche in Sicilia, e Siciliane in Sardegna, e di guerre, e di trapiantamenti, e d’incrociature, e di conversioni, veniva quasi persuadendosi d’essere legato di lontana parentela coi Mussulmani d’Africa.

− Sì perdiana! mugolava dimenando il capo come un batacchio da campana − la è chiara come l’olio!... Nicastro, da Nic-az roem!.... Io sono per lo meno cugino di Sua Altezza il Bey!

A dir il vero, svampati quei bollori morbosi d’immaginativa, non ritrovò più il filo d’un sì peregrino ragionamento, ma gliene restò pel cervello qualche orma, e così alla lontana, scommetto che gli sembrava vedere nei Baroni di Nicastro del barbaresco più assai che non bisognasse per istabilire una loro remota consanguineità coi corsari Tunisini. E l’agevolezza della prima dimora non cooperò poco a togliergli le antiche ubbie, chè certo a primo aspetto il lazzaretto e il guardiano di Genova, e i carlisti e i galantuomini di Spagna gli erano cose più barbare della stessa barbarie Tunisina. L’albergo all’Europa ov’egli fu alloggiato da un dragomanno era pulito e spazioso anzichè no; soltanto prima di sera, come egli si dispose ad uscire per prender una boccata d’aria fresca, l’oste se gli fece presso ammonendolo di non avventurarsi pei viottoli di Tunisi vecchia.

− Oh quante Tunisi vi sono? chiese ghignando il Barone.

− Ve ne sono due; la vecchia e la nuova; rispose l’oste inchinandosi.

− Quand’è così non esco per ora; soggiunse Don Camillo stizzosamente. E infatti si ritrasse per iscrivere due epistole commoventi a Floriano e alla figlia del lampadajo.

(Continua).

XV.

L’erudito viaggiatore s’acconciò pazientemente a’ suoi ozii Tunisini, finchè la colta dei datteri e dei fichi mettesse in grado il trabaccolo di rivalicare per l’America; anzi, siccome il capitano si lamentava di alcuni pagamenti fallitigli, e lo esortava a cavarlo di impiccio mettendosi di conserva con lui in quel lauto guadagno col prestito di quattrocento piastre, esso lo accomodò d’una tal somma, e soscrisse un contrattino di società. Il Barone di Nicastro, per quanto filosofo e Pitagorico, non aveva la longanimità divota di Floriano, e comechè quella gente barbaresca non gli sembrasse nè troppo felice, nè molto virtuosa, così non vedeva l’ora di svignarsela. – Un giorno frattanto smontò all’albergo un venerabile Dervis che, avuta contezza dell’arrivo in Africa d’un tanto personaggio, bramava disputare secolui intorno a certi punti piuttosto controversi della filosofia musulmana. Dopo molto parlare e poco intendersi, Don Camillo con

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chiuse fra sè, che il Dervis era un neo-platonico, e gliene mosse dolcissima rampogna. Ma colui gli rispose, che a Tunisi non erano barbari, e che un Dervis poteva pensare e dire mille corbellerie senza che alcuno si permettesse di rivedergli le buccie. Il Barone fu sorpreso a sua volta, che in ciò egli facesse per l’appunto consistere il fiore della civiltà; al chè soggiunse il Musulmano, che all’usanza greca egli chiamava barbari tutti coloro che non la pensavano a suo modo, e perciò tutti i popoli che hanno i codici, la stampa e l’eguaglianza dei diritti in faccia alla legge.

Egli pretendeva che il Corano bastasse a tutto, e che il diritto fosse di vivere alle spalle dei deboli, secondo l’insegnamento di natura, che dà i moscerini per pranzo alle rondini, e colle rondini imbandisce la cena al ghirifalco.

– Mò sapete, sclamò il Barone, che se tutti siete d’accordo in tale opinione, è cosa veramente da strabiliarne!... Ditemi di grazia chi sa ispirare massimamente ai deboli una sì stoica rassegnazione!....

− Capperi! Sua altezza il Bey, rispose il Dervis, e a tal upo ei tiene un corpo di Giannizzeri, ch’è un piacere a vederlo.

− La faccenda cambia d’aspetto; mormorò il Barone; questo modo di persuadere puzza alquanto di tirannide!

− Allah è un solo Allah, Maometto è il suo profeta, e il Bey è l’uomo più soave e dabbene della terra; soggiunse il Dervis. – Egli d’altro non si cura che di fare le cinque preghiere al giorno, di seppellire le sue unghie, mano a mano che se le taglia, e di contentare per quanto è possibile le sue sedici mogli.

− Ma dunque? domandò il nobile filosofo di Sardegna.

− Ecco, ve la spiegherò sulle dita; ripigliò il Dervis; a Tunisi v’è il Bey che dovrebbe comandare, e vi sono i suoi servitori che comandano meglio di lui. Insomma, grazie a Maometto, ci abbiamo due governi; l’uno che pensa pel bene de’ sudditi, e l’altro che opera per l’utile di coloro che servono a quello che comanda, o che comandano a quello che dovrebbe comandare, o....

− Due, due, due! numero cornuto! gridò il Barone, dando sulla voce al Dervis – Tu drizzi la tua forca bicipite anche nel paese dei datteri! – Ma poi, riprese egli a voce più posata; come si accordano le intenzioni del Bey coll’opera molto diversa de’ suoi servitori?

– A questo penso io; rispose il Maestro Musulmano: io metto tutto d’accordo col Corano alla mano. Gli scrupoli de’ consoli Europei, e la caccia d’uomini in Nigrizia, i grilli liberaleschi di Costantinopoli, e la santa politica Maomettana, l’usure degli Albanesi, e le ruberie dei Moreschi trovano la loro ragione nella mia filosofia.

− Che razza di filosofia! disse il Barone fra sè − temo che non lo ponessi tropp’alto a crederlo un neo-platonico. − Confessatelo, soggiunse poi con un certo piglio furbesco; confessatelo, caro Abdallà; non sareste per caso Manicheo?

− Che è quanto dire? Chiese l’Abdallà.

− L’è una certa setta che ammette due principii assoluti e contraddicenti; rispose Don Camillo – l’uno del male e l’altro del bene.

− Sì, per Maometto che son Manicheo! soggiunse il Dervis – Ammetto di tutto cuore il male degli altri, purchè ne provenga il ben mio!

– Felice notte! disse fra i denti il Barone. – Meglio fumare un dopo l’altro cento cigaritos, che dar retta a cotali eresie.

Per quella volta i due filosofi si separarono, persuasi ambidue d’aver ragione; e Don Camillo mulinava fra sè che, se il sangue dei Nicastro proveniva in origine da qualche Califfo, gli incrociamenti di razza in Sicilia e in Sardegna lo avevano per fortuna miglorato d’assai. – Poco tempo dopo ebbe a scoppiare quella sommossa di Arabi che mise a repentaglio il Governo Turco di Tunisi, e mentre tutta la città stava in gran paura e costernazione, Don Camillo incontrò il Dervis che, liscio e sorridente, succhiava la sua pipa sotto l’ombra d’una palma.

Ne fece egli le maraviglie da quel dabbene che egli era, ma la maraviglia cesse il luogo allo sbalordimento, quando Abdallà gli ebbe dichiarato con tutta pace, che tra i Turchi che andavano a rischio d’esser tagliati a pezzi, e gli Arabi che correvano pericolo d’essere appiccati quando la noja o la discordia li avrebbe soprappesi, egli solo potea vivere beato, e sicuro di far festa con quelli che restavano. Infatti pochi giorni passarono e il Barone vide molte forche messe in ordinanza dinanzi al Palazzo del Bey; all’ombra di esse il Dervis e un suo confratello fumavano beatamente, narrandosi le frottole della città.

– Vedete; disse il Musulmano a Don Camillo, additando quel nuovo adornamento della piazza – la colta dei datteri ha richiamato alle loro faccende quei petulanti Beduini; ne fu fatta casa per casa una cerna, ed eccoli ora cheti e contenti come angeli!

– È un’infamia! è una beccheria! gridò il Barone – e volgendosi all’altro santone: Che ne dite voi? soggiunse.

– Salamalech! rispose costui – Allah è Allah, e Maometto è il suo profeta.

– Maometto è un boja! sclamò Don Camillo – e voi corbelli e birbanti a tenergli dietro!

Ma non avesse mai pronunciato una tale bestemmia! Il cadì se lo fece venire innanzi; e fu ventura che per le brighe di molti consoli la portasse fuori con una multa di mille piastre.

– Per carità! andava dicendo il povero Barone al capitano del trabaccolo – Salpiamo in tutta fretta, se no l’è certa questa, che io torno a Nicastro impalato.

– Colpa di Sua Eccellenza; soggiunse il capitano – Mò le pare di appiccar lite a Maometto dinanzi a due testimoni?

– Colpa vostra, marrano; gridò il Barone – il carico di datteri e di fichi dovrebbe essere allestito da un mese.

– Anche per questa volta il danno è che siamo in due; ribattè lo Spagnuolo. – Il padrone della nave è via pel deserto, e per quanto il carico sia lesto, io non posso già partire prima ch’ei ritorni. Abbia pazienza, Senor Baron! fumi dei cigaretti!

– Sarà il minor male; brontolò il Barone – Ma ricoveratosi a bordo, ne fumò tanti e tanti, che gli ebbe a scoppiare addosso una febbre cerebrale

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così indiavolata da farlo star in forse della vita per lunghissimo tempo. Quando rinsennò, il trabaccolo volava in alto mare e aveva al suo capezzale il capitano e il cuoco della ciurma.

– Dove siamo? mormorò fiocamente l’illustre infermo.

– Nei paraggi delle Canarie; rispose il capitano.

– Dunque que’ maledetti fichi sono all’ordine, e quel canchero di padrone è tornato? richiese il Barone con un fil di voce.

– Fichi e datteri sono al loro posto, e il negozio sarà buono; rispose con un ghigno da galeotto il capitano – Quanto al padrone, credo che qualche rinoceronte se lo abbia pappato, e siam partiti senza di lui!

– Ohimè! come mi casca la testa! piagnucolava Don Camillo – Almeno avessi al mio fianco Floriano!... o quella mia cara tesoruccia di Genova!... Almeno potessi spirare l’ultimo fiato a Nicastro, nel castello degli avi miei!

– Si calmi: prenda questa pozione di rhum e di tabacco; gli susurrava il cuoco.

– Si faccia coraggio; fumi un cigaretto; soggiungeva il capitano.

– O mio Dio! a chi, a chi badare? pensava il Barone. – Come salvar la pelle fra due medici di tal fatta?... Cosa rispondere adesso a quel briccone di Bruto?.... Dov’è la virtù?... dove la felicità?... – Caro Baron Clodoveo, soccorrete se vi piace al vostro misero pronipote!

(Continua).

Fuggilozio

Le Dualità
del Barone di Nicastro
–
NOVELLA

Or fa un secolo, scriveva Giangiacomo essere la Corsica il paese più vergine d’Europa. Ma dappoi l’eredità di un tale privilegio, toltole ladramente dai Francesi, fu adita col benefizio dell’inventario dalla sorella Sardegna; e forse sperò costei d’invogliare così gli sposatori, che solamente adesso cominciano a inuzzolirle dintorno. Peraltro ai tempi di cui parlo, la verginità della Sardegna non correva ancora di tali pericoli; anzi da Cagliari a Sassari la sua prole irrequieta, viveva allo scuro come un devoto uditorio sotto il tendone del predicatore, credeva a Dio, ad alcuni Santi, e a tutte le streghe della tragedia, e s’accoltellava con rara semplicità senza dar di sè contezza o desiderio al parentado oltremarino. – Notate che io non parlo del secolo passato, ma solo di nove o dieci anni addietro. Eppure come la Trinacria Ciclopica allo sbarco d’Ulisse, ed Otahiti all’arrivo di Cook e il Giappone oggidì, era la Sardegna a que’ tempi – Tempi beati!...............................

I.

Per l’appunto allora nella più selvatica Giudicaria dell’isola viveva il barone Camillo di Nicastro; viveva, in barba ai dolcissimi tempi, tutt’altro che beato. Il suo castello per la qualità del paese era grande e magnifico; le torricelle non gli pencolavano addosso con troppo amore, nè i colombi temevano di posare sulle grondaje; la scala aveva quasi tutti i suoi gradini, e due sole finestre perdevano le imposte; del resto tutti i boschi, tutte le montagne, tutti i seminati che si scoprivano dal più alto abbaino ingrassavano la Baronia di Nicastro, e gli avi remoti o per avarizia o per orgoglio, o per accidia aveano legato al loro ultimo rampollo un cassone pieno raso di belle monete; di quelle gialle che non patiscono ruggine o vecchiaja.

Finalmente l’albero, o meglio la selva genealogica, che copriva dei suoi rami a spalliera tutte le pareti della sala, faceva malleveria dei sessantaquattro quarti di questo prezioso rampollo; il che voleva dire, che circa duecento anni addietro, sessantaquattro parrucconi d’ambo i sessi s’erano abbassati a una certa funzione plebea per condensare le loro esimie virtù in trentadue figli o figliuole, e questi in sedici nipoti, e questi in otto pronipoti, e questi in quattro tra figli e figliuole di pronipoti, e questi in due nipoti di pronipoti, e questi da ultimo nel pronipote dei pronipoti, cioè nel Barone Camillo; il quale raccoglieva in sè lo stillicidio vitale di centoventisei tra Baroni e Baronesse, se non isbaglio; ma fate voi la prova della somma, poichè la parte aritmetica dell’anima mia risiede nelle dita, e non me ne fido gran fatto.

Contucciò, lo ripeto, il Barone non era felice, e gli stessi antenati, che per fabbricarlo squisitamente aveano speso tanti sudori, erano la cagione de’ suoi sospiri. Figuratevi che lo stemma dei Nicastro era una bilancia in campo rosso col motto cabalistico: Pensare e pesare: alle quali parole uno stregone d’un trisarcavolo aveva accomodoato un suo giudizio, che nessuno della famiglia potesse immischiarsi mai nelle cose degli uomini prima di averne cercato e conosciuto il valore. E tutti di padre in figlio avevano obbedito rigidamente alla sentenza gentilizia; sicchè tutti erano morti nel loro nicchio proprio mentre si credevano vicini a toccare le ardue sommità di quella scienza. Non saprei dir pel sottile a quali conclusioni fosse giunto ognuno degli antenati del nostro Barone, quando la morte veniva a conchiudere le loro conclusioni; soltanto posso affermare, che il bisavolo parteggiava per Democrito, e rideva di cuore quando capitò il becchino ad annunziargli l’ora della partenza: che l’avo invece s’attenne ad Eraclito vivendo per modo che dopo morto parve meno lunatico di prima, e che il padre s’accommiatò da questo mondo recitando il Rosario con pace serena. Ma già da qualche tempo il devoto infermo e il vecchio pedagogo erano iti ai cavoli, allorchè il Barone Camillo, orfano di padre e di madre a quindici anni, si chiuse nella Biblioteca di famiglia a rifar l’opera de’ suoi predecessori.

«Studiar il valor degli uomini e delle cose!... pensava il giovine romito, vedendo fisarsi in lui dai profondi scaffali l’occhio vitreo e miscredente dei morti scrittori; converrebbe aver tra mano le anime non i libri!... pure anche il notomista cerca nei cadaveri la scienza della vita, e cosa son altro i libri se non le reliquie degli spiriti?»...

Smoccolò la lucerna e senz’altro si diede a leggere. – Solo toccati i ventiquattro anni intromise due giorni quello studio per disposarsi secondo lo stile de’ suoi maggiori ad una donzella appena slattata dalle Salesiane che a sua volta contava sessantaquattro quarti abbondanti di nobiltà, e coll’ajuto della quale sperava rendere ad un figliuol maschio l’egregio favore a lui reso dai due genitori, dai quattro nonni dagli otto bisnonni, ecc. ecc. – Ma un tale svagamento non durò a lungo, e dopo il banchetto nuziale tornò in biblioteca; e là stette altri sette anni finchè la moglie dilettissima ebbe a morire di noja, e a lui toccò accompagnarla alla Chiesa, e tornarvi l’ottava seguente per l’Uffizio di commemorazione. «Peccato! mormorava il filosofo – mi riempì gli armadj di calze e non fu capace di mettermi un bimbo nella cuna!...»

Tuttavia la colpa di tale ommissione cadeva più nel Barone che nella Baronessa; perocchè ligio come egli era più assai degli stessi antenati al senso filosofico-morale del suo motto araldico, si smemorava troppo sovente di certi altri doveri. Cionullameno la funebre interruzione non gli vietò di tornare all’opera con miglior lena; e tanto si diede fretta per non essere burlato come tutti gli altri, che nel giorno appunto che compiva i quarant’anni potè alzarsi dallo scrittojo e spalancar la finestra dicendo: Ho finito! – Povero filosofo!... primoprima di cominciare credeva sul serio di aver finito!... – Ma come poi aveva finito?... Col ficcarsi appunto in capo la fede più santa, più generosa che mai santificasse cranio di barone!... col creder che la virtù basti per conforto, per alimento, per premio a sè stessa; ch’essa sia il sommo onore, la somma felicità, la somma gloria, il sommo bene che regola il valore delle cose e degliuomini!...

Tale opinione, lo confesso, fu comperata assai a buon mercato con venticinque anni di studio e di prigionia; nè fu piccola in ciò la ventura del Barone. Ma gli sovvenne allora d’una tradizione gentilizia, che a qualunque primogenito, prima di abbandonare il castello di Nicastro, imponeva l’obbligo di leggere le pergamene d’una scansia inchiodata fra due travi del soffitto. Rinchiuse dunque la finestra, ap-

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-poggiò una scala a piuoli al misterioso ripostiglio e salì con gran batticuore, fermandosi ad ogni gradino. Finalmente la chiave rugginosa girò stridendo nella toppa e la scansia s’aperse ch’era piena di polvere: ma per cercar che facesse della mano per entro a quel bujo non palpava altro che polvere; tuttavia dopo molto frugare eccoti che due delle sue dita si addentrano in un buco ad abbrancare una coda di pergamena; e in quel momento una nebbia sì fitta gli corse dinanzi agli occhi, che per poco rovinando da quella sommità non ebbe a finire come aveano finito tutti gli altri di sua casa. Se nonchè si riebbe per uno sforzo di curiosità, e gettò lo sguardo su quel cencio di pelle che gli si impigliava tra le dita.

«Ecco la gratitudine dei sorci! brontolò il Barone scendendo un piuolo; – io li lascio vagare senza sospetto di trappole per le dispense e pei granaj, ed essi si spassano a rosicchiare il più gran tesoro di mia casa.» E scese un altro piuolo; ma mentre s’apprestava a calare sul terzo, ecco l’occhio corrergli quasi involontario al titolo di quello strano documento. Non si ricordò più dove si fosse, non vide, nè il pavimento, nè il soffitto, nè la scala; sedette senza accorgersene su quel secondo gradino, e quanta conoscenza aveva di numismatica, di ermeneutica e di paleografia, tutta la costrinse nel rilevare il pieno concetto di quella scrittura dagli sgorbii sconnessi e rosicchiati che la componevano. Il titolo adunque, ch’era meno guasto del resto, fu letto assai speditamente e diceva all’incirca così:

Documenti utilissimi alla scienza dell’umanità comunicati dalle anime di molto illustri trapassati a me Barone Clodoveo di Nicastro (seguitava una scrittura più recente e di mano diversa) morto nell’anno di grazia 1111 mentre s’apprestava a saggiare il valore degli uomini e delle cose col sistema aritmetico di Pitagora.

Diavolo!... mormorò il Barone; − ecco un mio antenato che la sapeva lunga!... Se egli non moriva in sì bel punto, chi sa come sarebbe ora l’Italia!... − Ciò dicendo continuava ad ammiccare, a scervellarsi, a ruminare sullo scritto infamissimo del Baron Clodoveo, che essendo in diretta corrispondenza cogli spiriti, avea trasandato come futile abbellimento la calligrafia. Notisi che quei commentarii erano d’un latinaccio barbaro e veramente baroniale, e che, se io li traduco, è per maggiore comodità dei giovani, a cui si insegna per otto anni ma non si apprende il latino. Cominciavano dunque così:

Documento 1°. – Risposta di Plotino ad un mio quesito sulle qualità dell’eccellente numero tre.

– Caro Barone...

«Capperi! pensò il pronipote appollaiato sulla scala a leggere le memorie del proavo. – Per essere un Egiziano, Plotino sapeva le convenienze araldiche!» – Poi riprese a leggere:

– Caro Barone!... Vi rispondo che il numero tre è uno più uno, che fanno un altro uno, che costituiscono un tre – il quale accoppia per tal modo la forza numerica generante all’ente generato mediante l’opera generativa; dunque uno, uno e uno...

«Dio mi confonda se posso dicifrarne di più una sillaba sola!... masticò fra i denti il Barone: – ecco che un sorcio illetterato si piacque desinare col più famoso squarcio di letteratura sibillina che mi sia mai caduto sott’occhio!... Sien benedette le trappole e chi le inventò!...

Ciò non per tanto aguzzando gli occhi giunse a capire l’ultima clausola della risposta di Plotino, la quale diceva per l’appunto che sul resto è una vera scioccaggine perder il capo.

– «Grazie! sclamò Don Camillo, – grazie, caro Plotino! ma non voglio credere che solo il numero tre sia degno di essere studiato, commentato e venerato… Passiamo ad altro!...»

E lesse gran numero di responsi di Talete, di Stratogirone, di Zoroastro, di Cheope, di Konfutsee, di Visnù, di Pitagora, di Giuseppe Ebreo, di Simon Mago e perfino di Tubalcain e di Nembrod, che vivevano prima del diluvio sonando, ballando e cacciando, come noi viviamo ora prima della cometa. Tutti, già ci s’intende, brani malconci, rabbuffati, irti di abbreviature e di scarabocchi; tutte cose misteriose volgenti intorno alle virtù dei numeri, ai rapporti dei suoni, dei cieli e dei colori. Il Barone si annoiava di tale fatica, quando come per ricompensa della sua paziente indagine, s’avvenne in un capoverso oltremodo maraviglioso. – Era scritto: Documento LIII. – Risposta della Dea Egeria ad una mia inchiesta sul numero fatale dei Romani.

«Corbezzoli! gridò il filosofo con uno strabalzo di sorpresa facendo scricchiolare la scala sulla quale sedeva. Corbezzoli!... che il mio dilettissimo arcitrisarcavolo Clodoveo nell’anno di grazia 1111 fosse ancora pagano?

Ma a rassicurarlo su questo punto gli soccorse una notarella in calce dell’antico barone che diceva... La chiamo Dea Egeria per farmela propizia nel rispondere. Del resto io lo so di sicuro ch’ella è dannata come una strega maledetta, e accerto i miei posteri che mi sono già confessato e pentito di questa subdola piaggeria.

– «Birbone d’un antenato! bisbigliò il nostro filosofo. – Quali arti adoperava per corbellare gli spiriti!... Ma leggiamo, se si può, cosa ne dice la Dea Egeria.

– Caro Barone... (la solita compitezza!) Rispondo che il numero due, simbolo di contraddizione senza complemento dialettico, fu la rappresentazione anti euritmica del pensiero Romano. Romolo e Remo, patriziato e plebe, console e console, autorità consolare e tribunizia, equità e stretto diritto, libertà d’alcuni e servitù di molti, Silla e Mario, Cesare e Pompeo, Cristianesimo e Paganesimo, Costantinopoli e Roma, Romolo Augustolo e Odoacre, sono le incarnazioni della cifra funesta. Uno e due... uno e due...

«Ah! ah!... sicuro! ci manca il tre del Dottor Plotino; disse ridendo il Barone. Me ne congratulo colla Dea Egeria, che ne sa di storia»… E andò innanzi colla lettura.

Documento LIV. Risposta di Milone Pitagorico ad una mia domanda sul numero della sapienza. – Caro Barone. – La sapienza umana è la nona parte dell’uno indivisibile, più un nono della nona parte, più un’altra nona parte di quel nono, più un altro nono di quella nona parte, e così fino alla morte di chi fa il conto, e fino agli ultimi conti del genere umano. Studiate, figliuoli cari, per aggiungere qualche altra porzioncina novenaria a qualche piccolissima nona parte, ma non crediate mai di giungere a far un intero. Per esempio...

– «Oh barbarie topesca! scoppiò a gridare il Barone, che pigliava gusto nella dimostrazione infinitesimale di Milione Pitagorico. – Oh barbarie inaudita!... Ecco per te troncata a mezzo la più bella prova aritmetica di questo mondo!... Lo giuro che tutti i cantoni di mia casa saranno guerniti d’or innanzi di bocconi d’arsenico!... – Oh, cosa vedo mai!..

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Questo ultimo punto esclamativo fu prodotto dalla lettura di un altro titolo che seguitava dopo l’ultima parte del Teorema di Milone sciupata così miseramente dalla barbarie dei topi illetterati.

Documento ultimo. – Risposta di Bruto Minore ad un mio dubbio sul numero sostanziale della virtù. Caro Barone!…

– «Oh, questa poi non la credo!... sclamò, rizzandosi in piedi sul secondo piuolo e dando della nuca nello spigolo d’una trave, il nobile erudito – Ahi!... ahi!... – No, che questa non la credo! soggiunse riponendosi a sedere. – Un repubblicano di quel calibro lasciarsi scappar di bocca un titolo aristocratico!...

Tuttavia continuò a leggere le ultime righe della pergamena che correvano abbastanza chiare fino alla fine.

− Caro Barone. Io dissi morendo la virtù non essere che un nome; ma i nomi non hanno valore sostanziale, dunque la virtù è uguale alla negazione della sostanza, dunque essa è = 0.

«Maledetto bugiardo! ruggì il Barone Camillo stracciando la pergamena e precipitando giù della scala a rischio di fiaccarsi il collo. − Vorresti darmela a bere!... ma ti conosco!... sei un ateo, un energumeno!... un pazzo!... un assassino!... Sì, un assassino!... Poichè il fine, sappilo o astuto ambizioso, non giustifica punto i mezzi, e per cosa al mondo tu nè potevi nè dovevi ammazzare tuo padre!... Bella virtù era la tua!... proprio uguale a zero!...

E il Barone misurava a gran passi e quasi furiando il pavimento polveroso della Biblioteca.

«Cassio valeva meglio di te cento volte!... continuava egli − ma in quanto a te ci scommetto il capo che miravi a farti bello delle spoglie altrui e null’altro!.. null’altro, mi capisci!... Filippi sarebbe stata la Farsaglia di Bruto invece di essere quella d’Augusto, se tu la spuntavi!... Ma io ti smentirò!... Ah! la virtù è uguale a zero!?... Buffone!... te lo farò veder io qual è il prezzo di questa cosa divina!... Ehi!... Floriano!... Floriano!...»

Bruto, nulla rispose agl’insulti e alle mentite del signore di NicastroeNicastro; ma Floriano fu più arrendevole e comparve due minuti dopo sulle soglie della biblioteca. Ora conviene prima sapere chi fosse Floriano.

II.

Floriano era il più antico arnese di casa Nicastro. Un arnese usato assai, sdruscito anco se volete, ma atto ad ufficii diversissimi. Maggiordomo, credenziere, segretario secondo l’uopo, gloriavasi più di tutto d’essere il sagrestano della Parrocchia: poichè egli era stato confratello penitenziere del defunto Barone, ed avea ereditato qualche profumo della sua santità. Floriano accendeva le candele, serviva la Messa, sonava le campane, portava il torcio e il messale con divozione esemplare; ma la sua miglior valentia era nella cerca delle limosine. E sì, che la chiesa di Nicastro per le larghezze del Barone Juspatrono era splendidamente dotata, ma il buon santese stimava che le limosine fossero l’opera meglio accetta al Signore, e perciò le aiutava con ogni argomento della sua fede cieca e sincera. Nessuno meglio di lui facea canticchiare in fondo alla borsa i quattrinelli, nè con piglio più compassionevole allungava la canna cui essa era appesa, fin sotto il naso dei devoti, protendendo in pari tempo un certo suo collo che parea fatto apposta per ispiare di quanto s’accrescesse volta per volta il modesto peculio.

Raccogliendo poi quegli spiccioli a manate per deporli nella cassetta della sagrestia, si consolava pensando fra sè:

«Ecco saldati anche per questa domenica i conti dei parrochiani di Nicastro col Signore Iddio!... Certo, se io non avessi guardato la vecchia Marta con quel mio piglio particolare essa non avrebbe cambiato in una pallanca il solito quattrino; e se il mio gomito non urtava opportuno il collo troppo devoto del notajo Capocchi, egli non sarebbe stato costretto ad accorgersi di me e a cavarsi di tasca un bel soldaccio nuovo!... Bravo Floriano!... hai fatto operar del bene anco a chi non voleva; essi quandochessia te ne saranno grati, sono contento di te!...

Questo fu l’uomo chiamato dal Barone Camillo dopo il suo alterco con Bruto Minore: al quale (appena comparve, come dissi, sulla porta della biblioteca), egli comandò di allestirgli la valigia, e di ordinare i cavalli. Floriano lasciava la briga di ragionare sulle cose di questo mondo alla Provvidenza, onde ubbidì letteralmente a questi comandi; e nè meno fece un atto di sorpresa quando il Barone gli impose di montar secolui in lettiga. – L’alba del terzo giorno vide don Chisciotte e Sancio imbarcarsi sur una tartana che salpava da Cagliari per Genova. Floriano recitava l’Angelus Domini; il Barone mormorava che l’avrebbe fatta tenere a quel miscredente di Bruto.

III.

Dopo il bordeggiare faticoso della prima giornata, durante la quale la tartana non ebbe a guadagnare che un brevissimo tratto, sopravenne da poppa un propizio libeccio: l’azzurro del nostro bel Mediterraneo s’increspò lievemente, come godesse di recare alle piaggie Italiane il fiato primaverile dell’Africa... e il navighiero godeva anche lui, e di più si sfregolava le mani tenendo fermo del ginocchio il timone, al veder tendersi le sartie e rompersi il mare sotto la prora in due solchi d’argento. Ma eccoti sul più bello sbucare dall’altro canto del cielo quel cattivello di greco-levante, e, spazzata dell’ali la Siberia, buttarsi a capofitto sul golfo della Liguria!... Fu una brutta burla per la tartana; le vele, gonfiandosi confusamente, s’attraversarono l’una contro l’altra; la nave trabalzò, rimbalzò da poggia ad orza, come cavallo che a mezzo d’una corsa scivoli sopra il ghiaccio; e i delfini danzandole intorno sembravano fare quel gesto che fu già mosso da Giosuè contro la faccia del sole.

− Ehi! ehi! qual nuova petulanza! sclamò il signor Barone giudice di Sardegna, alzandosi fin sulla fronte gli occhiali per guardar in faccia il piloto. − Qui si rifà punto fermo, Messere!

− E sì che su questo ponte, come lo chiamano, si balla meglio dei trottoli! disse Floriano, che stava sempre dietro al padrone come il cherico a monsignore, e non camminava sul cassero se non appeso per maggior sicurezza con ambo le mani a due funi della manovra.

Il nocchiero, non badando ai versacci del sagrestano, spiegò al gentiluomo la furberia dei due venti, che accapigliandosi fra loro, li inchiodavano nel bel mezzo di una tempesta senza fine nè ragione; e secondo lui non v’aveva modo di cavarsela; chè se ai due venti fosse piaciuto di continuare la bega per due settimane, e per due settimane bisognava metter alla prova la pazienza.

− Ma se ne saltasse fuori un terzo? domandò con un filo di speranza il Barone, che nello studio della vita aveva dimenticato la rosa dei venti.

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− Allora sarebbe un altro par di maniche; rispose il piloto − e per amore o per forza esso finirebbe col pararci o in Europa o in Asia o in Africa.

− In Africa ci sono dei peccatori assai ricchi; mormorò Floriano; li persuaderemo a far la limosina per le anime del Purgatorio.

− Pitagora non aveva torto; riprese dal canto suo il nipote deldel Barone Clodoveo. − Ci vuole l’unum o il trinum per andare innanzi, e anche la virtù....

Ma il mare si faceva sempre più grosso, e convenne lasciar in panna la filosofia per lasciar parlare lo stomaco.

IV.

− Come ti garbano i viaggi di mare? − domandò il Barone al fido segretario un dodici ore dopo, quando il libeccio trionfante rimise lena alla nave; ned egli avrebbe osato movere una tale inchiesta, finchè il disagio e i pericoli del loro stato davano motivo a Floriano di rispondergli contro i suoi desiderii.

− Tutto è vivere; rispose pecorilmente il buon segretario.

− Sicuro! soggiunse l’altro; e il tuo sarà un vivere nel sacco, se viaggerai le terre di cristianità guardandoti sempre le unghie. Ecco, tutti si movono, tutti si affaccendano sul legno, e tu solo te ne stai ritto in panciolle, come il rettore quando si fa incensare!

− Vossignoria comandi! bisbigliò Floriano.

− Vossignoria, vossignoria! borbottò il Barone. − Anche tu hai la tua testa!.. Osserva dunque, ragiona, ti istruisci delle cose marinaresche!... Sai pure che io sono uscito dalla mia biblioteca per vedere un po’ quanto si combinino colle regole di sapienza i negozii di questo mondo... Ora tu devi essere uno de’ miei cannocchiali, caro Floriano!... Datti dunque attorno, studia, giudica, riferisci; affacciati se non altro al finestrino per veder la testa del pesce cane, il quale dev’essere una persona di questo mondo anche lui.

Il sagrestano arrossì, come una giovinetta che nel ballar la quadriglia s’accorga di perder una calza.

− I pesci cani veduti così da vicino non mi hanno figura di persone oneste: rispose egli balbettando.

− Monta dunque sopra coperta, e mescolati un poco alla gente, ripigliò il Barone.

− Vossignoria non ha forse badato a quelle due signore che s’imbarcarono con noi a Cagliari? soggiunse con voce sommessa e tremolante Floriano.

− Vi ho badato come si bada ad una nuvola che passa; rispose il gentiluomo.

− Io vi badai... forse con minor riserbo; ripigliò il maggiordomo. − Si ricorda, vossignoria, come sono vestite, e quali attucci vanno facendo, e come parlano alla lesta con questo e con quello?... Non vorrei!...

− Ah, questa è famosa, Floriano!... Mai paura delle tentazioni! Fatti coraggio!... non vi sono soltanto quelle nobili donne sul cassero; v’hanno marinaj e passeggieri in buon dato; quando si viaggia per istruirsi non bisogna guardar tanto per sottile!

− Oh signore!... Si figuri!... bestemmiano come Turchi coloro!

− Non importa, quando si tratta di imparare...

− Eh, sì!... di quanto mi son io avvantaggiato dappoichè distinguo le ancore dai catenacci, e le vele di pappafico da quelle... da quelle di trinchetto?...

− Ma non capisci proprio nulla, non sei buono a nulla tu!? gridò spazientito il Barone.

− Se ben ne sovviene a vostra eccellenza, io le ho sorretto la catinella per tutta la notte passata; soggiunse modestamente il cameriere.

− Sicuro! e vi cascavi sopra con quel tuo testone assonnato! e sì che il vascello traballava che pareva ubbriaco!

− Effetto della mia coscienza tranquilla!

− Ottimamente!... fosti per dire che la mia coscienza è meno tranquilla della tua?

− Non fui per dir questo; ma certo di lassù si dispensano le grazie anche a chi meno le merita.

− Arrogante, e imbecille! sclamò l’ultimo rampollo dei Baroni di Nicastro; − che sì che il Signore vorrà preferir te a petto d’un personaggio par mio!

− Vossignoria dimentica che davanti a Dio non vi sono distinzioni di rango, disse il sagrestano.

− Ah, pezzo d’asino!... oh, ingrato segretario! fai a me di cotali prediche?... Vuoi vedere ch’io metto sul momento alla prova quella tua violenta antipatia pei pesci cani!..

− Per carità, signor Barone.

− Non c’è carità per chi mi perde il rispetto.

− Ma io rispetto, anzi venero l’eccellenza vostra.

− Smentisci dunque sul fatto quelle tue birbonate!

− Ho detto la verità, signor Barone.

− La verità te la darò io.

− La verità è una.

− Ah! ah! ci vuole un terzo per metter pace nella disputa; disse il padrone della tartana, intromettendosi fra i due litiganti con due boccate di fumo della sua pipa che li fecero tossire ambidue.

− Ha ragione costui! mormorava il Barone tra sè, squadrando il marinajo in cagnesco, come un fanciullo cui fu tolta una mela. − Il terzo ci vuole perchè le cose vadano sui loro piedi! ed io me la prendeva con questo capo di Floriano, il quale pur comprende benissimo che la verità è una!... Io me la prendeva con lui, mentre l’era tutto effetto di malattia numerica.. Andiamo a pigliar aria; continuò a voce alta.

E infatti salirono sul ponte d’onde lo sguardo comprendeva una calma infinita di mare e di cielo.

− Ecco Genova! disse loro il piloto stendendo la mano verso alcuni punti biancheggianti che si discernevano sotto la nebbiosa fascia dell’Apennino.

− Che ora sarebbe per avventura? chiese precipitosamente il Barone.

− Le due in punto; rispose Floriano guardando sul suo orologio di argento col quale soleva registrare la meridiana di Nicastro.

− Le due?... non lo credo!... non sono le due.

− Ma sì.. son proprio le due.... Battono ora al pendolo del capitano; dissero alcuni della ciurma.

− Maledette le due! strillò il Barone, volgendosi colle pugna tesa al suo scudiero; – dimmi le dieci, dimmi le ventiquattro!... Ti vendo per due palanche al primo Saraceno che incontro se hai cuore di dirmi un’altra volta che sono le due!

I naviganti onorarono il Barone d’uno di quegli sguardi che onorano poco assai l’umana specie e che dicono con allegra compiacenza: Ecco un matto da legare! − Le due dame di Cagliari si fecero l’occhiolino, e il solo Floriano, rimasto imperterrito come l’uomo giusto, pose l’orologio nel taschino, levando le palme al cielo e chinando la testa con un atto di religiosa e tartufesca modestia.

− Sfido le stelle, brontolò il Barone, sfido le stelle ad essermi propizie in codesta città!... Proprio alle due doveva vederla per la prima volta!...

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Proprio alle due!.. Se tardava un’ora scommetto che ci avrei trovato la repubblica di Platone!...

V.

− Pure gli è un bello e maestoso spettacolo!... diceva il medesimo signor Barone, ammirando sull’entrata del porto i marmorei palazzi, i verdi giardini e le incantevoli costiere di Genova. − Certo se io non fossi nato in Sardegna, vorrei nascere sopra questa bella riva, e Genova gli è il solo sito del mondo nel quale m’accontenterei di far dimora se gli angeli portassero in Paradiso il castello di Nicastro, che è il più bello, il più comodo, il più grande ch’io m’abbia veduto giammai! − (Egli non ne avea veduto altri)...

Dio sa a quale altezza avrebbe poggiato l’immaginativa del Barone nel parallelo di Genova con Nicastro se non sopraggiungeva a svagarlo il battello dei doganieri.

− Volta, piloto! volta; gridavano essi, levando le braccia. − Al Lazzaretto!... piega al Lazzaretto!

− Come, al Lazzaretto? sclamò il Barone, crescendo d’una spanna sulla sua corporatura per la stizza e la sorpresa.

− Forse siamo appestati? disse pacatamente Floriano, che gli era alle calcagna.

− Appestati un corno! gridò sua signoria. − Io sono il Barone di Nicastro!... Io ho fatto per tutta la mia vita quello che ho voluto...

− Dov’è stata finora vostra eccellenza? chiese la più bruna e paffutella delle due dame di Cagliari.

− Capperi! rispos’egli; − nella mia biblioteca.

− Ora la vede che il mondo non è una biblioteca, riprese quella; e così molte volte le occorrerà fare secondo la volontà altrui.

− Oh, vi dico di no! strepitava il Barone; − vi dico e vi ripeto di no!... Ora sta ne’ miei diritti di sbarcare a Genova e non al Lazzaretto!.. E se mi si volesse usare soperchieria gli è segno che non mi conoscono a fondo questi cialtroni! Leverò a romore tutta la Sardegna, metterò in arme i miei vassalli. Animo, Floriano!... tirate fuori le vostre pistole.

− Per ubbidirla; rispose il maestro d’armi di sua eccellenza, facendo per aprir un baule.

− No, carino; aspettate che siamo al Lazzaretto per dar aria alle robe vostre; disse uno de’ due doganieri, che dal battello eran venuti sulla tartana, trattenendo pel braccio Floriano.

Questi s’ostinava ad adempiere i comandamenti del suo generale in capo, il Barone schizzava fuoco dagli occhi, quando s’intromise anche per questa volta a sedare la zuffa il padron della barca.

− Signor Barone, bisbigliò esso in suono di rimprovero all’orecchio del nobile corrucciato; ma le pare!?... appiccar rissa con due doganieri?

− Due doganieri, due doganieri! masticava fra i denti il Barone − facciano ogni male a loro posta che il numero li favorisce. E alzò gli occhi a Dio come per fidare a lui la sua querela.

− Tenti piuttosto colle buone; tornò a susurrare il marinajo, e volgendosi al caporale di finanza domandò a voce alta cosa volessero dire quei nuovi incagli.

− Nulla; rispose quello − senonchè oggi alle due capitò ordine dal governo di sottoporre a quarantena le pratiche d’Africa e di Sardegna.

Floriano, in questo mezzo, indettato dal padrone, erasi fatto d’accosto al caporale e lo tentava furbescamente del gomito.

− Cosa volete? gli fu chiesto con piglio un po’ ruvido alla seconda picchiata; ma l’accorto uomo si rabbonì al suono lusinghiero d’un certo numero soffiatogli nell’orecchio dal sagrestano.

− Quand’è così vi posso far passare; soggiunse colui addolcendo la voce; siete voi solo e...

− No, che non son solo! sclamò Floriano inorridito togliendosi il cappello nel designar il Barone.

Al gabelliere si stesero le braccia lungo la persona che parvero incollate.

− Allora proprio non potrei neppur per un milione! diss’egli a rauca e melanconica voce, a farne scappar fuori due sarei troppo osservato.

Floriano tornò al principale, da vero diplomatico scornato, e significò il triste inevitabile impiccio nel quale si trovavano per essere in due anzichè in uno.

− Eh, che uno d’Egitto! gridò l’illustre castellano; − se io avessi condotto da Nicastro anche Madonna Nicefora, che non vuol muoversi per amore delle sue galline, saremmo certamente in tre, eppur ci dò il capo che a quest’ora saremmo sul molo di Genova!... Unum aut trinum!.. se no si zoppica sul primo passo, capisci Floriano?

L’obbediente servitore fece un atto di profondo ossequio, che pure ebbe il merito di non dire di sì: indi si diede a pensare cosa mai poteva essere la quarantena, e come potete figurarvelo non venne a capo di imberciare nel vero.

– Che fosse una specie di tortura? pensò egli con un brivido; ma dappoi gli parve atto pusillanime il rifuggire anche dalla tortura, e cominciò a mormorare Pater noster con quel che seguita.

Il signor Barone intanto, ajutato dalle dita, riduceva a numeri tutto ciò che gli capitava sott’occhi. Scoperse prima di tutto che due sono le punte dei vascelli, la poppa e la prua, due gli alberi delle tartane, sulla qual specie di naviglio giurò in cuor suo assai prudentemente di non avventurarsi mai più; due erano i doganieri, due le dame di Cagliari. – E le finestre del Lazzaretto?

– Giurabbacco! le son proprio ventidue! sclamò fregandosi la fronte il nobile viaggiatore, dopo averle contate e ricontate. − Ventidue finestre e due porte, a due arcate cadauna!...

− Come faremo a non buscar la peste in questo ergastolo! soggiungeva egli montando la gradinata del Lazzaretto, e contandone gli scalini ch’erano per l’appunto otto, vale a dire, due volte due via due; − fortuna che ci siamo in molti!... veh, veh, anche le due dame di Cagliari vengono con noi!... Qual barbarie!... neppure alle signore si concede la libera pratica!

Lì Floriano non istimando di suo gusto quella fermata del Barone, lo tirò per la falda, accennandogli di avanzare.

Già il Barone gli si voltava contro con due occhi da basilisco, quando sopravvenne un facchino carico di bauli vociando: − Largo, largo! avanti signori!

Padrone e servitore, provvedendo alla salute delle proprie gambe, si salvarono sotto il portico del Lazzaretto, e di là passarono nel cortile interno, ove erano due pozzi, due fichi selvatici e due cani che ringhiavano alla catena con un bel pajo d’occhi per capo. Il gentiluomo si vide in male acque, tanto più che la stanza assegnatagli guardava per due balconate sopra un terrazzo dove passeggiavano due sentinelle.

Si ritrasse perciò dalla finestra, e siccome per la camera non v’aveano ingombri di tavoli o di seggiole, sedette sopra un baule e appoggiò la testa sopra un altro, pensando ai numeri, alle dame

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di Cagliari, e al frutto ricavato fino allora da quel viaggio per la riprova del suo sistema della virtù.

– Basta! pensava egli; – quelle signore mi hanno ottima figura! esse saranno i primi argomenti a posteriori per provare l’utilità della mia teoria... Quasi quasi andrei a visitarle!... No, sì,... sì,... no....

Floriano intanto, ritto dietro di lui, contemplava il disordine della sua parrucca con qualche sentimento di compassione pel povero sagrestano cui all’indomane sarebbe toccata la bazza di pettinarla.

VI.

− Messer Floriano, saltò a dire tutto ad un tratto il feudatario di Nicastro col suo più gotico cipiglio da medio Evo, − scendete dal signor Guardiano del Lazzaretto, declinategli sillaba per sillaba il mio nome, cognome, titoli, qualità e privilegi, acciocchè ci sia apparecchiata una dimora confacente al nostro decoro.

Il maggiordomo teologo uscì gravemente dalla stanza, ove ebbe a tornare dopo brev’ora rovesciando a piedi del padrone filosofo due smilzi materassi e quattro queruli cavalletti.

− Cos’è questo sbaraglio? chiese l’ingenuo viaggiatore di Sardegna che nel frattempo s’era svagato a contare i travicelli e le ragnatele del soffitto, i mattoni del pavimento, i vetri delle finestre, e i chiodi delle muraglie con pochissimo conforto della sua grand’anima virtuosa.

− Ecco il letto di Sua Eccellenza.. ed il mio: rispose con cristiana rassegnazione Floriano, frapponendo come sapeva meglio alle due clausole della risposta, e collo svamparsi della voce e coll’umiltà del gesto e col chinar delle palpebre quell’infinita distanza che Dio pose fra uno stemma di barone e uno smoccolatoio di sacristia.

− Capisco un pochino! brontolò il Barone − converrà farsi Ateniesi ad Atene, come voleva Anacarsi, e perciò Lazzari al Lazzaretto. D’altronde la virtù è un gran conforto; nè dormendo con santa pazienza sopra un materasso, invidierò punto le rose di Sibari e i profondi piumini di Nicastro. Ciò nondimeno la pazienza non impone di mettersi a mucchio col servidorame!... − Signor Floriano; aggiunse meno sommessamente; stendete il mio letto qui fra la porta e la finestra; il vostro potrete acconciarlo sul corritoio, e tenetevi pronto ad ogni mia chiamata.

− Obbedisco; rispose il fedel servitore persuadendo i cavalletti a voler prestare il loro uffizio sotto il materasso del padrone. − E tuttavia, riprese con un sospiro, la persona più sventurata che respirò sotto questo tetto non è per certo la persona di Vostra Eccellenza!

− Lo credo bene! disse Sua Eccellenza con un sorriso di compiacenza. − La virtù ha le gambe lunghe, e galoppa un buon tratto innanzi della fortuna.

− Per arrivar dove? chiese sottilmente il sagrestano.

− Per arrivare.. per arrivare... oh bella! per arrivare dove arrivano tutti: soggiunse il Barone.

Bel costrutto d’essere virtuosi! avrebbe sclamato un papagallo. Non così Floriano, che avrebbe ingoiato un epigramma a rischio di creparne, anzichè sputarlo in viso alla morale.

− Le disgrazie; soggiunse egli stendendo le lenzuola; sono come il lievito nel pane, fanno crescere la virtù.

− Dov’abita virtù non possono essere vere disgrazie; rimbeccò trionfalmente il Barone.

− Saranno dunque false; continuò Floriano; ma sempre degno di compassione. Dabbasso, per esempio, in una stanzaccia da mettervi a maturare le sorbe, vidi quelle due signore venute da Cagliari, delle quali credo non sian mai vissute dopo Giobbe più infelici creature. Si figuri che, a quanto ne disse il guardiano, la guerra delle Indie le ha fatte orfane, la febbre gialla vedove, un naufragio povere, e l’avarizia del Capitano nude affatto fin dell’ultimo quattrinello!

− Esse sopportano con filosofica giovalità le dure percosse del destino; rispose il Barone avviato ad uscire dalla stanza − andrò a consolarle com’è mio dovere.

− Perdoni! tocca al limosiniere; oppose Floriano sbarrandogli l’uscita.

− Gran babbione che sei divenuto poichè perdemmo di vista il campanile di Nicastro! ribattè il Barone. Vorresti trattare due nobili dame come le fossero cenciose di Campidano?... Alessandro tenne ben altri modi colla sventurata famiglia di Dario!... Ti ripeto che andrò io stesso.

E in ciò dire, rimosso d’un gesto il zelante limosiniere, s’avviò pel corritoio, scardassando il pizzo dei manichetti.

VII.

Le due dame erano a que’ giorni di Cagliari com’erano state di Genova, di Napoli e di Venezia e d’altri molti paesi nei tempi addietro: viaggiavano esse principalmente per piacere; non per lesineria come i lordi del Regno Unito; non per pettegolezzo, come i savants degli ottantasei dipartimenti; non per estri romantici, come i discepoli di Bürger, il poeta degli scheletri; non pel quieto vivere, come gli Spagnuoli; non per superbia, come gli Americani; non per seminar genovine, come taluno che però io non conosco; non pel ruzzo di pelare, come molti altri che conosco; e nemmeno per puro piacere, come i Milanesi che vanno a Monza. Viaggiavano, dico, pei piaceri più o meno puri di sè e degli altri, preparando forse materia a qualche Dramma o Commedia della nuova scuola Dumas. Del resto innamorate a prima vista della storica figura di Sua Eccellenza, e conoscitrici della natura umana e delle sue bizzarrie, s’erano ingegnate mirabilmente per adescarlo alla loro conversazione; e piene di fede nei proprii accorgimenti attendevano di minuto in minuto la sua visita diplomatica. Tutto per amore schiettissimo della scienza, come usan dire i letterati; e per ardenza di carità, come direbbero i moderni filantropi, o quegli altri filantropi sdentati, che grattano le gengive ai novellini, credendosi con ciò di tenerli a balia in perpetuo. − Pertanto le due dame sedevano fraternamente su un solo baule; e il baule era di pelle d’asino genuino; sdruscito, spelato, roso dai sorci con qualche borchia d’ottone luccicante qua e là, come raggio di sole tra nuvoli folti; al quale s’aggiungevano, sorelle del triste pellegrinaggio, una scatola di cartone su cui, ai segni visibili, qualche candela di sego aveva finito la propria esistenza, ed una bisaccia da notte, che con alcuni anelli di ferro penzolanti dagli orli attestava ancora la vetusta qualità di cortina. − Dopo ciò chi vorrà sostenere che la condizione degli uomini non si rileva, piuttostochè dai bernoccoli del cranio, dall’aspetto delle loro valigie?

Il Barone muto muto mosse tre passi verso le due dame, a due inchini per ogni passo; ma se taceva, non mancavano ragioni, e appunto per essergli ito il cervello fra le nuvole, il torso e le gambe si addebitarono di far le sue veci.

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− Le sono due! mulinava egli. − Peggio che peggio!... Non ci aveva pensato!.. Tuttavia se io mi ci metto diventiamo tre!... Di meglio in meglio!... anche questa la m’era scappata!.. Pitagora, Plotino, il Barone Clodoveo possono star contenti che la mia virtù è a cavallo d’un bel numero.

Intanto una delle due ninfe approfittò della tregua per nicchiarsi nel vano d’una finestra, l’altra per acconciarsi con miglior grazia le pieghe e direi quasi le rughe dei suoi otto camuffi: e ambidue si mordevano le labbra, mentre l’ideologo protettore cercava nelle fibbie delle scarpe una classica ispirazione.

− Nemo propheta in patria! disse finalmente il Barone alla più vistosa ed accivettata delle due, che sedeva sul baule, come Cleopatra nel famoso carro di Venere. − La signora; continuò egli; fugge il paese natale!

− Il nobile Barone ha colto nel segno, rispose la dama; − fuggo il paese natale, dove i beni del defunto marchese mio marito furono confiscati.

− In nome della nobile marchesa; soggiunse il Barone con ambedue le mani sul lato sinistro del giustacuore; io moverò lite al Fisco, se osò farsi reo d’una sì nefanda ingiustizia.

− Tutt’altro; ripigliò la signora − Il marchese era partigiano... del Bey di Tunisi... e meritava di essere appiccato...

− Canchero! sclamò il Barone.

− Dunque, proseguì l’altra; il Fisco aveva ragione; e a me, se non dispiacesse di veder capovolte colla poligamia le sante usanze della cristianità, resterebbe unico scampo il gettarmi fra le braccia del Bey.

− Non lo faccia! gridò con atto di orrore l’erudito gentiluomo. − È un Turco, un rinnegato, un ladro di mare colui!

− Infatti venni a Genova! bisbigliò carezzevolmente la marchesa. Ma segga un poco; la prego, caro Barone! − E lo mise a parte del suo baule.

− Forse; le susurrò il Barone all’orecchio accennando la compagna nascosta modestamente nel suo cantuccio; forse anche la signora è il disgraziato rampollo di qualche nobile prosapia!

− Che!... che!... strillò la marchesa − caro Barone, mi farà perdere la stima del suo bel naso... Colei è nè più nè meno... della mia nutrice.

Il poveruomo balzando in piedi fece crocchiare le antiche vertebre del baule; e tutta l’anima gli si scompose per l’improvvisa maraviglia: soltanto l’ingenuità rimase imperturbabile, come l’olio nella lampada allorchè il vento combatte, divide, allunga, preme e attortiglia la volubile fiammella

− Non ne prenda stupore, carino; ripigliò tossendo la dama, − se madonna Rosaura mi è tanto domestica, ciò si usava in Grecia alla corte del re Ciniro... come mi spiegava una prima amorosa...

− Piuttosto; la interruppe il Barone, mi dà cagione di sorpresa la fresca età di madonna Rosaura.

− Oh per questo poi la cosa è chiara; soggiunse l’altra; prima di tutto Rosaura ringiovanisce nelle disgrazie, come si vede comunemente. In secondo luogo, ella mi vuota ogni mese quattro fiaschetti del balsamo di lunga vita. Da ultimo poi, mia madre ebbe la testardaggine di volere ch’io allattassi fino a dodici anni compiti, e costei fu per l’appunto l’ultima delle mie balie.

− Corbezzoli!... e i denti? chiese il filosofo.

− Eccoli! rispose la dama mostrandone trentadue, candidi e affilatissimi l’uno meglio dell’altro. − Il Barone smarrì la bussola del ragionamento, e s’acconciò di bel nuovo sul baule, che gemette, forse di piacere, per la buona ventura capitata alla padrona.

− Eccoli; tirò innanzi con una languida occhiata la Marchesa, rabbellendo con un sorriso que’ trentadue birboncelli affamati. − Eccoli a dirmi, ogni qualvolta mi guardo nello specchio, ch’io non son più una bambola da starmi appesa al seno della nutrice!... − E tuttavia; riprese indi a poco sfregolandosi dagli occhi una lagrima; son condannata a fare d’una fantesca la mia compagna di letto!... − Oh no!... questo non sarà mai!... Piuttosto voglio dormire su questo suolo ammuffito!.. Piuttosto... − Uno scoppio di singhiozzi vietò sul più bello la parola alla simpatica Marchesina.

− Oh sì!... la si dia coraggio!... Ella ha tutte le ragioni! veniva dicendo il Barone, accostandosi a lei, rasciugando quelle lagrime preziose, raccogliendo quasi colle labbra quegli ardenti sospiri, − anch’io non acconsentirò giammai d’aver comune la stanza col mio maggiordomo!...

− Come si ha a fare! mormorò piagnucolando la Marchesa.

− Come si ha a fare! balbettò trepidante il Barone.

− Ecco; diss’ella con eroica fermezza, − in nome del vero onore, a lei, signor Barone, io chiedo ospitalità e soccorso. I padroni stieno da padroni, i servi coi servi, e la Providenza pensi al resto.

− Cioè... cosa si intende?... cosa significa?... mormorava il Barone trafelando, come dopo una lunghissima corsa.

− Io pianto le mie tende nella sua stanza; sclamò la signora coll’accento ispirato d’una martire; − alla sua fede commetto me, il decoro, l’onor mio, come a padre figliuola (e in ciò dire gli si appendeva al collo con tenerezza piucchè figliale). Guai a chi calunnia le anime di alta levatura!

− Guai! ripetè il Barone con una vocina da moribondo.

− Del resto, proseguì la Marchesa, il guardiano mi ha permesso l’uso d’un vecchio paravento; e quanto a donna Rosaura io la affido al rispetto e alla costumatezza di messer Floriano. − Avete capito, cara Rosaura.

Costei si volse con un profondo inchino, la Marchesa, issata a stento dal baule la lunga persona del suo protettore, lo trasse per mano fuori della camera, e su per la scala fino alla stanza, dove Floriano attendeva il padrone, snocciolando la corona.

− Che ci fa quel letto nel corritojo, messer Floriano? disse la Marchesa, − riportatelo al suo posto!

Floriano guardò il Barone e fece come gli era comandato.

− Messer Floriano, scendete dal guardiano a prendere quel paravento che mi promise un’ora fa; disse ancora la Marchesa, e Floriano scese e tornò in brev’ora col paravento.

− Più lontani quei due letti... più lontani ancora!... stendete il paravento per lo mezzo.... Così, va bene!... Ecco d’una stanza fattene due, e sfido qualunque chiettino a prenderne scrupolo!... Messer Floriano, vedete che si fa bujo... accendete la candela!

Floriano interrogava d’un’occhiata il Barone, e ubbidiva di volta in volta: corse dunque ad accendere la candela, e il Barone stesso colle sue nobili mani trasse dal baule una venerabile bottiglia di unguento pei calli, onde farne un candeliere.

− La prenda pur lei la candela; disse porgendola alla Marchesa, e ritirandosi nel suo scom-

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partimento sotto la finestra:.. in quanto a me... se mi riesce... dormirò allo scuro!...

− Grazie; rispose la Marchesa salutandolo d’un gesto. E voltasi poi a Floriano che spalancava la bocca come una borsa da elemosina:

− Messer Floriano, la riverisco; aggiunse con un nobile cenno di commiato. A lei resta affidato l’onore di madonna Rosaura... Non ci troverà letti dabbasso, perchè il guardiano ne aveva uno solo, e quello va lasciato alla dama; tuttavia s’ingegnerà con qualche schiavina; e del resto le notti non sono ancora molto fredde!... A proposito, dica a Rosaura di salire a spogliarmi prima di coricarsi. Caro messer Floriano, felice sera!...

E il buon maggiordomo si trovò al perfettissimo bujo nel corritojo perchè la Marchesa, dopo averlo riverito e sospinto fuori dell’uscio, gli aveva chiuso la porta sul naso.

− Felice sera anco a lei, signor Barone! gridò la buona signora.

Un sospirone le rispose dall’altra parte del paravento, e poi un grazie così sottile che cavava le lagrime − Che il filosofo ripensasse prima di addormentarsi alla vanità delle sue previsioni circa al bel numero della virtù?... Scusatemi ma non lo credo.

VIII.

Presto arrivano alla Zeta quelli che cominciano dall’A; figuratevi poi coloro che saltano di piè pari una buona metà dell’alfabeto! Al sonno felicissimo della Marchesa successero, per un lazzaretto, veglie da Principessa: ella fece alto e basso, ordinò, sgridò, schiamazzò, e tutti furono contenti: recise la coda del Barone, gli gettò la parrucca dalla finestra, unse col Macassar la sua nobile chioma, gli comperò dallo scrivano della tartana un pajo di scarpe senza fibbie, e tenne per sè le fibbie ch’erano d’oro; gli proibì di inforcare que’ suoi occhiali da gufo e lo ammaestrò a saldarsi nell’occhiaja una lente volante. Il filosofo torse, ritorse tutti i muscoli facciali, e ottenne per le prime lezioni un sufficiente risultato; la lente stette al suo posto: ma per tenerla gli conveniva chiudere le palpebre e guardare coll’altro occhio. − Povero filosofo!.. poveri dobloni tesoreggiati dagli avoli e dagli arcavoli!... − Ma il Barone non ci trovò di che ridire; perchè i voleri d’una dama sì virtuosa, la sensibilità della sua indole, e la dolce tirannia dell’amore non sopportavano spilorcerie: tanto più che, grazie alla compitezza del guardiano, il vino di Samos, il caviale di Azow, lo stracchino di Gorgonzola, i fichi di Smirne, e i tartufi di Piemonte, lautamente imbanditi, solleticavano la verginità del suo palato. La Marchesa ingrassava a vista d’occhio, come la quaglia in un campo di frumento; madonna Rosaura riempiva di belle polpe il suo floscio corsetto, e ambedue cantavano la primavera; il Barone mangiava, sospirava, sorrideva talvolta e dimagrava come un chiodo; Floriano si guardava le unghie dalla mattina alla sera, pregava il Signore di salvarlo dai giudizii temerarii, e dormiva al pian terreno sopra una coltre che due mesi prima aveva servito di giaciglio agli scimmiotti d’una matrona inglese: se madonna Rosaura lo stuzzicava per chiasso colle sue giullerie, egli in grazia de’ suoi sessant’anni sonati teneva duro col muso alla parete, finchè non fosse spento il lume. − Quando Dio volle il guardiano comunicò ai suoi ospiti che la quarantina era finita e il Barone, col maggiordomo, colla Marchesa putativa e colla nutrice di questa, fu accomodato d’una lancia che lo tragittasse a Genova. In breve spazio di tempo toccarono il molo, ed ebbero addosso una furia di facchini che si contrastavano le robe loro, come le spoglie d’un campo nemico.

− Oh Caro il mio Giorgio! sclamò tutto d’un tratto la Marchesa, appendendosi al collo d’un bel tenente di cavalleria che le veniva incontro a braccia aperte. Oh marito dolcissimo!... oh gioja del cor mio!... Con permesso, signor Barone.

− Oh sposo adorato! disse a sua volta madonna Rosaura, stringendosi al seno un grosso capitano di mare. − Serva sua, signor Floriano.

Ambidue guizzarono via coi loro eroi per un chiassuolo di traverso; il facchino le perseguitava col baule di pelle d’asino, colla scatola di cartone, e colla bisaccia da notte, il Barone e Floriano rimasero sul molo ritti, scimuniti, come due iniziali che abbiano perdutto il resto della parola. Ma non si tramutarono in istatue di sale; perchè io so di sicuro che la sera stessa il Barone giaceva in un tepido letto al N.° 33 dell’Albergo dei Tre Re al civico N.° 3333; nel quale albergo incappò egli venturosamente dopo averne scartati altri dieci che portavano un tristo numero, o avevano per insegna le due Colombe o le quattro Spade. − Giaceva egli in quel letto il povero Barone, cinto per ogni lato da fiale, da alberelli, da tazzini, da boccette, da unguenti, da cerotti, sicchè non pareva uscito da poco dal Lazzaretto, sebbene più che mai prossimo ad entrarvi.

− Oh me misero! oh me sfortunato! gemeva l’illustre infermo.

− Si consoli, soggiungeva il buon servitore, mi assicurò da basso il credenziere, che vi hanno Marchese assai più pericolose; vale a dire quelle che prendono la cosa sul serio e non per burla.

− Sciagurato!.. tu non conosci e non hai studiato il valore degli uomini e delle cose! sclamò il Barone. − Ma io!... io che so la storia di Taide, di Frine e di Cleopatra!

− Si riconforti, caro padrone! mormorò Floriano. − Le disgrazie talora raggiungono anche la virtù.

− No, caro messere! rispose il filosofo, − non datevi a credere che io perda la fede nella virtù, perchè male me ne incolse una volta di darle retta troppo ciecamente!

− Si assicuri!... non era virtù di buona lega, caro padrone!...

− Taci, ignorante. e studia quanto ho studiato io; riprese sbuffando il malato, − ti ripeto che se male me ne incolse, restami la pazienza che fa del male bene. Ma un’altra volta, lo giuro innanzi a te, messer Floriano! non mi fiderò mai e poi mai di stare in due in una CameaaCamera!... Due!... numero fatale... numero pestifero!... Ahi ahi ahi! gridò il Barone che s’era dimenato un po’ troppo.

Cosa le occorre? disse il maggiordomo balzando in piedi.

− Nulla! rispose il Barone, senonchè corri subito in cucina!... Chiama uno spazzino, un cameriere, un guattero; ma torna con qualcheduno che ci faccia il terzo, altrimenti ho timore che, contendendo fra noi, finirò una volta o l’altra col romperti nel capo questo...

Non era un’arma da Barone, ma che pure in certi frangenti è necessaria anche ai Baroni, quella che brandiva con piglio minaccioso nel pronunciare queste parole; siccome poi egli si tenne dal nominarla, così me ne dispenso anch’io, lasciando alla vostra fantasia il divertimento di figurarsela, e alla vostra salute l’augurio che possa essa farne senza in saecula saeculorum.

IX.

Guarito appena, il signor Barone corse a ringraziare il Preposto delle Dogane per alcune casse venutegli di Sardegna senza tardanze o rimescolamenti di gabellieri; il signor Preposto fu compitissimo col signor Barone; si alzò in piedi, gli offerse una seggiola, gli parlò amorevolmente di gabelle e di filosofia, e lo raccompagnò fin sulla scala invitandolo ad onorar la sua casa: delle quali cose il Barone restò abbarbagliato come di squisitissime cortesie. Senonchè, essendogli venuto ad orecchio come nel paese fossero due partiti accanitissimi l’uno contro l’altro, non sapeva darsi pace pel povero Preposto, costretto a far suo pro d’alcuno di que’ due termini fatali.

− Voglia o non voglia converrà ch’egli stia o con questo o con quello! pensava l’ingenuo Barone − e scommetto che al primo abboccamento io gli leggo chiaro nell’animo!

Il fatto sta che quando egli s’intromise in casa al Preposto per la prima volta, vi trovò invece dell’affabile Magistrato due affabilissime signore; ed erano sua moglie ed una figliuola da marito: proprio, già m’intendete, una di quelle formidabili creature, che fiutano i gonzi per l’aria e cercano nel matrimonio, direi quasi, giacchè siamo appena usciti di Lazzaretto, una patente di libera pratica. Ma il Barone aveva imparato di fresco l’abbicì, e adoperò in maniera che la compagnia non si riducesse a quel pericoloso numero due. Finalmente, venuto il Preposto, le dame si ritirarono, e il ragionamento volse, secondo il desiderio del Barone, intorno alla ragione di Stato, e ai due partiti che ne agognavano le nozze.

− Ecco, caro signor Barone; conchiuse il Preposto. Io sono pagato per fare il dover mio, e non è certo Pitagora quello che mi paga. Voi, ragionandola colle vostre fisime, mi vedete a mal partito col ridosso di que’ due termini contraddicenti che si contendono la mia coscienza; io, invece, scusatemi, anche argomentando col metodo aritmetico, mi stimo l’essere più felice e ben disposto dell’universo. A destra ho un partito che mi tira per di là (tenete a mente: e uno!) a sinistra ne ho un altro che mi tira per di qua (e due!) nel mezzo poi vi è l’ultimo numero trino e conciliatore, vale a dire il partito mio, proprio di me, (e tre!)... e con questo io sto saldo fra gli urti del primo e gli sforzi del secondo, come un sordo fra due muti. Ecco, ve lo dico io, la sublime regola pitagorica applicata secondo il mio giudizio alla virtù burocratica, conosciuta anche in commercio per virtù del primo del mese!...

Il Barone si sprofondò il cappello fino sul naso e corse via a rompicollo indarno richiamato dall’arcadico Preposto. Corse corse fino ai Tre Re, dove giunto, si gettò costernato fra le braccia di Floriano, del casto Floriano che con sì virtuoso cipiglio aveva difeso la sua castità teologale dai mondani sguardi della Rosaura. –

− Rispondimi!... diss’egli, come potè formar parola, − rispondimi, caro Floriano, quante coscienze abbiamo noi?

− Caspita!... beato chi ne ha una! rispose il teologo, riponendo il rosario.

− Hai ragione! brontolò Don Camillo − e ho paura che il Preposto l’abbia ammazzata per volerla tagliare in due!... Ah, due! due! Serpente tentatore!... Anche Arlecchino, che pur era un grand’uomo, si diede al diavolo per servir due padroni!

X.

Il Barone pertanto non ripose piede sulla scala del Preposto; ma viaggiò dentro e fuori per molte altre case, dove, se prima ebbero a ridere del suo cipiglio selvatico, fu poi ammirato ad una voce, non appena lo si conobbe pel più dovizioso signore di Sardegna. Del resto Sua Eccellenza parlava poco, e per quanto, dopo letti i Commentari dell’arcavolo Clodoveo, avesse preso pratica in conteggiare, pure si spaventava di quell’infinito barbaglio, e moltiplicazione, e sparimento, e confusione di numeri che si avvicendano nel mondo.

− Capperi!. sfido l’intera scuola pitagorica a capirvi un’acca!... diceva talvolta fra i denti.

− Pur io ci veggo chiaro come nel mio Uffizio; risponpevarispondeva Floriano. –

− Come, capocchio che sei?

− Come? è assai facil cosa . Ora di birbanti e di galantuomini è un solo miscuglio; ma passati che saranno sulle tabelle mortuarie ne sarà fatta la cerna.

− Oh, asino d’un sagrestano! tu mescoli la filosofia colla teologia!... Di una scienza ne fai due; anzi mi sbaglio, una la dividi in due. Insomma una o due, sei un cervello d’oca.

− Non importa, caro padrone. O sperare ad occhi chiusi, o impiccarsi ad occhi aperti.

− Un grande bestione è costui! borbottava don Camillo. Ma Floriano sotto ai settant’anni serbava, in onta alla propria ignoranza, un ottimo stomaco, con tutte le virtù fisiche o morali che ne derivano; il Barone, poveretto, ingialliva di troppa sapienza, e, pur seguitando a fiutar dietro alla fortuna le orme della virtù, guadagnava l’ipocondria. − Un giorno fra gli altri avendo udito d’uno fra i più straricchi banchieri di Genova, assai generoso e caritatevole, volle ad ogni costo aver che fare con lui per persuadersi come la ricchezza capiti talvolta tra le mani di chi veramente se la merita.

− O poveraglia! schifosa e compassionevole piaga sociale! gli venne dicendo il Banchiere sfoderando una tirata filosofica: almeno in Sardegna chi ha fame non si stanca dallo sperare in Dio!... Ma qui!?... Altro che sperare!... Indovinate mo’ quanto mi costarono negli ultimi due anni gli Istituti di Beneficenza?... Tremila franchi, caro Barone!... tremila franchi!..

− Ohimè! pensò rabbrividendo Don Camillo − la millesima parte delle sue entrate, e se ne lagna! − Servitor suo, signor Banchiere! aggiunse a voce alta − non ho più bisogno dei servigi vostri.

− Come? e quelle cedole da scontarsi?

− Le terrò nel portafogli.

− E quella credenziale per Barcellona?

− Ne farò senza.

− È matto davvero! mormorò il Banchiere. − Ma Don Camillo non gli badava, ed era già in istrada pensando alla carità di certi ricconi, quando sul canto della via gli venne veduto un lampadajo tutto sudicio di olio le mani e il grembiale, che, assediato dalle preghiere d’una mendicante, si frugava con impazienza per tutte le tasche.

− Aspettate, comare! se ne trovo ve ne saranno anche per voi! diceva il lumajo.

− Ne ho altri due, vedete, come questo; diceva la mendica additando un fanciulletto che scalzo e macilento le si appigliava a’ panni.

− Giurabacco! non ho proprio spiccioli: seguitava pur frugando il lampadajo.

− E i miei tre fanciulletti muojono di fame; riprendeva la donna.

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− Io invece ho mangiato or ora! mormorò l’altro palpando dentro la tasca l’unica lira che vi rimaneva.

− Per carità, movetevi a compassione almeno voi che non siete un signore! ripicchiava l’accattona.

− Sì, sì prendila, prendila, sclamò animosamente il lampadajo, mettendole in mano quella lira. − Per mia moglie e per l’Angiolina il Signore provvederà.

E la poveretta svoltò via coll’anima piena di riconoscenza, mentre pegli occhi rasserenati del suo bimbo si volgeva in viso al lampadajo la benedizione del cielo. Costui si volse per riprendere la sua pertica e la cantera dell’olio e degli stoppini; ma si sentì stretto affettuosamente fra le braccia d’un Barone di Sardegna. Figuratevi qual sorpresa, quale onore, quanta consolazione!

− Caro lampadajo, su per su, quanto guadagnate in un anno? chiese don Camillo di Nicastro.

− Trecento lire e non son molte; rispos’egli.

− Trecento lire! sclamò il Barone. Ecco che voi avete dato in una volta quello che il banchiere in un anno; colla differenza che il banchiere toglie millecinquecento franchi al bujo dello scrigno, e voi una lira dalla vostra bocca. Bravo lampadajo!... quanti siete in famiglia?

− Siamo io, mia moglie e mia figlia; contiamo tre; soggiunse il pover’uomo.

– Tre!? Dio sia lodato! sclamò il Barone: la virtù merita ricompensa: farò la vostra fortuna.

XI.

E per quanto indi a qualche giorno Floriano lo tirasse pel gherone, susurrandogli che anche quella volta la sua non era carità fiorita, il Barone non si stoglieva dal passare le lunghe ore presso il lampadajo, beneficando splendidamente quella povera famiglia. Qual effetto ottenessero i suoi intendimenti lo dimostrarono i fatti. Il capo di casa, che infino allora per amore delle sue donne usava star sul tirato, vedendo che altri ci pensava meglio ch’egli non potesse, cominciò a bazzicare per bettole e per taverne coi peggiori arnesi del vicinato; la madre che aveva i grilli del teatro, e solo si difendeva col lavoro, standosi in esso intenta dal mattino alla sera accanto alla figlia, vedendosi tra mano qualche lira cominciò a correre ai Teatri Diurni, all’Opera, ai burattini, infervorandosi per una commedia, piangendo per la morte della prima donna, e scompisciando pei lazzi di Pulcinella; la fanciulla poi che era bella e non se n’era accorta, cominciò ad aver agio di ammirarsi nello specchio e di raccogliere dalla finestra in occhiate, in parolette, in sospiri il suffragio universale della gente.

− Signor Barone, diceva Floriano; badi che la vi perderà l’anima.

Ma il Barone, che se n’era invaghito come un asino o come un Pitagorico, rispondeva che va premiata la virtù tanto nella mano incallita dell’artigiano che fra le rosee labbra della cucitrice... e tirava innanzi.

− Sai cosa ti devo dire? diss’egli una volta, stizzito oltremodo, al sagrestano − che io me n’andrò solo a compiere il mio viaggio sì venturosamente intrapreso, e che se al ritorno... se al ritorno... Basta, signor segretario, allora ne vedrete di belle!

E il Barone infatti, indi a pochi giorni, pieno di sospiri e di speranze abbandonò Genova, lasciando Floriano con buone credenziali a presidio del lampadajo.

− Figuratevi se io voglio arrischiarmi un’altra volta a correre in due le poste del mondo! masticò egli fra i denti.

Ma il teologo se ne consolò, allogandosi per sagrestano dilettante nella vicina Parrocchia, dimodochè al Piovano la limosina se ne accrebbe giorno per giorno del venticinque per cento; il lampadajo e la moglie si perdettero più che mai, l’uno per le osterie, l’altra pei teatri; e la vispa figliuola riceveva camicie a cucire dai più vaghi Florindi della città, e siccome Floriano non era gran fatto largo nella spesa per le acconciature, vendeva quella tela al cenciajuolo per comperarsi qualche gingillo, del che figuratevi se fossero contenti quei cicisbei!... − Intanto don Camillo di Nicastro, solo e annojato come l’unità indivisibile, cercava per tutti i paesi dei due mondi la felicità nella virtù, e la virtù nella felicità; questo dualismo d’impossibile connubio e d’eterna contradizione, che, rimescolato per tutti i secoli dalla mano della Provvidenza, si divide ostinamente come l’olio dall’acqua. − Dapprima fu a Barcellona e visitò le Spagne; là ci trovò il canchero del Portogallo che di uno fa due, l’orgoglio gentilizio che si accoppia stranamente alla misera ignoranza, il valore sfruttato dalla pazzia. E il Barone aveva occhi da vedere perchè aveva studiato; e andava appunto dichiarando in suo capo questi problemi cavalcando una bella mula fra Aranjuez e non so qual altra città, quando una banda onorata di Carlisti lo liberò dal peso della borsa, gli portò via la valigia lasciandogli gentilmente due camicie e due paja di calze per sua comodità: e in quanto alle cavalcature fece osservare a lui ed al mulattiere che correndo il verno nulla di più salutare d’un pellegrinaggio pedestre.

− Ma, signori! io sono amicissimo di don Carlos, di suo figlio, e de’ suoi nipoti fino alla settima generazione! strillava il filosofo viaggiatore.

− Due sorta vi sono di amici; rispose nel partire a cavallo della mula il caporale della banda − coloro che annoiano colle parole, e quelli che ajutano coi fatti, − ora voi, sì perfetto gentiluomo, vorreste rinserrarvi nella prima schiera, mentre potete risplendere così generosamente nella seconda?

− E poi ci vorrebbe un terzo mallevadore della vostra fede; soggiunse un altro, avviandosi dietro al capitano. − Chi vi ha insegnato a correr le Spagne con un marrano di mulattiere, senza un hidalgo della santa causa che risponda per voi?

− Sempre uno di più, o uno di meno! mormorò sospirando il Barone. − E siccome il marrano di mulattiere erasene andato coi gentiluomini Carlisti, egli riprese solo soletto il suo viaggio Pitagorico, divisando di farsi scontare una cambiale nella vicina città, e di pregare una dozzina di hidalghi di fargli compagnia fino a Cadice, ove voleva imbarcarsi per Montevideo.

XII.

Pertanto appena arrivato a Cadice il Governatore lo volle a sè, e diessi a palpeggiarlo in sì curiosa maniera, che i sessantaquattro quarti del Barone di Nicastro si levarono a romore. E l’andava bofonchiando, che non la ci stava per nulla di abburattarlo a quel modo, e ch’egli era stato assassinato lungo la via da una banda di Carlisti, e che dalla porta di città a quella dell’Albergo un centinajo di accattoni aveva compito l’opera, e che una comitiva di dodici hidalghi appositamente soldata faceva malleveria della sua nobile persona, e che a fin fine poi egli era padrone di correre le cinque parti del mondo in traccia della virtù, e di

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viaggiare la Spagna con un passaporto della Regina, senzachè i grilli d’un Governatore...

− Alto là, signor mio, gli diè sulla voce il Magistrato, − Ella ha forse dimenticato che vi sono due Spagne...

− Misericordia! sclamò il Barone.

− Sì certo; riprese il Governatore. – La spagna della Regina, dei Capitani Generali e dei Ministri, e la Spagna delle Cortes, doi Governatori e dei pronunciamentos. Ora Vostra Eccellenza ha viaggiato con un passaporto della Regina la Spagna della Regina; e un dispaccio telegrafico della Presidenza del Parlamento ci ordina di farle viaggiare per comando delle Cortes la Spagna delle Cortes.

− Uno e uno che fan due; contò sulle dita il Barone.

− Commise una grave imprudenza la Signoria Vostra, continuò il Governatore, fomentando la guerra civile col prodigar denari ad una masnada di banditi.

− Ma se le dico che mi hanno svaligiato! gridò Don Camillo.

− Non si tratta di ciò; soggiunse l’altro. − Si tratta che il supremo magistrato della nazione chiama Vostra Eccellenza a Madrid per fornire i necessarii schiarimenti su quell’accidente malaugurato.

− Ma per carità! esclamò ancora il Barone − se io devo condurre a Madrid a tutte mie spese i miei dodici hidalghi, certo che sarò mangiato per via!

− Non abbia timore; disse gravemente il Governatore; il popolo Spagnuolo è assai frugale.

− E tuttavia... soggiunse il Barone.

− Tuttavia, s’affrettò ad aggiungere l’altro con somma gentilezza, se le tornasse più comoda una scorta di guardie nazionali, tutto sarà disposto in maniera ch’ella arrivi sano e salvo alla sbarra delle Cortes.

Infatti quattr’ore dopo il Barone di Nicastro uscì dalla stessa porta di Cadice che l’aveva veduto entrare il mattino, e fra un debito rastrello di picche e di baionette riprese a piccole giornate la via di Madrid. Giunto nonpertanto a Granata, trovarono che vi si era fatto un pronunciamento contro il pronunciamento; che la guarnigione e i sobborghi aveano rialzato lo stendardo dei Ministri, e che la città s’era messa in arme per difendere la bandiera del Parlamento. Le guardie nazionali di Cadice furono le mal capitate; si sparò loro addosso d’ogni parte, cinque o sei rimasero morte, tre furono trattenute per ostaggi dai cittadini, e quattro fatte prigioni di guerra dalle milizie. Il Barone., mandato sossopra colla lettiga, ebbe la ventura di scivolare fra le gambe dei combattenti, e ricoverarsi nella bottega d’un fruttivendolo; ma si sentiva qualcheduno alle calcagna, e malsicuro nella bottega, s’addentrò in un cortiletto; dal cortiletto scese in un andito, infilò all’impazzata una scala, e su per essa come il diavolo. Ma aveva un bel che fare il filosofo! sempre gli stava addosso un romore precipitoso di passi, e sembrava che il persecutore fosse pratico della casa meglio di lui. Giunto in una camera a soffitta senz’altre scappatoje, il Barone saltò dentro un letto, avvoltandosi come meglio poteva nelle lenzuola; ed eccogli tosto sopra un granatiere negro come il peccato, che girava tutto all’intorno due occhiacci spiritati. Costui non tardò ad accorgersi d’un naso livido livido non ben nascosto dalle coltri, e saltò egli pure sul letto, improvvisando una coroncina di quattro o cinque bestemmie spagnolesche.

− Ah cane! hai cuore di ficcarti nel mio letto!

− Scusate; fu proprio per isbaglio; rispondeva il Barone, accapigliandosi con quell’indemoniato.

Tira di qua, tira di là., i due lottatori sudavano come ova al foco; e Don Camillo adoperava del suo meglio per tener sodo, non sapendo cosa avrebbe fatto il suo avversario dello stiletto che aveva fra i denti, una volta libero delle braccia. Finalmente in un ultimo sforzo opposto dal barone alle strappate dallo Spagnolo, questi andò rovescione sul pavimento, e un’ala intera della sua divisa rimase fra le unghie dell’avversario. Quell’uomo, lo credereste? quell’uomo era una donna!

− Una donna! mormorò il signor di Nicastro chiudendo pudicamente le ciglia, come pronto a dimandar perdonanza.

− Sì, una donna! gridò il granatiere rizzandosi furiosamente. − Una donna che ti farà assaggiare quanto valgano in guerra le dame spagnuole, le amazzoni ministeriali!

E non erasi ancor riavuto della sorpresa, che già il povero Barone avea buscato un pajo di coltellate: un pajo, badate, nè più nè meno: dopo di che l’eroina di Granata se lo caricò in ispalla, e attraversò la mischia, fra lo scoppiar degli applausi e i fischi delle palle; nè fu contenta se non lo depose nel Palazzo di Città ai piedi del Capitano Generale.

− Vivano le donne spagnuole, le prime granatiere del mondo! gridò questi scotendo generosamente la mano della sua alleata.

− Mi vedrete sempre nelle prime file al momento del pericolo! sclamò la megera. La divisa del primo soldato che cade nella mischia veste il mio petto come una corazza invincibile! Ne ho raccolte e indossate dodici in dodici rivoluzioni, e domandate a tutta Granata se furono vendicate!...

− Sì!... È vero!... Le ha vendicate con usura!... Vivano le donne spagnuole! vociavano i conservatori arrabbiati di cui era piena la sala.

− Viva il Capitano Generale! urlò la granatiera.

− Viva, viva! risposero tutti.

− La donna si precipitò dalla porta per qualche nuova impresa guerresca, la folla le fu dietro sbraitando e scalpitando; rimasero soli il Capitan Generale che aveva finito poco prima di far colazione, e il filosofo Pitagorico, che, accoccolato come un sacco di cenci, perdeva il sangue a rigagnoli. Per fortuna le due ferite non erano gravi, e con poche filaccie e alcuni spruzzi di acqua gli si riapersero gli occhi, e lo si rimise convenevolmente sulle gambe,.

− Voi combattevate per le Cortes insieme ai ribelli! gli ruggì nelle orecchie il Capitan Generale.

− Cioè,.. mormorò il Barone che a mala pena si reggeva.

− Por todos los e por todes les! gridò il Capitano − si sa che venivate in città con un soccorso di guardie nazionali, e non era certo per farvi gli esercizii spirituali.

− Nondimeno... s’intromise fiocamente Don Camillo.

− Cospettonaccio! volete sempre parlar voi! sclamò l’altro con voce ancora più forte. Ricordatevi ch’io non uso dire le cose due volte!

− La fa bene assai; soggiunse il Barone: ciò potrebbe recarle disavventura.

− Quattro soldati e un caporale per far la festa a questo forestiere! gridò avvicinandosi alla porta il Capitan Generale. E come furono venuti.

− Guardate; riprese egli, rimovendo una cortina della finestra e additando al condannato le quattro guardie nazionali di Cadice appiccate in bell’ordine nel mezzo della piazza; guardate il bel giuoco che vi attende. Se fossimo un po’ tranquilli vi farei quattro righe di processo, ma mi scuserete per la fretta.

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− Ecco la virtù ricompensata! mormorò il Barone. Tutto perchè vi sono due Spagne in vece di una!

XIII.

In quel momento s’udì un gran romore intorno al palazzo, e molti soldati entrarono alla rinfusa nella sala portando che la sommossa era al colmo, e che il popolaccio armato e furibondo stava per invadere la piazza. Il Capitan Generale scese a rompicollo per ordinare le milizie; i cortili e le strade rimbombavano di urli, di spari, di bestemmie, e il Barone di Nicastro solo dietro la cortina rimase spettatore pacifico del tafferuglio. La folla dopo brevi istanti sboccò nel piazzale; la cavalleria le fu addosso furiosamente alle spalle; essa si ristrinse sotto il palazzo, e le schiere del capitano andarono qua e là sparpagliate. Allora fu veramente un disordine, un parapiglia, e una carneficina spagnuola. Un mostricciuolo d’un facchino arrampicatosi per le inferriate del pianterreno montò a cavalcione dello stemma di Castiglia che ornava la facciata del palazzo, e di colà diessi col suo archibugio a bersagliare i soldati.

− D’onde viene questa tempesta? disse un di costoro alzando il capo.

− Vè! vè!... oh che cane d’un pezzente!... Come sta cheto al suo posto!.. Che bei tiri misurati! − dicevano molti, ristando dalla zuffa per badare alla meravigliosa audacia del facchino.

− Coraggio!... tira diritto!... nascondi il capo dietro la pietra! gli andava soffiando il Barone per un fesso della vetrata.

− E il subbuglio s’era acquetato, e gli amici applaudivano, e i nemici ammiravano quell’uomo tristo e cencioso, che solo erasi posto a bersaglio d’alquante centinaja di moschetti senza stogliersi perciò dalla sua bisogna. Ad ogni tiro uno degli ammiratori cadeva morto, e gli altri seguitavano ad ammirare.

− Por los hiios de Granada, che l’è un prodigio! diceva un sergente veterano. E non sentì lo scoppio dell’archibugiata perchè ne ebbe traforato il cranio da un orecchio all’altro. − Viva l’Espana!... Viva la regina e le Cortes!... Bravo!... Viva la ciudad de Granada! vociavano alla rinfusa soldati e cittadini; mentre lo strano cavaliero seguitava quieto quieto, come se mirasse, sto per dire alle rondini.

Allora ad un cattivello di giornalista saltò il ticchio di rivaleggiare col facchino; e infatti, ajutandosi delle spalle de’ vicini, s’inerpicò pei pilastri d’una chiesa lì presso, fino ad un cornicione che correva sulla porta maggiore. Là acconciatosi stese il moschetto, e sparato il colpo, la palla capitò a traforare il cappello piumato d’un colonnello.

− Che è questa novità? disse costui volgendosi a guardare verso la chiesa. E, come avviene in simili casi, mille teste si volsero a guardare dov’egli guardava.

(Sarà continuato.)

− Cosa fa quella lucertola?

− Dágli, dágli a quell’arrogante! si cominciò a susurrare fra i soldati.

− Pazienza uno; ma due non si hanno a sopportare per verun conto; dicevano molti ponendo in mira i moschetti.

Il Barone aperse furiosamente la vetriera, e uscito sul poggiuolo, prese per le spalle il facchino, cercando di trarlo a salvamento.

− Siete in due: son certo che se più tardate siete morto! gli diceva egli con voce affannata.

Ma il facchino o non udì o non volle scavalcare dallo stemma. E d’altronde l’ajuto gli veniva troppo tardo, perchè nel punto istesso cento colpi gli fischiavano intorno; e mentre il giornalista colle cervella frantumate cadeva infilzandosi nella bajonetta d’un caporale, egli, ferito nel cuore, stramazzava sulla folla, uccidendo colla percossa un capitano di stato maggiore. Il Barone si ritrasse colle falde del vestito crivellate dalle palle., masticando fra i denti qualche sanguinoso improperio al numero due. La zuffa intanto riappiccava più accanita che

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mai; Don Camillo rimase prigioniero del popolo, che espugnò e viva forza il palazzo; ma questo fu ripreso dal Capitan Generale e con esso Don Camillo: Don Camillo tentò di scappare per una finestra, e gli assalitori credendolo un nemico fuggiasco lo ricacciarono nel suo buco a colpi di mazza. Finalmente un corpo di milizie delle Cortes penetrò in Granata, colla quale s’affratellarono le milizie del Capitan Generale: si gridarono nuovi evviva: e i baci e i canti e gli abbracciamenti furono cose da non dire. Quelli che avevano combattuto si lavarono le mani e andarono a pranzo; gli altri ch’erano rimasti nei forni e nelle cantine rividero la luce del sole, e s’impancarono pei caffè a narrare le proprie prodezze; il Capitan Generale e Don Camillo, rimasti prigionieri, furono messi in una sola lettiga, e con un buon corteo di fantaccini mandati al Parlamento per darvi ragione dei fatti loro. Convenne fare di necessità virtù, si diede il saluto a quelli che restavano, e il convoglio si pose in via dopo l’ora di notte

− Tutto, diceva sospirando Don Camillo − tutto per quella maledetta faccenda delle due Spagne!

− Due Spagne che vi impicchino! gridò il capitano dandogli una gomitata nello stomaco. − Di Spagne ve n’ha una sola, e l’è il più bel paese del mondo!

− Sono Barone di Nicastro, rispose Don Camillo. La prego ad usar meco con qualche rispetto. Del resto poi le so dire che non posso cantar le lodi della Spagna, io, che senza la minima colpa vi fui fatto e rifatto prigioniero di guerra una dozzina di volte in dodici ore.

− Tanto meglio; rispose lo Spagnuolo − segno che il signor Barone è un galantuomo − Vede ella, − soggiunse additando un cotale che veniva al paro della lettiga con un lanternino tra mano; vede ella quell’alfiere?.. Colui non fu mai fatto prigioniero in trent’anni di milizia e in cento rivoluzioni. Servì un anno la Regina, un anno Don Carlos e un anno le Cortes; e quello che è più bizzarro, in quell’anno che serviva la regina servì anche Don Carlos e le Cortes; nell’anno che serviva Don Carlos servì anche le Cortes e la regina; e nell’anno finalmente che serviva le Cortes servì anche la Regina e Don Carlos. Così giunse a mettersi da un canto cinquecento mila reali col reddito de’ quali, giubilato ch’egli sia, si ridurrà a vivere in una sua bella villeggiatura sul Guadalquivir!...

− Qual bella sorte hanno i birbanti in Ispagna! sclamò il filosofo.

− Giuraddio, me vivo, nessuno mormorerà della Spagna! gridò il Capitan Generale, menandogli ne’ fianchi la solita gomitata.

− Sono Barone di Nicastro! soggiunse inalberandosi Don Camillo.

− Scusi, rispose l’altro con un inchino. − Io son Grande di Spagna: le offro la mia protezione.

− Ne approfitterò, rispose il Barone; purchè non la impicchino come ribelle sulla piazza di Madrid.

− Eh, signor mio! disse a sua volta il Grande di Spagna − a Madrid non si impiccano i galantuomini!

− Buona questa! pensò il Barone − che fosse galantuomo davvero costui? Vediamo di sincerarcene; che se lo fosse non dovrebbe lagnarsene con tutte le croci che gli son piovute sul petto. − Scusi, aggiunse indi a poco: Io sono un giudice di Sardegna, ella è un magnate Spagnuolo. Mi faccia una confessione!

− Caro giudice di Sardegna; rispose il Capitan Generale. I magnati di Spagna usano confessarsi al prete e dormire quando li piglia il sonno.

E ciò detto si sprofondò in un canto della lettiga e prese a russare tanto romorosamente, che più discreto per avventura sarebbe stato il russare concorde di alcuno fra i suoi reggimenti.

− Non c’è caso; borbottò Don Camillo, accomodandosi anch’egli per dormire: quando si è in due bisogna di necessità essere corni e croce!...

XIV.

Così viaggiando deliziosamente e bisticciando col compagno, il Barone toccò alla fine Madrid; dove il Capitan Generale fu rimesso a Corte con mille cerimonie, ed egli invece, più stupefatto che mai, dovette sciupare un pajo di settimane su e giù per le scale dei Presidenti, dei Giudici, dei segretarii e di non so quanti altri tirapiedi. Finalmente col passaporto della regina, col permesso delle Cortes, colla protezione del Capitan Generale, col visto dei Ministri, col compatimento dei carlisti, e col buon volere del governatore, egli entrò di bel nuovo a Cadice; e per paura delle due Spagne non volendo aspettarvi il piroscafo, s’imbarcò addiritura sopra un trabaccolo pronto a veleggiare per Nuova York. Dopo ottanta o novanta ore di corsa velocissima, standosi egli a sorsellare il caffè nella stanzuccia del capitano, gli avvenne di domandare a costui, se non fossero per avventura nei paraggi delle Canarie; ma gli fu risposto, che appunto prima di sera avrebbero approdato a Tunisi.

− A Tunisi!? sclamò il Barone con uno strabalzo.

− Sì, a Tunisi; ripetè il capitano.

− E l’America? chiese il filosofo.

− L’America non si move; rispose il marinajo additando un planisferio.

− Capisco, rimbeccò l’altro dirizzandosi della persona; ma io ho contrattato un posto per Nuova York, e un patrizio di sessantaquattro quarti...

− Non la si scaldi il fegato; riprese lo Spagnuolo − io difatti l’assicurai e l’assicuro ancora che andremo a Nuova York; ma devo poi dirle, che a bordo sopra di me c’è anche il padron della nave...

− Ah! ci siete in due a comandare?... Non contatemene tante! ribattè Don Camillo. − Son certo che andremo al diavolo!

− Non signore; continuò il capitano − il padrone vuol solamente che facciamo scalo a Tunisi per completarvi il carico di datteri e di fichi secchi

− Ohimè! anche i fichi secchi; mormorò Don Camillo.

− Però la si faccia animo, riprese il capitano; le insegnerò a fumare tanto di ingannar il tempo. Trenta paquitos al giorno, e, lo creda a me, le parrà che Tunisi sia una scorciatoja per Nuova York.

− Proveremo anche questa, borbottò il Barone; e si mise gravemente a rotolar fra le dita i suoi cigaretti come vedeva fare al maestro. Cionnonpertanto, fumati che n’ebbe una dozzina, cominciò la nave a comparirgli capovolta; e le seggiole gli andavano in giro per la stanza, e dei capitani non ne vedeva più uno, ma due. Se il Barone restò spaventato di questi fenomeni, io non lo voglio dire; il fatto sta ch’egli viaggiava ancora per le nuvole coi fumi del tabacco, quando due mozzi lo sbarcarono sulla terra di Cartagine. Ne quello smarrimento fu privo di alte meditazioni pel filosofo, perchè così tra il sonno e l’ubbriachezza ru-

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-minando egli certe materie di sue antiche letture, e di scorrerie saracinesche in Sicilia, e siciliane in Sardegna, e di guerre, e di trapiantamenti, e d’incrociature, e di conversioni, veniva quasi persuadendosi d’essere legato di lontana parentela coi Mussulmani d’Africa.

− Sì perdiana! mugolava dimenando il capo come un batacchio da campana − la è chiara come l’olio!... Nicastro, da Nic-az roem!... Io sono per lo meno cugino di Sua Altezza il Bey!

A dir il vero, svampati quei bollori morbosi d’immaginativa, non trovò più il filo d’un sì peregrino ragionamento, ma gliene restò pel cervello qualche orma, e così alla lontana, scommetto che gli sembrava vedere nei Baroni di Nicastro del barbaresco più assai che non bisognasse per istabilire una loro remota consanguineità coi corsari Tunisini. e l’agevolezza della prima dimora non cooperò poco a togliergli le antiche ubbie, chè certo a primo aspetto il lazzaretto e il guardiano di Genova, e i carlisti e i galantuomini di Spagna le erano cose più barbare della stessa barbarie Tunisina. L’albergo all’Europa ov’egli fu alloggiato da un dragomanno era pulito e spazioso anzichè no; soltanto prima di sera, come egli si dispose ad uscire per prender una boccata d’aria fresca, l’oste se gli fece presso ammonendolo di non avventurarsi pei viottoli di Tunisi vecchia.

− Oh quante Tunisi vi sono? chiese ghignando il Barone.

− Ve ne sono due, la vecchia e la nuova; rispose l’oste inchinandosi.

− Quand’è così non esco per ora; soggiunse Don Camillo stizzosamente. E infatti si ritrasse per iscrivere due epistole commoventi a Floriano e alla figlia del lampadaio.

XV.

Peraltro l’illustre viaggiatore s’ebbe ad acconciar bene o male a quegli ozii tunisini, almeno finchè la colta dei datteri e dei fichi mettesse in grado il trabaccolo di rivalicar per l’America. Intanto, nella seconda settimana di sua dimora colà, smontò all’albergo un venerabile Dervis che avuta contezza dell’arrivo in Africa d’un tanto personaggio, veniva a disputare con esso lui sopra certi punti ancora controversi della filosofia Mussulmana.

Dopo molto parlare e poco intendersi, il Barone conchiuse fra sè che quel Dervis era un neo-platonico; e gliene mosse discreta rampogna.

− Dovete sapere; rispose il Dervis; che qui non avviene come fra voi altri barbari che a maestri e catechizzatori si rivedono le buccie come a tanti mascalzoni. Un Dervis può come meglio gli aggrada riverberare sulle menti dei fedeli il lume della sua dottrina.

− Ah! voi chiamate noi altri barbari? sclamò Don Camillo.

− Noi, come i Greci, chiamiamo barbari tutti quelli che non sono noi − soggiunse il Mussulmano. − Perciò i popoli che hanno la stampa, i codici, la eguaglianza dei diritti, e che non seppelliscono le proprie unghie, li comprendiamo sotto questa denominazione.

− Ah dunque qui a Tunisi non ci avete la stampa?

− Il Corano è manoscritto.

− Ma non avete neppur un cencio di codice?

− Abbiamo l’eterna giustizia del Corano.

− Ma non adottaste l’uguaglianza dei diritti?

− Dio ce ne liberi! Abbiamo la dogmatica disuguaglianza del Corano.

− E come vivete dunque?

− Oh bella! − Ognuno vive e mangia, com’è suo diritto, alle spalle di chi è più piccolo di lui. Questa è la vera fratellanza: e natura ce la insegna quando dà i moscerini in pranzo alle rondini e le rondini in cena al falcone. Del resto Allah è un solo Allah, Maometto il suo profeta, e andiamo tutti perfettamente d’accordo.

− Ah! andate anche d’accordo?... E chi è che vi mantiene così d’accordo a questo modo?

− Caspita!... Sua altezza il Bey!

− Ah il signor Bey!... Un gran testone e un gran tiranno dev’esser costui!

− Chi?... il Bey?... Tutt’altro, fratello mio!... È l’uomo più semplice e timido che abbia mai veduto la cupola della Kaaba; e se vi ho nominato lui l’è stato per usare una formula solita. Al fatto ci abbiamo due governi. Quello del Bey che governa il serraglio, e la Moschea; e l’altro dei servitori del Bey che governano Tunisi e il Bey stesso.

− Ah due, due! Numero fatale! sclamò il Barone. − Tu inalberi la tua forca anche nel paese dei datteri! − Ma poi, richiese egli con voce più posata; cosa dice il Bey vedendo fare a’ suoi servitori il rovescio d’ogni sua volontà?

− Ecco il nostro uffizio; rispose il Dervis − A noi tocca procurare ch’ei non veda giusto o almeno acquetare i suoi scrupoli di coscienza.

− E ci riescite? domandò ancora il filosofo.

− Lo credo bene − rispose il Maomettano − Io acqueto la sua coscienza e quella delle sue cento mogli e quelle de’ suoi ministri; e metto d’accordo i grilli filantropici dei consoli Europei colla tratta dei negri nonchè la giustizia sommaria dei nostri cadì col Tanzimat di Costantinopoli! − La filosofia non è onnipotente per nulla, caro Barone. Laonde io l’adopero pel mio meglio

− Che razza di filosofia! pensò il Barone − Credo che lo mettessi tropp’alto a crederlo un neo-platonico − Ditemi, aggiunse poi con un certo piglio furbesco, ditemi, caro Dervis, non sareste voi per caso un pochettin Manicheo?

− Che è quanto dire? domandò questi.

− L’è una certa setta che ammette due principii assoluti e contraddicenti. Quello del male e quello del bene.

− Sì per Maometto che son Manicheo! sclamò ingenuamente il Dervis. Ammetto assolutamente il male degli altri purchè ne provenga il ben mio!

− E ve ne torna bene d’un tale sistema?

− Benissimo! qui in terra son fortunato come ogni vero credente; e in Paradiso mi attendono le sette houris, e i 60,000 servitori promessi dal profeta a suoi eletti.

− Felice notte! mormorò disperatamente il Barone accendendo un cigaretto. − Neppur a Tunisi si giunge alla beatitudine per la virtù. Se i Baroni di Nicastro hanno il sangue dei Nic-az roem nelle vene, spero che lo avranno di molto, ma di molto annacquato dal mille in poi!

Per quella volta i due filosofi si separarono, ciascuno assai beato della propria opinione. Ma qualche giorno dopo, essendo scoppiata tra i Beduini una rivolta sotto la direzione d’un certo arabo che volea cacciar i Turchi e far signori di Tunisi quelli del paese, tutti i magistrati, i mercanti, i primi officiali e il Bey stesso vivevano in grande costernazione. Il Dervis solo paffuto e tondo seguitava a fare le sue cinque abluzioni e i suoi tre pasti al giorno con somma meraviglia del Barone.

− Oh come siete grosso per un filosofo! gli disse finalmente il Dervis − come siete grosso a maravigliarvi d’una cosa tanto naturale! − Perchè volete che m’affanni! − Una delle due! − O la

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ribellione guadagna Tunisi prima della raccolta dei datteri, ed io rimango ad acquetar la coscienza degli arabi invece che quella dei Turchi; o la guerra si scioglie prima di quel tempo, ed io resterò quello che era prima, e avrò vissuto questo tempo allegramente.

Infatti qualche giorno dopo essendo uscito di casa il Barone, e avviandosi nella piazza del governo vi vide un foltissimo viale di forche cariche di freschissimi frutti, e all’ombra di esse il Dervis e un suo collega che fumavano di conserva.

− Allah è il solo Allah e Maometto è il suo profeta! gli disse festosamente il Dervis.

− Allah può es.er benissimo Allah; rispose il Barone; ma Maometto è il più mostruoso strangolatore ch’io abbia mai conosciuto!

A queste parole il Dervis fece un cenno al compagno, e tutti e due corsero a rompicollo nella cancelleria di Sua Altezza. Il Barone per parte sua corse dal capitano a fargli ressa di partire, giacchè da quella scappata dei due maestri Mussulmani non si augurava nulla di buono. Ma il Capitano gli oppose che aveva bisogno di duecento piastre per pagare il fornitore del carico, e che se egli volesse firmare un contrattino di società...

− Ve le regalo io! sclamò il Barone − purchè si parta subito.

Gliele contò anche in fatti; ma il capitano non le aveva ancora intascate e datogli una cedola di compartecipazione al lucro sui fichi secchi, che un portiere del ministro venne a chieder per conto dell’autorità dell’eccellentissimo signor Camillo di Nicastro.

− Ci sono! pensò fra sè il pover’uomo. − E dopo due giorni di penosissima procedura, coll’intervento di non so quanti consoli, la pena per aver bestemmiato Maometto su una pubblica piazza, gli fu ridotta al pagamento di duemila piastre.

− Per carità! andava dicendo il Barone al capitano del trabaccolo − Salpiamo in gran fretta, se no l’è certa questa ch’io torno a Nicastro impalato!

− Colpa di sua eccellenza! soggiunse il capitano – Mo’ le pare di appiccar lite con Maometto in casa sua, dinanzi a due testimoni di quel calibro!?

− Colpa vostra, marrano! gridò il Barone − Il carico dovrebbe esser pronto da un secolo! –

− Anche per questa volta il danno è che siamo in due − ribattè lo Spagnuolo − Il padron della nave è via pel deserto e per quanto il carico sia lesto e pagato, mercè le duecento piastre graziosamente sovvenutemi, io non posso già partire prima ch’ei ritorni! − Abbia pazienza, Señor Baron; fumi dei cigaretti.

− Sarà il minor male! brontolò il Barone.

Ma ricoveratosi a bordo, ne fumò tanti e tanti che al fine una febbre cerebrale acutissima lo mise in pericolo di vita. Quando rinsennò, il trabaccolo volava in alto mare, ed egli si vide a fianco il capitano ed il cuoco della ciurma.

− Dove siamo? mormorò fiocamente l’infelice viaggiatore.

− Nei paraggi delle Canarie; rispose il capitano.

− Dunque que’ maledetti fichi sono all’ordine, e il padrone è tornato dal deserto? riprese il Barone con un filo di voce.

− Fichi e datteri sono al loro posto; ed ella sarà contenta della nostra società; rispose con un ghigno da galeotto il capitano − Quanto al Padrone temo che qualche rinoceronte se lo sia pappato, ed abbiam dovuto partire senza di lui.

− Ohime come mi casca la testa! piagnucolava Don Camillo agitato nella sua branda da un furiosissimo Greco-Levante che rimescolava l’Atlantico. − Almeno avessi al mio fianco Floriano... o la mia Tesoruccia!... Almeno potessi spirare l’ultimo fiato nel castello degli avi miei!

− Si calmi; prenda questa pozione di rum e di tabacco: gli susurrava il cuoco.

− Si dia animo: fumi un cigaretto: soggiungeva il capitano.

− O mio Dio! a chi, a chi badare! pensava il signor Barone. − Come salvare la mia pelle pitagorica fra due medici di tal fatta? − Cosa potrei adesso rispondere a quel cinico di Bruto? − Dov’è la virtù?... dove la felicità?

− Caro Baron Clodoveo di buona memoria, soccorrete se vi piace al vostro misero pronipote!...

(Sarà continuato.)

XVI.

− E cos’è tutto codesto scricchiolio di catene che mi dà ad ogni notte la sveglia? domandò ancora il Barone, quando passati alcuni giorni gli fu tornata la speranza di riveder Floriano, la Tesoruccia, e il bel castello di Nicastro.

− Oh bella! sono i datteri e i fichi! rispose berteggiando il capitano. E scantonò dall’uscio senza spiegarsi meglio. Don Camillo dal canto suo prese a sospettar male intorno a quel suo contratto di società; e peggio ne dubitò quando gli fu annunciato, che per vendere a più alto prezzo i fichi e i datteri, prima di approdare a Nuova York, avrebbero fatto scalo a qualche porto della Carolina. Infine egli brontolò e tempestò a segno tale, che il capitano presolo per mano lo condusse nella sentina della nave, ove una trentina di negri d’ambo i sessi legati a due a due tenevan vece di zavorra.

− Oh assassino, oh carnefice! gridò il Barone pitagorico − tu sei un mercante di schiavi.

− Cioè, ci siamo in due, rispose malignamente lo Spagnuolo; perchè Vostra Eccellenza ha firmato il contratto, e nessuno stenterà a capire la metafora dei fichi.

− Appena giunto a terra ti farò appiccare! strepitava il Barone.

− Ci faremo compagnia! rispondeva il capitano.

E per quanto il Barone sudasse per salvarsi dai ragionamenti di costui, non ci fu modo di sfuggire; anzi gli convenne ingoiarsi per giunta una lunga dissertazione sulle due varietà del genere umano la bianca cioè, e la nera; la prima fatta per vendere comprare e bastonare, l’altra per essere venduta comprata e bastonata.

− Ed è vero − soggiungeva quel omaccio del capitano − è vero che vi son paesi ove i bianchi son negri, e i negri son bianchi, ma l’eccezione conferma la regola.

Or dunque gli schiavi furono venduti, e benchè un terzo fosse rimasto in mare, pure il guadagno parve assai largo: solamente il Barone non volle toccare di quel danaro maledetto, e stringeva sempre il capitano perchè lo menasse a Nuova-York come avevano pattuito. Costui faceva orecchi da mercante; e gli veniva dichiarando, come una buona metà del Congresso più liberale e repubblicano del mondo, tenesse la schiavitù per un’opera di carità fiorita, anzi una vera tutela provvidenziale.

− Io sto per l’altra metà, io sto per l’altra metà! si pose a gridare Don Camillo.

− Me ne congratulo con lei; soggiunse il capitano. − In quanto a me, siccome non mi sento da tanto di librar le ragioni di questi e di quelli, così mi piglio bell’e fatta l’opinione che mi dà maggior utile.

− Quanto buone sorelle sono birberia ed ignoranza! mormorò il Barone; e a più chiara voce soggiunse: Spero che salperemo per Nuova-York!

− Ancora un po’ di pazienza; ribattè con beffarda umiltà il capitano; non la vede quelle poche casse caricate stamane dalla ciurma?... Or bene; una breve gitarella di piacere per isporgerle al general Walker a Costarica, e poi sono con lei.

− Ah birbante!... ah marrano!... io voglio smontare! olà, signor piloto!

− È inutile: continuava il capitano − son già levate le áncore, e un buon greco ci gonfia le vele per Costarica.

Il Barone gridava, fremeva, sbuffava, e le risa della ciurma raddoppiavano per le sue convulsioni. Volle cercar un conforto nella filosofia, ma questa gli mancava sotto, come una tavola zoppa al brancicare d’un ubriaco: finì col rinchiudersi nella sua cella, e anche là lo perseguitavano i dileggi clamorosi de’ marinaj e le disperate paure della coscienza. Infin allora, anzichè abbattersi in alcuno che per far suo pro’ della fortuna adoperasse gli argomenti della virtù, avea trovato la birbonaggine padrona del mondo, e le sue stesse virtù per sopramercato gli si volgevano contro a squadrargli le corna.

− Ahimè! sospirava lo sconsolato Barone di Nicastro − ahimè temo assai, che vi sieno due vite; l’una piena di ragioni e di sogni che si pensa nelle biblioteche, l’altra ispida di contraddizioni e di verità, che si agita pazzamente nel mondo!

Giunsero finalmente allo sbocco d’un fiume intorno al quale Walker teneva il suo campo; e sulle prime, Don Camillo non voleva impacciarsi con un cotal filibustiere, ma poi la curiosità lo vinse e più anche il prurito di raccontare e scrivere quandocchesia sopra un giornale le maraviglie de’ suoi viaggi. Sbarcò dunque e s’intrattenne assai volte col fiero Americano; ma vegliava frattanto ben addentro in ogni notte, per apparecchiare certi argomenti che dovevano sconsigliarlo dalla sua ingiusta intrapresa.

− Caro generale, gli disse una bella mattina, quando si stimò forte abbastanza da sfidare l’avversario nel campo della logica − l’America è il paese della libertà, ora perchè vi salta il ruzzo di sconquassarla con una fazione, la quale, scusatemi, ne’ nostri codici antiquati si chiamerebbe una rapina a mano armata?

− Caro cittadino, rispose Walker: voi non ignorate che vi sono due Americhe, l’una libera, e l’altra schiava, e che io vengo a nome della prima per liberar la seconda.

− Adagio col discorso, soggiunse il Barone;

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come volete recare la libertà agli altri voi che avete la schiavitù in casa?

− Anche questa è una capocchieria: riprese il generale − noi abbiamo in casa la schiavitù negra e di mezzo colore; il che non toglie che non ci corra obbligo d’insegnare la libertà ai bianchi; e gli Spagnuoli dell’America meridionale sarebbero bianchi se...

− Se non fossero bruni; intromise Don Camillo.

− Se stessero meno esposti al sole; continuò l’altro pacatamente.

− E codesta strana libertà volete loro insegnarla per forza? chiese il Barone.

− Nel mondo vi sono saggi ed ignoranti; rispose Walker; e a quelli per diritto naturale si spetta di educar questi, se anche questi per cocciutaggine non ne vogliono sapere.

− E li educate coll’assalirli, col taglieggiarli, coll’ammazzarli?

− Egli è un mezzo eroico, d’effetto sicuro.

− E se li ammazzate tutti?

− Resteremo noi.

Il Barone rimase a sua volta con tanto di bocca, che mai non gli era occorso contendere con un filosofo pratico di tanto valore. L’ingenuo Yankee non parve accorgersi di cotal maraviglia, e riprendendo dopo breve pausa il filo del discorso:

− Alla peggio e alla meglio, continuò, faremo degli Spagnuoli quello che costoro fecero delle tribù paesane. Lo credereste che son ridotti a tanta infingardaggine, da pagare un pajo di stivali quattordici colonnati, piuttostochè conciarsi in casa un brano di pelle, e cucirla e risaldarla con due braccia di spago?... La ficaja che non dà buon frutto si taglia per arderla, caro signore; una delle due?.. O i Costaricani s’accontentano di lavorare, e noi ci staremo contenti dei guadagni che ne proverranno ai commerci dell’Unione; o intendono poltrire come grandi di Spagna, e noi entreremo al loro posto per fare qualche cosa di meglio.

− Filosofo Walker, disse costernato il Barone di Nicastro; voi siete un Ercole, voi scompigliate con un calcio tutto il divino sistema di Pitagora; Milone che ai giuochi Olimpici lanciava il disco lontano cinquanta stadii era meno robusto di voi!

Ciò dicendo il povero ideologo europeo si rifece al mare e salì sul trabaccolo: là si consolava pensando, che forse gli avvenimenti avrebbero dato il torto ai feroci sillogismi del filibustiere. Ma appunto il giorno seguente l’esercito costaricano si divise in due partiti; due generali fomentarono quella discordia per pescare nel torbido, e Walker più furbo di ambidue, saltando loro addosso co’ suoi masnadieri, volse a suo vantaggio quell’intempestiva dissensione. I Costaricani furono poco meno che disfatti; i due generali corsero più che di trotto al Congresso della Repubblica; cadauno apportatore della triste novella e d’un’accusa d’alto tradimento contro il compagno; il Congresso fu pronto esso pure a separarsi in due fazioni; alla sconfitta dell’esercito successe l’interna confusione; Valker si sfregolò le mani lusingandosi di pascere, vestire e saccheggiare, ben presto a profitto degli Anglo-Americani, gli Americani Spagnuoli. Don Camillo co’ suoi pronostici rimase anche quella volta con tanto di naso, e il capitano del trabaccolo comandò di sciogliere per Nuova York, ove sperava farsi pagar salato dai partigiani di Walker l’annunzio della vittoria.

XVII.

Invece appena entrati in quel porto, una turba di birri e di doganieri capitarono a bordo, i quali legarono diligentemente il capitano, il signor Barone e tutta la ciurma e li misero ad alloggiare a spesa degli Stati Uniti in un suntuoso carcere penitenziario. Il Barone gridava a tutt’uomo che era un Barone; ma siccome studiando gli uomini, e il valor delle cose erasi smemorato d’imparar l’Inglese, così la sbirraglia non si dava pensiero de’ suoi chiassi. Siccome poi nicchiato che fu nel suo stanzino si permetteva di menar calci come un mulo di Sardegna, così gli assicurarono con due buoni ceppi le gambe acciocchè non fosse turbato dalle sue stranezze il silenzio esemplare del convento. Quando lo concesse la procedura, il carcerato comparve dinanzi al giudice ove da un interprete che aveva studiato il latino e perciò credeva di saper l’italiano, gli fu significato, che due accuse gli si movevano; la prima di aver fatto commercio di schiavi contro i regolamenti degli Stati del Nord; la seconda di aver aiutato d’armi e di munizioni il venturiero Walker contro la convenienza politica del governo di Wasington. Don Camillo così all’ingrosso ci capì qualche cosa della diceria, e per un paladino della virtù non fu un bel conforto vedersi incolpato di tali birbonate. Cominciò dunque a rispondere con tutta la copia, il fervore e la facondia d’un filosofo meridionale; ma l’interprete che non ci intendeva un’acca, tempestava di rimbalzo; il giudice e gli assessori si soffiavano il naso, e Dio sa con qual tremenda condanna sarebbe finito il dibattimento, se non capitava ad interromperlo il padrone del trabaccolo, arrivato allora col piroscafo di Gibilterra. Costui, ridendo e ballando per aver trovato la sua nave, narrò come fosse stato presente al contratto del capitano con uno scuriscione di beduino per la compera di trenta negri. Egli s’era opposto, com’era ben naturale, a sì disumano mercato, minacciando anche di ricorrere al Consolato Spagnuolo, e i due birbaccioni gliene aveano mostrato sincero pentimento; ma la notte poi, nel tornar a Tunisi con una provvista di datteri, era stato rapito dal beduino cui per avventura il capitano aveva commesso di toglierlo di mezzo; senonchè il beduino per golaggine di danaro avevalo venduto vivo il giorno dopo ad un muezzin; e presso questo fingendosi mussulmano egli, avea potuto guadagnare Marocco, e di là col soccorso de’ suoi corrispondenti un porto della Spagna; donde era partito un mese prima sulle traccie del trabaccolo fuggitivo.

− Laonde, (conchiuse l’armatore Spagnuolo la sua arringa) il signor Barone di Nicastro non s’è per nulla immischiato nel commercio dei negri, e quando egli m’abbia pagato ducento piastre di nolo, io mi dichiarerò soddisfatto in ogni mio diritto.

− Ve ne pagherò mille, due mila, quanto volete! gridò Don Camillo buttandogli le braccia al collo. − Ecco che se nel contratto dei negri non ci eravate in tre, voi non sareste sopraggiunto a cavarmi d’impaccio, e a me toccherebbe far la prova per Dio sa quanti anni dell’eccellente sistema carcerario di Owen.

I giudici piansero a lungo a un sì pietoso spettacolo, e furono assai contenti di mandar sciolta tutta la ciurma che consumava al governo di Nuova-York due staja di fagiuoli al giorno. Condannarono di botto il capitano a due anni di prigionia, più due mila dollari di multa e quattrocento dobble di risarcimento per l’armatore; e si congratularono col Barone che la Providenza avesse adoperato un mezzo miracolo per chiarirlo innocente.

− Grazie, grazie, diceva il Barone togliendosi dal sibilante cicaleccio di que’ signori per uscir dalla sala. − Non s’incomodino... so dove sono le scale...

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− Permitte, Domine; gli disse rispettosamente l’interprete latinista, quoniam Domini Walkerio adversus Costaricanos opem tulisti mulctam Duom mille dollariorum solvebis.

− Oh cosa c’entro io in questo? strillò Don Camillo alquanto stizzito − io voleva venir dritto a Nuova York e fu il capitano che mi trasportò a forza laggiù. Ora come stava a me di oppormi a chi poteva gettarmi alle nozze della Dea Teti!

− La legge non si occupa di ciò, ma soltanto di esigere la multa; decise il primo fra i giudici cui l’interprete s’ingegnò di tradurre una tale risposta.

− E perchè soggiunse il Barone, perchè mi sarà imputato a colpa l’aver passato qualche ora di ciarle con un venturiero, che gode a quanto sento le simpatie di questo medesimo governo!

I giudici si guardarono l’un l’altro, e un solo fra essi che digeriva malamente il latino avvicinandosi a Don Camillo;

− Piano, gli soffiò nell’orecchio; piano, che l’Europa non ci senta. Ma le dirò in confidenza che il governo di Washington ha due politiche; l’una aperta a tutti, diplomatica, sussurona e fanullona che biasima l’impresa di Walker e taglieggia i suoi fautori; l’altra sotterranea, anonima e sordina che favorisce il suddetto Walker, adoperando a ciò anche le multe percepite.

− Mi basta l’avviso; borbottò Don Camillo ponendo mano alla tasca. − L’è una politica somigliante assai a quella di Madonna Nicefora, che costuma sgozzar quei polli che meglio rispondono alle sue cure materne.

Ciò detto girò all’ordine del segretario di governo una gentil cambialetta, e corse fuori vispo saltellante a vedere, se, come temeva, anche quel pezzo di Mondo Nuovo somigliasse all’antico.

XVIII.

Don Camillo a Nuova York spendeva male il suo tempo; là non vizi capitali, non esimie virtù, non fervide passioni da fermare un filosofo, ma negozii e contratti, contratti e negozii in tutto.

− In mezzo a questa gente neppur un cencio di Barone! andava mormorando il pover uomo.

− Alto là − gli diè sulla voce l’oste, che intese codesta sua esclamazione − alto là signor mio. Vi sono due Mondi; il vecchio dei Baroni...

− E il nuovo dei mercanti, riappiccò Don Camillo. − Sta a vedersi se il nuovo ci abbia guadagnato.

− I Baroni non pensavano che pel lustro della loro casa; ribattè l’oste.

− I mercanti s’arrabbattono per amor del quattrino; rimbeccò Don Camillo.

− I Baroni mangiavano, soperchiavano, dissanguavano i vassalli.

− I mercanti mungono, soperchiano, dissanguano gli operaj.

− Ma gli operaj son liberi d’andarne ad altro padrone.

− Forse peggiore, certo non migliore del primo.

− I vassalli non avevano neppur un cotal conforto.

− Ma almeno potevano sperare di morir pasciuti.

− Gran consolazione davvero!

− È gran bel privilegio il vostro!

− Baroni e mercanti furono e sono, secondo i tempi, una sola razza d’egoisti, s’intromise a dire quel giudice filosofo che aveva spiegato a Don Camillo l’imbroglio delle due politiche, e veniva ora a visitarlo per amor della scienza.

− Vi sono Baroni virtuosi! sclamò Don Camillo.

− E mercanti onorati! proseguì l’oste.

− Lo credo; riprese ancora il giudice; ma ogni secolo è figlio dei secoli che son venuti prima; l’uomo è sempre un impasto delle medesime qualità; il lupo perde il pelo ma non il vizio: due e due fanno quattro; onde io credo che l’utilità propria sia stata e sarà sempre il motivo generale delle operazioni umane.

L’oste che vide un forastiero addentrarsi nell’albergo, piantò la filosofia per curare i fatti suoi; e Don Camillo volgendosi al giudice con una cera da Deprofundis:

− Quale atroce colpo mi date con questa sentenza, gli disse.

− Siete filosofo e non sapevate una tal verità? domandò l’altro.

− Viaggio per persuadermi del contrario − imprese mogio mogio il Barone; e cerco il perfetto accordo della virtù colla felicità; almeno colla felicità interiore degli stoici.

− La troverete, disse gravemente l’Americano.

− Dove? chiese con ansia il Barone.

− In Paradiso, rispose l’altro, se avete fede, speranza, carità... e pazienza.

− Vi dirò, riprese indi a poco Don Camillo. − Sì, è vero, nel mondo trovai finora la contraddizione del male col minor male o, come dicono Pitagora e il Barone Clodoveo mio rispettabile avo, il binario senza complimento, l’oscillazione fra due termini senza la quiete conciliativa nel terzo. Ma se non trovai finora (badate che ho visitato soltanto Genova, la Spagna, Tunisi, Costarica e gli Stati Uniti) confido di essere più fortunato in seguito, poichè, (argomento io), questo accordo finale, questo trinum perfectum, Pitagora e il Baron Clodoveo hanno potuto pensarlo. Ora il pensiero è un ideale, cioè un riflesso o un astratto del reale, il quale non avrebbe potuto separarsi dal suo intero o essere astratto dalla concezione, o più chiaramente essere concepito, se egli già prima realmente non esisteva. − E così del pari, se egli ha una volta esistito, deve tuttora esistere poichè il perfetto è incorruttibile; come noi a Nicastro, per esempio, diciamo perfetto quel vino che in ragion di tempo guadagna anzichè perdere di soavità e vigoria. E che l’incorruttibile poi sia di sua natura eterno anche le oche lo sanno.

− Benissimo; optime! soggiunse l’Americano. − Ma vi sono due filosofie per dar ordine a codeatacodesta materia. L’una che cerca questo finale accordo, persuasa ch’esso esista; l’altra persuasa parimenti di ciò, e persuasa tanto, anzi persuasissima, che crede tempo perduto il corrergli dietro.

− Oh io scelgo la prima! sclamò eroicamente il Barone.

− Ed io la seconda: riprese sorridendo l’Americano.

− Ma non sarete mai completamente illuminato, disse Don Camillo.

− E voi non avete un’ora di quiete: continuò il giudice...

− Trovato ch’io abbia il mio ideale, proseguì Don Camillo, mi ridurrò nel bel castello di Nicastro col segretario Floriano.. e con una savia sposina.. (oh se quella che m’intendo io avesse i sessantaquattro quarti!)

− Cosa dite? chieseli l’Americano.

− Dico, riprese il Barone, che dato ordine al punto cardinale della mia discendenza mascolina, scriverò un’opera in venti volumi con note, glosse commenti e carte topografiche contro quel vanerello di Bruto ch’ebbe la cattiveria diporre in dubbio la virtù.

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− Tutto sta che troviate il trinum perfectum di cui andate in cerca − obbiettò il giudice. − Sì, è il salto dell’asino. − A mia veduta le cose umane sono zoppe, imperfette e doppie come cipolle, ma nessuna raggiunge quell’accordo triplice e finale. − Due, per esempio, sono i poli del mondo; e perciò il mondo gira traballone che ci fa perdere ogni pazienza. Due sono i sessi degli animali, onde la guerra è divenuta fra essi necessaria più dell’amore. E per parlarci più specialmente dell’uomo, esso ha due gambe, colle quali giungile e sgiungile egli lavora molto senza mai arrivare proprio dove vorrebbe; ha due occhi, l’uno che vede, l’altro che stravede; due orecchie delle quali l’una è fatta per lasciar vaporare quello che raccoglie l’altra; due mani per bastonarsi e contrariarsi vicendevolmente; due ginocchi per frusciargli sui pedestalli della Dea Venere e del Dio Mammone, due mascelle per divorar la parte ai vicini di destra e di sinistra; due spalle capaci di addossarsi animosamente ogni furfanteria ben pagata; due natiche da offrire allo scudiscio purchè si tenga colma la mangiatoja, due...

− Per carità non vi incaponite nella vostra dimostrazione anatomica!.. sclamò pudicamente Don Camillo. − So dove andreste a cascare e so che vi hanno filosofi i quali ci consentono la facoltà generativa solo per metter al mondo dei vigliacchi o dei piagnoni!... Un certo nostro Leopardi (che del resto la sapea più lunga di molti celebri inglesoni e celeberrimi francesini) ci è cascato anco lui, quando ad una sua sorella prossima a maritarsi scriveva:

«...... miseri o codardi
Figliuoli avrai......»
Giacomo Leopardi, Canzoni, IV. Nelle nozze della sorella Paolina, v. 16-17

− Miseri eleggiGiacomo Leopardi, Nelle nozze della sorella Paolina, v. 17! − suggerì l’Americano.

− Tu quoque? poesia? − sclamò palpitando il Barone.

− Non la so, ma l’indovino, rispose l’altro modestamente.

− Allora, secondo me, indovinate male.

− Forse, caro Barone; poichè del resto l’uomo ebbe pur troppo da natura due facoltà diversissime; l’intelletto e la volontà; e se colla prima antepone l’onorata miseria alla comoda vigliaccheria, sovente anche colla pratica della seconda capovolge la teoria della prima.

− Voi bestemmiate alla bontà originale degli uomini, caro confratello! Voi siete un materialista fracido!

− Cercate gli uomini per tutto il mondo, e mi sapreste dire se li calunnio!

− Li cercherei assai volentieri! − ma che ne sarà intanto di Floriano? Cosa sarà della Tesoruccia di Genova, e della mia discendenza?

− Non vi scorate sì presto! − disse gravemente l’Americano. − Domani parte un piroscafo carico di dotti degli Stati Uniti i quali intendono fare certi loro sperimenti astronomici in tutte le latitudini del globo. − Io con una commendatizia vi faccio aggiungere alla schiera e così in meno di due anni avrete sbrigato la bisogna. Troverete sani e ingrassati Floriano e la Tesoruccia; e quanto all’albero genealogico, v’assicuro io che più l’innesto sarà ponderato e maturo e più otterrete vigoroso il germoglio! –

− Oh benedetto voi! gridò il signore di Nicastro, gettandosi a corpo morto sulle braccia del giudice filosofo. − Vado in due salti per lettere alla posta, passo per l’albergo e torno col baule!

− Ci sono lettere per sua eccellenza il signor Camillo Bernardo Lucio Clodoveo Barone di Nicastro? domandò egli al distributore.

− Quante persone sono? chiese questi a sua volta.

− Una, una sola per bacco! rispose il Barone battendosi superbamente la palma sul nobil petto.

Gli furono allora consegnate due lettere; la soprascritta delle quali non offriva nemmen per sogno un esempio di bello scrivere. Tuttavia il Barone diede la preferenza a quella la cui calligrafia appariva più storpiata e ne ruppe affannosamente il suggello. –

Era la Tesoruccia!... Era proprio lei che scriveva!... – Solo nel rilevare quel bel nome adorato due lagrimette gli vennero giù per le guancie al Barone; e poi egli incastrò nell’occhio la lente, e coll’altr’occhio che rimase aperto lesse a pezzi e a bocconi quanto segue:

Adoratissimo signor Barone!

Ella mi scrive da Tunisi ch’io le mandi notizie di me e della famiglia a Nuova York. È segno ch’ella si ricorda di noi, e ciò va egregiamente. Ma il signor Floriano afferma d’aver ricevuto del pari lettere di vostra eccellenza che gli ingiungono di recarsi a Nicastro; e questo va assai male ed è segno ch’ella si dimentica della nostra miseria; poichè se il signor Floriano ci tiene in filo così strettamente intanto che dimora a Genova, Dio sa quanto peggio andrebbe la bisogna una volta ch’egli fosse di là del mare. Perciò quando il signor Floriano ha detto qualche cosa, io ho risposto, che non poteva essere, e mi mostrasse la lettera; ed egli non voleva mostrarmela, ed io replicai allora, che nella mia, vostra eccellenza gli mandava un contrordine; ma egli stentava a credere e pretendeva che gli dessi a leggere il foglio. Io come la può ben credere stavo sulla negativa per non iscoprire la mia piccola astuzia; ed essendosi intromessi mio padre e mia madre, successe un piccolo diverbio, nel quale il signor Floriano buscò per isbaglio un piccolo pugno in un occhio che lo obbligherà a rimaner a Genova per due buoni mesi. E già piuttostochè vederci privi della sua presenza, che ci è anche caparra del ritorno di vostra grandezza, abbiamo deliberato di farlo, oltrecchè guercio del tutto, zoppo e sbilenco se occorre. Del resto il medico gli ha ordinato i bagni di malva, ma la mamma glieli fa col prezzemolo, acciocchè non guarisca troppo presto. La povera donna è disperata, perchè al teatro diurno si recita solo nei giorni sereni, e quest’anno per l’appunto minaccia ogni giorno il temporale: mio papà ha smesso di fare il lampadaio e beve invece molte mezzine di più, e ambedue sono molto rossi e litigano fra loro da mattina a sera ch’è un divertimento ad udirli. In quanto po’ a me, siccome il signor Floriano ci tiranneggia a tutto potere, così cerco di difendermi lavorando camicie; ed anco ci viene molta gente per casa, e serve a tenermi svagata, chè del resto il pensiero della sua lontananza è un martello continuo. Peraltro, se lo starne via pel mondo le dà piacere, s’accomodi pure, e basterà che scriva al signor Floriano di non piantarci, e di allentare la corda del borsellino, giaccègiacché a dirle la verità, i suoi soccorsi bastano appena a pagare le beverie del signor padre e gli abbonamenti della signora madre, e al resto devo proveder io colle camicie, fatica che potrebbe guastarmi la salute...

,

− Oh barbaro Floriano! sclamò il signor Barone aprendo rabbiosamente la seconda lettera − affliggere quella povera bambina!... Oh gliela darò io!... Voglio che non possa più fiatare senza chiederne

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permesso a lei... Vediamo ora cos’ha cuore di scrivermi.

Eccellenza!

Ella mi ha confidato una pecora, ma temo di dover guardare una... Dio me lo perdoni! mi dimenticava di scrivere al signor Barone. Io dunque voleva recarmi a Nicastro per obbedire agli ordini di vostra eccellenza; ma il papà, la mamma e la figliuola mi sono saltati addosso coi pugni; e siccome io voleva leggere una lettera che la signora Tesoruccia diceva di aver ricevuto da vostra eccellenza, nella quale a sua detta mi dava un contrordine circa la mia andata in Sardegna, tutti mi si sono volti contro come cani arrabbiati e n’ebbi un’occhio pesto in maniera, che da quindici giorni faccio i bagni di malva, e non ho ancora potuto aprirlo, e il medico mi raccomanda di non movermi, e così vostra eccellenza farà tempo a dichiararmi la sua vera e precisa volontà. E del resto, signor Barone, mi spiacerebbe veder lei porre maggior fede in una sguajatella(Ah sfacciato d’un Floriano! mormorò Don Camillo) che in un vecchio e fedel servitore: poichè, senza far giudizii temerari questa famiglia è così piena di peccati che assicuro io, se non fosse la carità ad insegnarmi che colle colpe dee crescere il compatimento, me la sarei battuta da un pezzo. La prego dunque, signor Barone, a scrivermi di abbandonare questi furfanti e intanto col mezzo d’un notajo di Cagliari mi ho fatto venire da Nicastro una somma, la quale la spedisco in una credenziale sulla Ditta W. Y. Z. di Nuova York a seconda delle sue istruzioni. E le rimesse saranno fatte ad ogni anno coll’egual mezzo come raccomanda − E con tutto l’ossequio mi dichiaro...

,

− Oh te la dichiarerò io! brontolò il Barone intascando la lettera − Quella povera Tesoruccia! seguitava col pensiero: Dire che prima di rivederla avrò a far il giro del globo!... Almeno che potessi trovarle in qualche buco i sessantaquattro quarti? Possibile! li hanno stanati per Napoleone che distrusse tanti milioni di uomini, e che non possa raccozzarli per la Tesoruccia che creerebbe dal nulla un nuovo Barone di Nicastro... Canistro, Canistro! andava ripetendo fra sè − è un cognome aristocratico. Scommetto che nelle Indie ci è qualche Bramino che lo porta!...

Pertanto, entrò in un caffè a scrivere una dolcissima epistola a madamigella Tesoruccia di Canistro; e per non dare nello scoglio di vergarne due, vi intercalava di quando in quando qualche severa strappata a Floriano. Così accomodate le cose, insaccò il baule, e abbracciando e ringraziando l’amico giudice salì sul piroscafo. Prima peraltro di congedare la barca volle fiutare per ogni canto se non vi fossero per caso fichi secchi o datteri di Tunisi, o schioppi, o barili di polvere; e solo rassicurato su questo punto, s’accastò nella cella, sperando di trovare in qualcheduno de’ suoi compagni, coagulate per mezzo della scienza, la felicità e la virtù.

XIX.

Il Barone Camillo Bernardo Lucio Clodoveo di Nicastro, andò, vide e non tornò. La spedizione degli Astronomi riprese terra a Nuova York dopo due anni, ed altro non seppero narrare del filosofo di Sardegna senonchè egli era un pazzo, un pusillanime e che lo avevano perduto di vista in California. Il giudice aspettò ancora due anni, e non vedendolo ricomparire gli scrisse una magnifica necrologia sulla Rivista di Filadelfia, e saldati così i conti dell’amicizia lo pose cogli altri vecchiumi nel dimenticatojo continuando a covare la sua commoda filosofia, a guadagnar de’ bei dollari nel commercio de’ cotoni, e a sputar sentenze nel tribunale. Dopo altri tre anni all’incirca egli si stava trinciando la pollanca del mezzodì, quando un vecchietto monco, zoppo, guercio, calvo e sdentato gli si rovesciò affettuosamente addosso gettando via una stampella sulla quale s’appoggiava. Il giudice mezzo strangolato gridava per lo spavento, e l’altro pure gli si appiccicava colla bocca sulle guancie strillando:

− Che?... non mi conoscete?... Proprio non mi conoscete?

− No, non vi conosco; vi dico che siete un forsennato rispondeva dimenandosi il giudice.

− Guardatemi! sono il Barone di Nicastro; sclamò allora quel mezz’uomo.

− Il Barone?... voi?... conciato a quel modo? soggiunse strabiliando l’Americano.

− Per aver corso sulle traccie della virtù! per aver troppo indarno cercato l’accordo della duplicità contraddicente nel trino completamento dialettico! gridava il disgraziato Barone. Eccomi che torno a voi, senza denti, senza capelli, con un occhio, un braccio, ed una gamba di meno.

− Non vi saprà male ora di averne due; riprese il giudice dopo averlo abbracciato con qualche cautela. − Ringraziate madre natura di avervi munito d’un ripiego.

− Oh bel ringraziamento! sclamò il Barone circolando intorno alla sua gamba come sur un piuolo − E se madre natura ci avesse dato tre gambe, tre braccia e tre occhi, non avrebbe provveduto meglio?

− E il vostro segretario, domandò con un colpetto di tosse il signor giudice, lo avete poi riveduto?... O ci venite dal paese de’ selvaggi?

− Qual acerba inchiesta mi fate! rispose Don Camillo. − Nè Floriano nè la Tesoruccia li ho mai più veduti. − Peraltro, continuò picchiandosi sulla tasca da petto e se non ho ancora trovato nè in Asia, nè in Africa, nè in America, nè in Australia l’alleanza della virtù colla felicità, ho trovato un altro documento del pari rilevante!... l’aveva sempre detto io, che Canistro è un nome storico Indiano!... Ora sappiatelo, amico!... La Tesoruccia ha poco meno di centoventisettemila quarti!... È la ventimillesima pronipote del Semidio Visnù!... Un Bramino della Pagoda di Rameserum mi ha certificato con atto autentico ch’essa appartiene alla sua famiglia!... Io potrò offrirle la mia mano... potrò...

− Dio voglia che possiate molto! lo interruppe l’Americano. − Ma ditemi; continuò egli scrutando l’arnese del Barone che non era de’ più puliti; non sareste caduto per avventura in qualche strettezze?... Mi capite... ruberie... fallimenti! Non già ch’io sia in grado di ripararvi per ora... ma..

− Oh che diavolo mi rompete il capo? soggiunse il Barone. − In tutti i miei viaggi ho perduto sì una gamba, un occhio, un braccio, i denti, i capelli, ma non ho speso due soldi... Qui poi presso la casa W. Y. Z. ho trovato sei credenziali di seimila dollari l’una, speditemi d’anno in anno da Floriano; solamente mi manca quella del settimo, ma..

− O carissimo amico, o luce degli occhi miei!... qual fortuna è il vedervi!... qual dolcezza l’abbracciarvi! sclamò gettando ogni riserbo il giudice filosofo. − Per carità accomodatevi, sedete, mangiate, bevete, raccontate...

− Non due cose alla volta per carità! disse il Barone.

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− Or bene, riprese l’altro: narratemi come vi siete diviso dai nostri scienziati.

− Vi narrerò tutto; soggiunse Don Camillo; ma prima vi prego di starmi da questa banda, perchè una maledetta prigione della Cina mi ha rovinato i timpani e non ci odo quasi nulla dall’orecchio diritto.

L’Americano accomodò l’amico d’un sì lieve favore e il Barone, recitato per testo del racconto il noto verso:

Infandum, regina, jubes renovare dolorem,Virgilio, Eneide, II, v. 3

si raschiò la gola, e imprese a narrare le infinite disgrazie della sua Odissea.

XX.

− Mi domandate, caro amico, diss’egli, come mi sia congedato dai vostri dotti. Vi risponderò che mi sembravano un’accolta di pazzi furiosi; che non v’era opinione o disputa o consiglio, sul quale non si dividessero in due pareri, venendo anche assai di sovente alla pugna; ed io che fui talvolta chiamato a decidere, mi trovava sì disacconcio fra due falangi di boxeurs come voi li dite, che mi tardava l’ora di potermela svignare. Prima toccammo di volo il Messico, ove mi si narra che vi sieno sempre almeno due presidenti, due congressi, e due eserciti in guerra l’uno contro l’altro; dappoi approdammo al Brasile, al Paraguay, al Chilì, al Perù, ad Othaiti; e vi confesso che non mi dolse di addentrarmi oltre in quei paesi, poichè per giunta dei mille disordini, delle mille contraddizioni che ci osservai in pochissimi giorni, dappertutto le due razze umane, cioè la paesana e la forestiera, si scannano allegramente e non si danno pensiero di smetter per ora questa costumanza patriarcale. Finalmente giunsimo in California; ed ecco che appena sbarcati al Rio del Sacramento, salta il ticchio ai vostri dotti di far girare e parlare una tavola; io, come potete immaginarvi, all’udir la proposta, scoppio in un riso così sgangherato, che ai signori dotti salta la mosca al naso, ed uno fra essi pianta là la tavola per venirmi ad armeggiarmi colle pugna sul muso. Finchè si trattò di uno solo, la difesa fu valorosa; ma con due cominciai a piegare, e quando i nemici crebbero fino a tre, la diedi a gambe fuori dell’uscio. Allora fu un vero rovescio di astronomi giù per la scala; ed io, poveretto, mandato sossopra dalla valanga, caddi a slogarmi un braccio sull’ultimo gradino, fortunato di salvar le gambe, per rizzarmi e fuggire di nuovo. Scappa e scappa, imboccato un altro albergo mi vi ricoverai, e mi posi a letto per curare la slogatura . Un medico mi diè parola di guarirmi in un mese; io per mio malanno ne feci chiamare segretamente un altro che si vantava di risanarmi in una settimana; e così fra loro due quei carnefici mi conciarono il braccio in modo, che convenne da ultimo tagliarlo, perchè il Barone di Nicastro non andasse plebescamente in cancrena. I dotti avevano favorito di lasciarmi a terra le mie robe; onde risanato e monco ch’io fui, pensai d’addentrarmi nella California: il qual paese, come quello a cui concorrono, allettate dall’oro che vi si trova, genti d’ogni razza e colore, mi pareva assai proprio per istudiarvi gli uomini, le contraddizioni e gli accordi dialettici. Siccome poi nella mia famiglia fu sempre ereditaria una qualche dottrina d’alchimia, così la professione di viaggiatore mi si prestò assai comoda di cavarci le spese nelle regioni aurifere.

Oh mio degno amico, qual mostruosa schiatta di gente sono codesti abitatori della California! Ve n’hanno d’Anglo-Americani, d’Inglesi, di Francesi, di Messicani, di Tedeschi, di Malesi, d’Indiani d’Arabi, di Mori, d’Etiopi, di Tartari, di Chinesi, e di Australiani, gialli, bianchi, neri e variopinti; ed in onta di tante diversità, considerata la meravigliosa somiglianza dell’indole nell’ingordigia,nel ladroneccio, nella frode, e in ogni peggior sorte di libidine, ebbi campo di convincermi che tutte le famiglie umane vengono da un solo ceppo. Figuratevi quell’accozzaglia d’assassini e di barattieri contrastata tra la foga del godere e l’avidità del guadagnare! Figuratevi quali sieno i frutti nefandi di queste due passioni, infami e brutali del pari e cionnullameno contraddittorie! Figuratevi se quello era luogo da cercarvi la virtù, la felicità e la trina armonia Pitagorica! − Dopo due mesi ne partii stomacato, e pur consolandomi di veder il vizio punito almeno nelle qualità venefiche de’ suoi stessi alimenti. «Se qui i delitti hanno naturale castigo; diceva fra me, altrove certo le virtù avranno il loro premio.» − E con un navicello da pesca costeggiando l’America Russa tragittai in Asia. L’Asia, amico mio, ch’ebbe il vantaggio di vedere la creazione del primo uomo (a detta d’un vecchio geografo) l’Asia non istà punto meglio di Tunisi, della Spagna, e dell’America. Prima di tutto visitai il Kamkiatka, ove in due giorni fui strabalzato con tal rapidità dal freddo al caldo che mi buscai un mal di petto da olio Santo. Si facevano miglia e miglia senza incontrar un uomo; trovatolo, l’era uno scimiotto giallo, unto, peloso che cercava di assassinarci per rubare quel poco che avevamo. Se se ne scontravano due, sicuro li trovavamo occupati nel darsi percosse da orbo per una pelle di renna, o una testa di foca. − Sono selvaggi! pensava io − verrà la civiltà anche per essi col permesso dello Czar; e intanto andiamo pure al Giappone.

Si diceva che gli Americani fossero accolti assai gentilmente in quel paese, ed io mi vi avventurai infatti con un passaporto Americano. Ma non l’avessi mai fatto! − Conviene sapere che il Giappone ha due imperatori, il Cubo che regge gli affari civili, residente a Jeddo, ed il Meako che dimora appunto a Meako ed è una specie di sommo pontefice. Ora siccome gli Olandesi per gelosia di mestiere avevano messo in voce gli Americani di favoreggiare il signor Cubo, così i partigiani del signor Meako, chiamati volgarmente bonzi, s’impossessarono di me, divisando farmi grogiolare in un certo idolo di bronzo alto ventiquattro piedi, che a tal uopo essi costumano arroventare nelle grandi solennità, come il famoso toro di Falaride. Senonchè assai mi valse la mia perizia nella chimica udita decantare da uno di que’ bonzi; e questi si offerse di farmela passare col lieve sacrifizio d’un occhio, purchè io m’assumessi di ringiovanire, agli occhi del popolo, Monsignor Meako, il quale non deve mai nè invecchiare nè morire; e infatti morto che ne sia uno, i bonzi ne sostituiscono furbescamente un altro, che pei credenzoni continua ad essere quello di prima... Cosa da strabiliarne sarebbe stata per chiunque, meno che per me avvezzo alla buona gente di Sardegna, codesta credulità dell’ingenuo popolo Giapponese!... Pertanto con un ferro appuntato, come da noi si costuma accecare i fringuelli, io fui ridotto ciclope; e dopo breve convalescenza assunto ai servigi del miamio nuovo signore adoperava del mio meglio con unguenti, tinture e manteche per rinverniciarlo di gioventù le pochissime volte che si faceva vedere così alla lontana nel tempio . Erano frodi dozzinali affatto, ma che bastavano a corbellare un volgo zotico e minchione... nè avrei smesso sì presto il

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mestiere, se, quel vecchione di Meako essendo mancato a’ vivi in quel frattempo, non avessero eletto in sua vece un bonzo giovinastro, che potea far senza parrucche e belletti per darsi a credere immortale. Io che indovinai cosa si sarebbe fatto di me, allora che la mia alchimia non era più necessaria, mi fuggii addirittura dal convento per un fenestrello della cantina; e ramingando notte e giorno, giunto alla fine del mare, salsi sopra una giunca chinese pronta a far vela. Li bonzi della città, avvertiti della mia fuga e paurosi del segreto religioso ch’io potea propalare ci sguinzagliano addosso una flotta intera di barche, di barchette e di piroghe; la nostra giunca si abbandona al vento e fugge in alto mare; essi ci inseguono, ci bersagliano con certe loro catapulte; i Chinesi perdono il capo; il mare ingrossa, la procella rincalza e la giunca va a fondo con buona parte della flotta nemica. In quell’oscurità, in quel diluvio io mi trovai a cavallo d’una trave e nuotante come un delfino sulla negra immensitàvdell’Oceano: figuratevi se mi vidi in un brutto impiccio così guercio e monco ch’io era! Volgeva dunque lo sguardo costernato qua e là, quando al baglior d’un lampo, veggo vicina a me la testa d’un’altr’uomo presso ad affogare: in onta alla tempesta che furiava, cerco d’avvicinarmi a lui, lo afferro per un braccio, e lo accomodo garbatamente all’altra punta della trave. Indovinate chi l’era? per l’appunto un missionario anglicano che viaggiava dal Giappone alla China pei fini strettamente teologici della Compagnia delle Indie.

− Signor abate, gli dissi; faccia del suo meglio per tener dritta la nave. Ci siamo in due...

Ahimè, amico! proprio in due eravamo su quel fragile pino!... La paura che mi venne da tal pensiero tolsemi affatto la voce; e d’altro non mi curai che di abbracciar saldamente la trave che sospinta da un furioso greco levante scivolava sulle onde. Dopo trentasei ore fummo gettati sulla spiaggia della Cina, ove una turba di marinai conosciutici Europei ci raccolse per portarne al Mandarino della provincia.

− Che fortunati! sclamò il signor Giudice che aveva udito il racconto senza fiatare infino allora, e volle rincorar il Barone a continuarlo e a non lasciarsi vincere dalla tristezza soverchia delle rimembranze.

− Ah fortunati!? soggiunse il Barone dimandando il suo moncherino − ah fortunati ci dite?.. Fate in due a cavallo sopra una trave il tragitto dal Giappone alla Cina, per esservi legati, anzi inchiodati in una canga, e messi per due anni a giacere sopra un fianco in cantina, come bottiglie di Sciampagna, e mi direte poi, se non è meglio mille volte il tornarne al Creatore senza tante cerimonie!...

XXI.

In China per avventura vi sono costantemente due governi; quello dell’Imperatore Celeste, e quello dei ribelli Manciù. Or dunque due anni dopo capitò a portarmi la zuppa giornaliera di igname un carceriere che favoriva i ribelli; il quale udendo esser io un europeo, mi domandò, se sapessi dirigere i fulmini a mio grado e puntar i cannoni. Io risposi lesto lesto, che aveva su per le dita quelle due arti difficilissime; e a dir il vero ne son digiuno affatto; ma già aveva imparato al Giappone, che il vantarsi cogli ignoranti non arreca mai pregiudizio. Il carceriere non dubitò punto, ch’io non dovessi mettere il capo dei Manciù sul trono di Pekino; e cavatomi dalla canga, mi fece trasportare in palanchino ad una sua campagna romita ove mi raggiunse la sera stessa. Per altro io era così aggranchito, e ciorbo, e cadente per la continua giacitura in un sotterraneo, che in que’ primi giorni, anzichè governare i fulmini e i cannoni, non sapea movere le gambe o vedermi la punta del naso. Immaginatevi quale splendida comparsa avrei fatto all’armata dei Manciù!... Per questo io mi finsi cieco e cadente più a lungo chè non durassi ad esserlo in fatti, e intanto cercava il mezzo di cavarmi dalla tutela importuna di quel mio salvatore; e pratico com’ero della lingua, non disperava con un po’ di pazienza d’uscirne a bene. L’occasione mi si offrì propizia, quando il carceriere emerito convenne recarsi verso i confini per certo contrabbando di polveri; io indossai addirittura uno de’ suoi abiti, camminai due buone giornate fino al gran fiume Kiang; là, dandomi a credere un potente mandarino chiamato a corte, m’imbarcai sopra una giunca che scendeva a seconda; e dopo quindici giorni di viaggio, credendomi abbastanza lontano dal mio carcere e dal carceriere, ripresi terra pagando il navicellajo con un’ampia promessa di protezione. Dopo mezz’ora entrai nella città di Hang-chien, che deve capire quattro o cinque volte almeno Nuova York, perchè non ostante che la sia popolata per una buona metà da una setta che schifa i carnami, pure vi si consumano ad ogni mese novecentomile libbre di manzo (senza contare le capre, i montoni le vacche, ecc). Io per altro mi allogai nel secondo giorno presso una famiglia che usava la carne; poichè avvezzo alle pollanche di Madonna Nicefora, non ho mai potuto piegarmi alle regole igieniche del sommo maestro Pitagora; e d’altronde l’igname delle prigioni chinesi m’avea stomacato di legumi. Lì presi, come il solito, a studiare il paese; e non l’andò a lungo senza che io avessi a convincermi che da ambidue le parti della gran muraglia abitano presso a poco le medesime bestie. Que’ Chinesi, quando non si tratti di far piacere agli altri, sono d’ottima pasta, e così moderati nelle passioni, e docili tanto, che con un pajo di forche al giorno inalberate sulla piaggia di ogni città, il popolo vive allegro, spensierato, lasciandosi menar pel naso da chicchessia; è il sistema stesso degli imperatori romani; ma i circenses costavano più cari assai, e la buona economia ci ha guadagnato. In generale quelli che comandano possono fare, disfare e pelare senza che nessuno strilli. Sua Maestà Celeste, per esempio, a quanto lessi in alcuni viaggi, può cambiare con un decreto l’ortografia, la calligrafia e perfino la grammatica e il vocabolario; egli usa conferir titoli e pensioni ai fedeli defunti (ammirate la prudente generosità d’un governo sparagnino!) ha sei ministri perpetui, intitolati il Laipù, l’Hupù, il Lipù, il Pimpù, l’Impù e il Compù; e tiene a suoi stipendi 13,647 Mandarini, alloggiati (non so in quali proporzioni) in 20,900 palazzi pubblici e divisi in nove ordini (credo in numero disuguale non essendo quella cifra divisibile esattamente per nove), di più lo ajutano nelle sue sovrane digestioni due grandi consigli; l’uno dei Colaos o Ministri, e l’altro dei principi del sangue; il che prova, che se la China è mal governata ne ha la sua colpa anche il numero due. − Cotali cose mi erano sembrate così straordinarie a leggersi, che non ci avea posto fede; ma m’accadde capacitarmene per veduta e ve le narro, o amico mio, per provarvi, quanto gli uomini sieno strigliati bene anche in China.

Or dunque, per tornarvi a parlare di me la fa

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miglia che mi assoldò precisamente come maestro di disegno nella grande città di Hang-chieu, si componeva d’un nobile Chinese, alieno dai pubblici negozii che adorava il Dio Sole e il profeta Fò (notate che nella China si può adorare tutto quello che si vuole, e si deve adorare molte cose che non si vorrebbero) e della figliuola di lui, dalla mia vergine alunna, della divina Chimpoa!

− Ehu Corydon, Corydon quae te dementia coepit?Virgilio, Bucoliche, II, v. 69 − gridò il signor giudice all’udire la scappata erotica del barone di Nicastro. − E Genova? e la Tesoruccia?

− Peccavi, Domine! rispose con qualche lagrima di vergogna il mutilato campione della virtù. − Sì, la maga chinese mi aveva stregato!... Aveva stregato me, Camillo Bernardo Lucio Clodoveo Barone di Nicastro dei Giudici di Sardegna! E mentre suo padre, credendola sicura dietro una doppia graticola d’inferriate, si abbandonava alle molli aspirazioni dell’oppio... io... invece d’insegnarle la bell’arte del disegno.. Oh scusate, amico!... l’umana natura è fragile. Fui vinto, lo confesso, come Ercole da Alcmena, come Sansone da Dalila; e pur troppo anche la divina Chimpoa s’indusse a tradire il suo amante e a consegnarlo nelle mani de’ Filistei per un ventaglio di penna di cigno!...

Dopo due mesi dell’amore più tenero, io m’accorgeva che la fanciulla infedele non era più quella di prima; invano da qualche giorno io le chiedeva un segreto abboccamento, quando una volta mi fu dato sorprenderla tutta romita nel chiosco del giardino. La sua testa foggiata a mellone era declinata melanconicamente, i piedini da bambola stesi con bel garbo sul tappeto, gli occhi dipinti di rosso e di azzurro confitti senza pensiero nel suolo; i denti, del nero più lucido che si possa dare, trasparivano da due labbra, color coda di rondine, socchiuse a un mesto sorriso, e le mani dalle lunghissime unghie scherzavano col fatale ventaglio.

− Chi vi ha dato questo ventaglio? sclamai lanciandomi nel chiosco. − Per pietà, divina Chimpoa, parlate, rispondetemi!

Ella rise al vedermi, indi tossì, e si volse sventolandosi, perchè faceva gran caldo; ma il suo silenzio e quel contegno beffardo mi laceravano il cuore e fra me giurai di sapere la verità. Fingo di dovermi allontanare per un pajo di giorni, e verso notte mi apposto dietro un usciuolo del giardino che s’apriva sulla riva deserta del fiume e che m’aveva odore di peccato. Infatti poco stetti, che vidi entrare un uomo colle pantoffole dorate, quali ne portano solo i grandi dell’Impero.

Eccolo! dissi fra me, e gli fui dietro per la tacita sabbia del giardino.

Quell’uomo entrò nel chiosco; colse uno, due, mille baci sulle labbra della divina Chimpoa; e già nello stesso luogo ove io era stato felice una settimana prima... − Quello spettacolo mi travolge il senno; con un urto potente sbaraglio la porta; mi getto sulla coppia sciagurata; e pei capelli del cucuzzolo sollevo rabbiosamente dai conscii guanciali l’abborrito rivale... I suoi occhi torvi e sanguigni si affisano ne’ miei!... − Oh chi può significarvi la maraviglia, lo spavento, il raccapriccio che a quell’aspetto m’invasero!... In quel Chinese, in quel rivale, in quel mandarino riconosco il capitano spagnuolo, il mercatante di schiavi, il provveditore di Walker!... Egli mi riconosce a sua volta; Chimpoa sviene per la paura, e sopra il suo corpo, come intorno a quello di Patroclo, s’appicca una zuffa terribile. Io non aveva che un braccio, un braccio solo contro due, e pur combatteva da leone; quando il padre della giovine destatosi al romore sopraggiunge per rovinarmi!... Chimpoa riavendosi languidamente mi addita allo sdegno paterno... Erano due contro uno, amico mio!... non v’era più scampo!

− Tuttavia non rimaneste ucciso! osservò l’Americano.

− Non rimasi ucciso, ripigliò il Barone, perchè dalla lanterna rovesciata nella mischia il fuoco s’apprese alle gonnelle di Chimpoa, e siccome costei correva forsennatamente per la stanza, l’incendio si propagò per le cortine a tutto il fabbricato, e i due nemici dovettero pensare ai casi loro.

− E ciononostante non foste arrestato! disse ancora l’Americano.

− N’ebbi bruciata la pelle del cranio, e fracassati i denti pel salto che feci da una finestra; continuò Don Camillo; − ma nè uscii salva la vita. − E tuttavia il peggior pericolo si fu, quando amore, amore sublime e disperato mi persuase di tornar in mezzo alle fiamme a salvar la mia Dea!... Appunto nell’istante che, sputando il resto dei denti, poneva il piede sulla soglia, si spaccarono le pareti, il chiosco intero crollò..

− E non ne foste schiacciato? chiese vieppiù sorpreso l’Americano.

− Ahimè! soggiunse il Barone. − Ben lo spagnolo rinnegato, e la divina Chimpoa e il suo signor padre rimasero seppelliti vivi; ma io caddi solamente svenuto di terrore; e fu ventura, perchè intanto quel missionario anglicano ch’era venuto meco dal Giappone ebbe agio di passare e di raccogliermi; il che non sarebbe successo, se io restava morto, ovverosia vivo in maniera da potermela dare a gambe. − Lì ci narrammo, come potete credere, le nostre varie vicende: egli aveva languito due soli giorni nella canga; donde lo avevano tratto per regalargli il capestro; ma appunto l’era in piazza dispostissimo alla funzione, quando un eclissi sopraggiunse a spaventar per modo i Chinesi ch’egli rimase solo in piazza, e potè svignarsela da un canto col nodo corsojo al collo. Del resto mi spiegò anche la faccenda dello spagnuolo mandarino; il quale, preso nel Tonkin mentre contrattava un carico d’oppio, aveva rinnegato Cristo; e passato poi in China, per la singolar birbonaggine di cui andava fornito era giunto a diventar mandarino; e non si trovava per cento miglia alla larga persecutor de’ Cristiani più accanito di lui. Per cotali meriti sua Maestà Celeste avevalo fregiato di non so quanti titoli e fattolo da ultimo principe di Hong-chi congi

− Principe di Hong-chi congi quel capo da forca! io sclamai.

− Sì certo; rispose il missionario – e vi esorto a parlar piano perch’egli godeva i più gran favori in corte. Anzi, siccome nella sua ultima disgrazia ci vedranno del bujo, vi consiglio a cavarvela... Io deggio partir per l’Europa, e se volete essermi compagno, n’andremo in Persia colla carovana di Tartaria.

– Con tanto di cuore! risposi io − pur troppo capisco di non aver scelto il paese adattato per trovare quello ch’io cercava, e d’altronde, oh quanto mi punge il desiderio di riveder Genova!... Perfida e infelice Chimpoa!... Come male mi consigliai di scordare pei tuoi vezzi chinesi le grazie verginali della mia Tesoruccia!

− Cosa brontolate? mi domandò il missionario.

− Nulla; soggiunsi; ho due cose pel capo che mi dànno fastidio; ma il viaggio e la speranza di toccarne la fine mi svagheranno alcun poco.

XXII.

Ci travestimmo da Tartari e via colla carovana. − Dopo due settimane passammo la gran muraglia la quale gode assai peggior fama che non meriti; avvegnachè vi siano in Europa confini assai più modesti dove si frugano i passaggieri con minore creanza. Del resto, eccetto qualche disputa fra Tartari e Tibetani sull’età del Dayly-Lama, il viaggio fu, se non comodo, almeno tranquillo; e in quanto alla Tartaria, si dice, che quando vi muore il Gran Kan, i suoi fedeli sudditi scorazzino il paese uccidendo quanto capita loro sott’occhio per fornirlo di servitori anche all’altro mondo; ma io mi figuro, che chi ha senno, prima d’uscir di casa, s’informerà ogni mattina della salute del predetto Gran Kan; e questa quando noi ci passammo doveva esser ottima, poichè non ci occorse nessun male accidente. Secondo me il vivere è assai meno agevole nella Persia, che non somiglia punto alla Persia di Dario e neppur a quella di Ciro; e dove i malandrini sono dignitarii del regno e stipendiati dallo Sciah. Gli è vero ch’essi compensano questa ghiottornia della roba altrui con un’esemplare dolcezza verso il sesso più fragile; di modo che un marito che coglie la sposa in fallo s’accontenta di far pagare al ladroncello del frutto proibito un majale da latte, col quale tutti e tre fanno allegra e comune gazzarra; ma di questo compagnevole costume, degno da essere imitato in ogni colta società, io non potei fare mio pro’ per la brevità della dimora; e invece ebbi largo campo di accorgermi, che i ladri persiani, per avere chi sessantaquattro, chi cento e chi duecento quarti di nobiltà non sono più umani degli altri.

Intanto la carovana si avanzava: ma a guastarci sul più bello capitò la notizia, che gli Inglesi ed i Turchi erano assediati in Kars dai Russi; e che i Persiani s’apprestavano a mettersi in campo per saccheggiare i Russi, i Turchi e gli Inglesi. Questa novella unita ad alcuni torbidi scoppiati sul confine del Turkestan pel diverso parere di quelle tribù sulla lunghezza delle barbe di Alì e di Maometto, fecero sì che la carovana fece capo ad un porto del Golfo Persico, e che noi per tornare in Europa dovevamo appigliarci alla via delle Indie e dei vapori di Calcutta.

Le due Indie sono due bellissime regioni piene di tigri, di serpenti, di bambou, di pagode, di idoli, di bramini e d’Inglesi. Si dice che 50,000 anni prima del principio del mondo vi abbia avuto nascimento la sapienza; e questo potrebbe darsi, poichè comincio a credere anch’io che Floriano avesse ragione di rispondere vanitas vanitatum, ogniqualvolta io gli citassi l’autorità della sapienza. Comunque sia, gli Inglesi e gli Indiani sono due razze d’animali assai bizzarre, a vederle così riunite nella medesima gabbia: e spero che gli Inglesi d’Europa sieno assai migliori di quelli di Bombay, e, scusatelo, anche di questi vostri d’America poichè altrimenti non andrei per fermo a Londra a chiedervi novella della virtù, della felicità, e dell’accordo dialettico. Si dice ch’essi regalino ogni anno agli Indiani quattrocento mila copie della Bibbia; ma io temo invece che se le facciano pagare salate. E del resto a dare un’idea della libertà che regna in quel paese basta raccontare il modo, col quale io ne fui cacciato. − Un giorno passeggiando col mio missionario per le vie di Cocin, veggo davanti ad una porta d’una casa un povero schiavo già vicino a spirare sotto le battiture di altri quattro manigoldi. Domando qual era il delitto di quello sciagurato, e mi rispondono che lasciando cadere un vaso dalla finestra, aveva accoppato il scimiotto della padrona.

– Ah! birbanti! io gridai gettandomi valorosamente sopra quegli assassini. − E per questo vi basta il cuore di scorticare un pover’uomo?

Io credeva che l’abate anglicano avrebbe ajutato il mio assalto per ispirito di carità; ma egli invece pallido come la morte cercava di stornarmi dalla mia pazza idea, dicendo, che bisognava rispettare le leggi del paese, e che se quello schiavo era veramente colpevole, ben gli stava di essere punito. Figuratevi se restai di sasso a una tal paternale!... I quattro flagellatori finito ch’ebbero lo schiavo, saltarono addosso a me, e mi trassero con poca cortesia innanzi al governatore. Lì, spiegatagli la faccenda, il magistrato mi dimandò asciutto asciutto, donde venissi, e dove intendessi andare; al che risposi esser io giunto dalla Persia, e voler proseguire per l’Europa.

− Parte oggi nessuna nave per l’Europa? domandò egli al suo segretario.

− Parte il bark dei soldati dimessi; rispose il segretario.

− Si imbarchi subito costui; soggiunse il governatore.

E siccome io non avea capito verbo di quel loro dialogo inglese, così fui menato al porto, sospinto sul bark, e spedito in Europa, senzachè potessi indovinare cosa si voleva fare di me.

− Schiavi e padroni! schiavi e padroni! io mulinava fra me − Ecco le due stirpi fatali che corrompono la virtù, impediscono la felicità e sconnettono ogni armonia.

Il bark intanto correva velocissimo verso ponente; sia la mala fortuna che mi governò sempre nei viaggi di mare volle che il piloto avesse cioncato più del bisogno, e che, andando a battere in una scogliera a fior d’acqua, la chiglia si danneggiasse in maniera, che non era possibile porvi riparo. Si vollero allestire le lancie, ma il mal tempo e l’oscurità lo impedivano; sul ponte era una confusione, un fracasso da non dire; chi pregava, chi piangeva, chi bestemmiava; e i marinaj non volevano più lavorar colle pompe per paura di restar annegati sotto coperta. La tempesta cresceva sempre più; la corsa della nave somigliava allo sconvolto strisciar d’una nube, e alla fine fummo gettati per minor danno sulle arene infocate del Monomotapa. Oh quali paesi; amico mio!... E pensare che io viaggiava per provar l’esistenza del vero e reale accordo dialettico!... − Gli uomini di quelle spiaggie mangiano la carne cruda, camminano al sole, nudi come anime, si divorano gli uni cogli altri negli anni di carestia, e vivono fino a cent’anni; figuratevi che felicità!... In quanto ai passeggieri del bark, dopo due settimane rimasi in vita io solo; e mi acconciai con alcuni Cafri che mi guidassero fino ai confini Inglesi del Capo; ma quello fu il peggiore de’ miei spropositi. I coloni Inglesi fanno colle tribù Cafre e sostengono una guerra d’esterminio; onde presero e infilzarono senza preamboli le mie guide; e in quanto a me ravvisandomi per Europeo, mi aggiunsero ad un convoglio di condannati che partiva per l’Australia. Il Barone di Nicastro, monco, guercio ed estenuato dai patimenti, colle catene ai piedi, giunse dopo quattro mesi a Botany Bay; e cosa poteva egli aspettarsi da un governo che non rispettava nè l’innocenza, nè la regale nobiltà di un giudice di Sardegna?... Mi toccò stendere la mano e vivere di limosine; persino un cane che avea preso a volermi bene durante il tragitto, morì fra le mie braccia, cioè nel mio braccio un mese

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dopo il nostro arrivo. − E già pur troppo quando siamo due, uno deve naturalmente assistere alle esequie dell’altro; il figlio sopravvive al padre, il marito alla moglie, più spesso la moglie al marito, il fratello minore al maggiore, il nipote allo zio, il giovine all’adulto, l’adulto al vecchio, il vecchio al decrepito! − Dopo tutto è ancora assai dubbio, se il più infelice sia quello che parte.

XXIII.

Duri erano stati i mesi che stetti parrucchiere presso il Pontefice del Giappone, più duri di gran lunga i due anni passati miseramente nella canga Chinese; ma quegli altri due ch’ebbi a vivere in Australia, nella miseria loro e nella quantità dei patimenti vincono ogni paragone. Tantochè divisai da ultimo di fuggire ad ogni costo, o terminare arditamente una vita che troppo mi pesava a doverla trascinare, come la catena del galeotto − In quella quinta parte del mondo, veduta dagli Olandesi ed afferrata dagli Inglesi, vi sono due schiatte di abitatori Europei, i condannati, e quelli che meriterebbero di esserlo. Io mi strinsi coi primi come ai più malcontenti del loro stato, e tanto bene adoperammo, che si potè alla fine metter in mare una zattera sulla quale ci affidammo in nove al buon vento ed a Dio.

Dopo dieci giorni, capite; dopo dieci giorni di paura e di agonia approdammo alla Nuova Caledonia; ma sette di noi erano rimasti sepolti qua e là in diversi paraggi dell’oceano pacifico, e in due soli toccammo terra, il che non era pronostico di assai lieta ventura. Su quella lontana isola già da qualche tempo si era stabilita una piccola colonia Francese; ma io non avrei mai creduto che il destino mi ci avrebbe fatto soffermare alquanti giorni, appunto perchè mi fosse poi mangiata una gamba!...

− Come?... vi fu mangiata una gamba? sclamò l’Americano.

− Precisamente, rispose il Barone additando il moncone di coscia che gli rimaneva − questa gamba che mi manca fu arrostita probabilmente allo spiedo e mangiata dai selvaggi della nuova Caledonia.

− Poter di bacco! gridò con cera di incredulo, l’Americano.

− Non ve ne stupite; ripigliò Don Camillo; che la cosa è assai naturale, nè mi sarà difficile sincerarvene in poche parole. Alla nuova Caledonia la gente del paese, e quelli della colonia vivono insieme nel miglior accordo; quando i selvaggi possono accalappiare un Francese, usano farne un banchetto solenne; e se i Francesi agguantano un selvaggio, sopra il colle più alto delle vicinanze si procacciano lo spettacolo d’un allegra impiccatura; questo è l’esempio del più sfacciato antagonismo che mi fu dato osservare fin ora nelle umane vicende − Or dunque, io passeggiava un giorno col mio compagno di viaggio ch’era un socialista parigino, mandato nell’Australia per qualche chiasso fatto al Canadà; e costui mi veniva manifestando certi suoi disegni sul futuro governo del paese, quando una masnada di selvaggi ne piombò addessoaddosso menando giù con certe loro mazze percosse da confessione, e il socialista rimase sfracellato al primo colpo, ed io che aveva dato le spalle ad un’onorevole fuga n’ebbi fracassata, e spezzata come unauno stecco la gamba. Per fortuna alle mie strida accorsero armata mano molti de’ coloni; i quali mi portarono allo spedale, e seppellirono il morto; ma in quanto alla mia gamba non ci fu verso di poterla trovare, e tutto cospira a far credere, che i selvaggi se l’abbiano portata seco, per averci guadagnato almeno la cena.

− Chi poteva mai sognarsi una disgrazia simile! sclamò l’Americano che non sapea darsi pace di quella gamba mangiata − E poi, come vi accadde di venire dalla nuova Caledonia a nuova York benchè ci avessero mangiata la gamba?

− Capperi! soggiunse Don Camillo − volete che il Barone di Nicastro muoia senza un erede?.. Era impossibile! Fui guarito in tre mesi; il quarto lo impiegai ad ingrassare; il quinto a far il tragitto fino a San Francisco con una compagnia di minatori; il sesto a giungere a nuova York per razzolarvi le mie credenziali, e trovarci lettere di Genova.

− E ne avete trovate? domandò l’Americano.

− Le credenziali sì, come vi diceva, rispose il Barone; ma non due sole righe di lettera.

− E siete risanato anche dal ticchio di trovare a questo mondo il perfetto trino Pitagorico? ridomandò il filosofo mercante.

− Conobbi di avere sbagliato strada; soggiunse il Barone − Invece di cercarlo nel cuore della civiltà, fui a corrergli dietro fra i selvaggi ed i barbari; ma tornato ch’io sia in Europa, non mi ridurrò in Sardegna prima di averlo trovato.

− Bravissimo! disse l’altro con un lieve accento di canzonatura − e quanto contate fermarvi con noi?

− Ancora due ore; rispose il Barone guardando l’orologio; dopo le quali salirò a bordo del vapore che salpa per Southampton.

− Volete farmi un servigio? chiese sdolcinatamente l’Americano.

− Parlate; disse Don Camillo.

− L’è un buonissimo negozio; continuò l’altro − Non avete voi in Sardegna una specie di guano?

− Sì, certo; rispose il Barone − ma l’è di gran lunga meno prezioso di quello genuino del Chilì.

− Benone! sclamò il giudice mercante − io mando a Cagliari un carico di zucchero e di cotoni; là voi fate ricaricar la nave di guano Sardo; lo rivendete a Genova od a Marsiglia per fresco genuino d’America, e il guadagno sul primo costo ce lo dividiamo da buoni fratelli!

− O filosofo da guano! sclamò dal canto suo il Barone di Nicastro facendo un atto come di impugnare la spada − a me proponi una truffa?... Eccoti la mia risposta!

Egli si raschiò romorosamente, sputò nel mezzo della stanza; indi brandita la stampella, sdegnoso e zoppicante corse ad imbarcarsi.

XXIV.

E quel suo tragitto non fu più fortunato degli altri − Dopo tre giorni di navigazione andò a pezzi una ruota del vapore; nella settimana susseguente si guadagnò pochissima strada, e da ultimo una furibonda fortuna di scilocco li spinse tanto verso tramontana, che nel ridursi di nuovo sulla direzione d’Inghilterra convenne spender più tempo che non ne avesse preveduto per tutta la passata il fornitor del carbone. Perciò fu d’uopo procedere a vela; ma lo scilocco riprese allora a soffiar con veemenza; e per caso stranissimo, dopo l’invenzione della bussola avvenuto per primo al Barone di Nicastro, il naviglio che dovea approdare alla fredda Albione fu gettato invece sulle coste dell’ultima Tule.

(Sarà continuato.)

Là pertanto fu racconciata la macchina, e in grazia del carbone irlandese salutarono alla fine Southampton, il secondo mese dopo aver salutato nuova Yorck.

− Finalmente! disse il signor Barone, poggiando dopo sett’anni l’unica sua gamba sulla terra d’Europa − Finalmente!... E sia maledetto il giorno, che per farla tenere a Bruto mi sognai di allontanarmi da questo primo mondo della civiltà!... Ma fu vero per mio malanno, che le cose troppo vicine sfuggono più facilmente!... − Ora la felicità alla peggio l’ho nel taccuino! soggiungeva, picchiandosi colla mano la tasca, ove teneva gelosamente il diploma araldico indiano della bella Genovese: vengano pur Bruto o Plotino o la Ninfa Egeria a provarmi il contrario, se ne hanno il solletico!...

Poi, datasi una lavata di capo, n’andò via pel paese a prender nota della virtù e della felicità britannica, e dell’accordo dialettico, come lo frantendono i nobili Mylords del Regno Unito. A Southampton era di quei giorni un subbuglio per le nuove elezioni; e com’è stile un Whig ed un Tory si contendevano il campo. Il primo, paffuto e piacevole gentleman, correva per le bettole più radicali a promettere il buon mercato del pane e il secolo della cuccagna: il secondo, grave e sbiadito baronetto in quanti gialli, distribuiva lunghe borse di ghinee ai sensali di voti; la marmaglia degli elettori scorazzava vinolenta e tumultuosa al suono dei pifferi e dei tamburi, mentre i gridatori dei giornali pareggiavano a ToxFox, o a Chatam i due contendenti − Che monta accompagnarsi colla Giustizia, se le si guasta poi il viso con tale belletta? − Don Camillo vedeva e trangugiava de’ mali bocconi; sicchè gli fu mestieri cassare anche la Gran Bretagna dalla carta topografica del suo Eliso Pitagorico. E tuttavia non s’era accorto ne’nè della magra Irlanda, nè delle catacombe di Liverpool, nè dei postriboli – ammazzatoj della buona città di Londra!

− Ognidove il duello delle volontà, delle invidie, e delle ambizioni! borbottava egli nella camera dell’albergo, mentre un calzolajo gli prendeva la misura d’una scarpa.

− Che?... vuol dire delle elezioni? entrò a dire il calzolajo fermandosi a guardarlo colla misura tra mano così accoccolato com’era. − Povero a lei se spreca lo stupore o la pietà per cotali cianfrusaglie!... Sa ella quali sono i veri combattimenti del vero duello?.. I Ricchi ed i Poveri!... E là è il marcio, finchè la vera economia non s’interpone a purgarcene.

− Ah sì l’economia! ne udii parlare! soggiunse Don Camillo. − Ci credete voi?

− Se ci credo? rispose il calzolajo − ci credo tanto che prima di tre anni ho già fermo di chiuder bottega e acconciarmi a viver d’entrata.

− Come mai vi fate ragione di questa baldoria? domandò stupito il Barone.

− Goddam! sclamò il calzolajo − io sono appunto nei trentacinque anni...

− «Nel mezzo del cammin di nostra vita»Dante, Commedia, Inferno, I, v. 1 interpose fra parentesi Don Camillo.

− Bravo, mylord! proseguì l’artiere − la prima metà ho tirato lo spago, e la seconda lo tireranno gli altri. Così va intesa la vera economia!

− E Cobden? chiese il Barone

− Smetterà le ciarle per batter le suole.

− E Palmerston?

− Lo faremo conciapelli.

− E Russel?

− Parrucchiere.

− A meraviglia, perdiana! sclamò Don Camillo; voi, già ci s’intende, diventerete ministro degli esteri?

− Domando scusa; rispose drizzandosi il calzolajo; preferisco il ministero dell’interno per proibire assolutamente le scarpe di gomma che ci guastano il mestiere.

− Ma cosa diranno i fabbricatori di cautciou?

− Crepino, mylord!... Sono i nostri assassini!... Li farò tuffar nel canale dal primo all’ultimo!...

− Benissimo! pensava il Barone. Senza contare le risse, le gelosie, i dissidii fra Ebrei ed Anglicani, fra Cattolici e Protestanti, fra Wigs e Toryes, eccomi incappato nel circolo vizioso doppio contraddittorio e concentrico, del lusso che ingenera povertà, e della povertà che ha bisogno del lusso; nonchè della sapienza che solleva l’ignoranza, e dell’ignoranza che deprime la sapienza. − Signor calzolaio, continuò a voce alta; recatemi domattina il mio stivale, che partirò col piroscafo di Calais.

− Signore, sarà servito; ma il piroscafo di domani va ad Ostenda: soggiunse il calzolajo.

− A me fa lo stesso; riprese con burbanza il Barone; andrò ad Ostenda.

Infatti la sera del giorno appresso Don Camillo di Nicastro ricreava della sua esotica figura i passeggianti di Ostenda; ma la scarpa del calzolajo economista l’aveva buttata rabbiosamente in mare, perchè i calli non ne hanno ancor voluto sapere di economia.

XXV.

Una soave speranza rianimava lo scomposto carcame del Baron di Nicastro, come la luce del Bengala popola di forme aeree, misteriose i gradini del colosseo; un desiderio invincibile lo premea da

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Ostenda agli aprici vigneti di Liguria; ma avvenne in quel torno a lui quello che a molti, quando mettono gli occhi in una lettera carissima desideratissima, che non la proseguono se prima non abbiano sbrigata ogni loro fastidiosa faccenda, per poi riposarsi veramente in essa con tutta l’anima. E così il Barone volle fornire il suo compito anche in Europa, prima di correre al bene sicuro, ineffabile che doveva compensarlo degli infiniti travagli, e serbargli la fede di quell’accordo ideale che per avventura non avesse potuto scoprire nel mondo. Corse dunque per le poste e ferrovie la Germania, la Danimarca, la Russia e la Polonia; si ficcò fino in Turchia, e pei Principati e il Danubio rimontò ancora in Germania; ma non trovò sito ove la virtù, la vera e serena virtù, fosse d’altro ricompensata che di fiacchi battimani, quali usiamo farne per compassione ad una commedia che annoja. E d’altronde la felicità si prendea beffa di lui; mascherandosi in foggie così oscene e bestiali da movere piuttosto il ribrezzo che i desideri. − Dappertutto fra Danesi, e Tedeschi, fra Russi e Polacchi, tra Servi e Bojari, fra Turchi e Rumeni, fra Rajà ed Osmanli, gli si appalesò la rabbia canina, colla quale l’umanità si morde la coda: e il simbolo egiziano sta a promettere che il trastullo non sarà corto.

− Pazienza che fra tanti litiganti sorgesse la verità a gridar la ragione ed il torto! pensava Don Camillo in un caffè di Baden; ma pur troppo la verità, la forza, il torto e la ragione sono spartiti così appuntino, che potrebbe la tregenda tirar innanzi fino al dì del Giudizio. − Tuttavia ho ancora una lusinga; aggiungeva con un tremolio di piacere o di paura. E mille pensieri, varii di tinta, di grandezza, di figura, vispi, saltellanti, maestosi, e terribili, gli dipingevano nella immaginazione l’idea della Francia. Ciononpertanto dico ch’ei tremava; perchè ne aveva udito sparlar tanto di questa benedetta Francia, che la viva fidanza d’un giorno gli si era di molto annuvolata, e temeva anche un poco d’averne a prendere un granchio.

Poco oltre al confine francese, (egli viaggiava da Baden a Strasburgo in diligenza) uno de’ suoi compagni di carrozza si mise a gridare, che già sentiva l’aria della Francia e che gli doleva assai che i postiglioni non si fermassero per poter baciare la terra natia, o almeno abbracciare una colonnetta della strada.

− Corse molto tempo, signore, dacchè usciste dal paese vostro? gli domandò il Barone.

− Ah, qu’il y a longtemps! sclamò il Parigino − quasi quattro settimane. E frugacchiai per dieci stabilimenti termali di Germania senza trovarci un solo di quei mille agrements che fanno sì dolce il vivere a Parigi!

− E che professione è la vostra di grazia? chiese il Barone.

− Je suis un savant: rispose modestamente inchinandosi il Francese.

Don Camillo di Nicastro, martire della filosofia Pitagorica squadrò in cagnesco, l’azzimato neofito; e soggiunse con uno sgrugnetto d’ironia:

− Non già dei sette, voglio credere...

− Sibbene dei quaranta de l’Academie; rispose l’altro.

− Che pezzo d’asino! mormorò il Barone; e cercò di cavarsela col chiudere gli occhi. Ma il savant di Parigi, che odorava forse un romanzo di venti volumi nel corpo smozzicato del Barone, non si scorò perchè egli fingesse di russare e alla prima stazione colse il destro di riappiccare il discorso.

– Je gage ma tête che voi siete italiano: gli disse ajutandolo a scendere dalla carrozza.

− Sono il signor Barone Camillo Bernardo Lucio Clodoveo di Nicastro dei giudici di Sardegna; rispose Don Camillo

− Votre serviteur: soggiunse con un inchino il Francese; e d’onde venite?... Scommetto quasi di Turchia.

− Corbezzoli! sclamò maravigliato il Barone ficcandogli in viso il suo occhietto stralunato; come fate ad indovinare?

− On le voit bien; riprese il savant; voi siete calvo, monsieur, e non portate parrucca; c’est vraiment de la barbarie Turque!

− Che maniera di ragionare! borbottò il Barone stringendosi nelle spalle. − Cosa ne cale a me di parrucca?..

− Pardon; rimbeccò il Francese; ma gli è impossibile che qualcheduna fra le volubili figliuole di Eva non v’abbia tocco il cuore. E croyez-en a moi, quelle bizzarre creature n’aiment pas les tetes chauves. − Di più vi consiglio, continuò parlandogli nell’orecchio, vi consiglio le dentiere di Hochet, Rue Mont-Rouge N.° 11. C’est rien que cela; mais ca rehausse la prononciation. Et puis perchè non si deve procurar di nascondere la disgrazia della natura, o il cattivo servigio del destino? Del resto a Parigi troverete, monsieur, di che rendervi un vero Adonis: e, il va sans dire, che vi sono occhi di cristallo d’un effetto magico, esprimenti ogni fatta di passioni, dalla rabbia più feroce all’ebbrezza più soave dell’amore; laonde avec un petit changement voi potete mettere il vostro occhio destro in consonanza col sinistro vis-a-vis de votre maitresse... Et pardon, Monsieur, ma come avvenne che voi foste così endomnagé dans votre facultè visive?

− Fui accecato al Giappone dai bonzi, per aver osato entrare nei confini dell’impero con passaporto americano; rispose Don Camillo.

− Diable! quel pays que c’est le Japon! sclamò con una pirouette il sapiente Parigino; ma ve lo dico io, proseguì, che la Francia compensa i difetti di tutte le altre nazioni; ci troverete occhi a migliaja da far piangere d’invidia quello che ha ancora l’onore di servirvi!

− Il va sans dire che non ci vedrò meglio; disse ghignando il Barone.

− Pardon, monsieur; soggiunse il Francese, come punto dal fare schernevole del Barone; c’est pour la venusté, come dicevano i Greci. − Ma come diavolo; continuò egli allegramente; come vi frullò in capo di ficcarvi al Giappone?

− Ho fatto voto di cercare pel mondo la concordia della virtù colla felicità e la trina armonia dialettica di Pitagora; rispose solennemente Don Camillo.

− Vous ne cherchez que cela?... et vous alliez au Japon?

− Qual meraviglia? rispose Don Camillo − andai al Giappone perchè non mi fu dato trovare altrove quanto cercava.

− Oh quelle fatalité, monsieur! sclamò il Francese; se ci fossimo incontrati prima, vi avrei sparagnato un lungo viaggio, e la brutta accoglienza di messieurs le Bonze!.. A Parigi, monsieur le Baron, a Parigi si trova, la vraie vertù, le veritable bonheur, et la parfaite armonie!

− Davvero, signore?.. e come?... dove?...

− Parbleu!... anzitutto dans les coulisses.

− Che è quanto dire?

− Excusez-moi, voleva dirvi che fra les danseuses et les comediennes si trova sovente quella

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courte, brulante et infidele intimité, che procede dalla vera virtù, costituisce la vera felicità e mena alla perfetta armonia. E se si sparla di esse, c’est, credetemi, de la calomnie.

− Costui è pazzo; pensò il Barone; chi gli chiese conto di comiche e di ballerine?.. − Scusatemi; ridomandò volgendosi a lui; la virtù pubblica è ben rimunerata a Parigi?

− On la siffle au Gimnase, on la supporte a l’Odeon, et on l’applaudit au Theâtre Français; rispose il Parigino.

− Capisco; ma il Governo?

− Ah, le gouvernement!! bisbigliò sbadatamente il savant. − On dit che ci abbia regalato sessanta mila cavalieri della Legion d’Onore. Ça fait un joli budget de vertus publiques, mi sembra!

− E dove si pescano, di grazia, tutte queste ricchezze di virtù?

− Mais, dans la haute finance, dans la haute literature, dans la haute noblesse, dans la haute fashion, dans les hautes rangs de l’armée surtout; e poi ancora dans le haut commerce, dans la haute diplomatie, dans la haute...

− Basta, basta! − strillò Don Camillo tappandosi l’orecchio che non gli si era guastato nelle carceri della China: tutte virtù che costano pochi sudori. E da quanto mi dite temo assai, che anche la Francia non sia paese da cercarvisi l’unità dialettica del trinum Pitagorico.

− Oh qu’oui, che ce la trovate! sclamò a sua volta il Francese: da noi tutti hommes, femmes et enfans, sono pour la centralisation. C’est de l’unitè à ravir, caro Barone, e tutto cola a Parigi.

− E cosa dicono i Dipartimenti?

− Qu’est que c’est que ça?... Ah capisco!... Les departements! Essi mandano Parigi ai centomila diavoli.

− E Parigi?

− Il s’en f...!

− Bella unità affemia! sclamò il Barone.

− Ve l’avea pur detto! soggiunse tutto raggiante il Parigino − c’est à ravir!

− E tuttavia; riappiccò Don Camillo; l’anno scorso alla Nuova Calcedonia udii un Francese mormorare non poco d’un così soverchio accentramento.

− Sarà stato un legitimiste!

− Non era.

− Un fusioniste?

− Nemmeno.

− Un Orleaniste?

− Nè punto nè poco, era un socialista.

− Peste! non ne conosceva di questa nuance! mormorò il Parigino.

− Oh la perfetta unità dialettica! sclamò ironicamente il Barone.

− Sì, certo; e ve la provo; rispose l’altro; c’est de l’unitè dans la multiplicitè, come diceva, mi sembra, un certain abbè Giberti qui doit être Corse. − E per questo noi, ad onta dei sei, sette od otto partiti che abbajano, e di coloro che appartengono a tutti otto o a nessuno, abbiamo tuttavia un solo scopo, e c’est de bien vivre; un solo passeggio et ce sont les boulevards; une seule Academie, ed è quella cui io ho l’onore d’appartenere; un solo giornale et c’est le Charivari (gli altri son fatti per dormire, ma pour le jour non!... Oh les journaux, quel beau calembour!) abbiamo un seul empereur et c’est le neveu de l’autre; un sol canzoniere ed è quello di M. Beranger; un solo Parigi, et c’est le coeur, la tete et l’estomac de la France, un solo esercito et c’est celui de Marengo, d’Austerlitz, di Costantina, e di Sebastopoli; una sola tiranna et c’est la mode; una sola attrice et c’est mademoiselle Rachel; una sola faccenda et c’est le plaisir; un solo piacere, et c’est l’amour; un solo amore, et c’est le morir long; un seul vin chic ed è lo Champagne; un seul vin bourgeois et c’est le Bordeaux, una sola virtù et c’est la perfection; un solo difetto et ce n’est pas la modestie...

− Basta, suffit, vi prego; mi conterete il resto dans le vagon; andava dicendo Don Camillo. Ma non ottenne che una brevissima tregua, perocchè infatti sul convoglio della ferrovia da Strasburgo a Parigi, s’abbattè di bel nuovo nel facondo accademico; e questi per tutto il viaggio d’altro non si occupò che d’assettarsi le bande della capigliatura, e di provare al Barone di Nicastro la parfaite unitè dialectique et Pithagorique della Francia.

− E come fareste a racchiuderla nel simbolo unico e triplicato dei Pitagorici? Domandò sorridendo il Barone, come furono a pochi minuti dalla capitale.

− C’est l’affaire de quatre c. − rispose lesto lesto monsieur le savant. − Le canon, le caquet, et le coq... forment le trinum parfait de notre civilisation!

− Voilà! soggiunse il Barone. Ecco tutto spiegato e ve ne ringrazio. – Spero, aggiunse in cuor suo; che la Tesoruccia non imparerà mai questa applicazione parigina della formula Pitagorica!

Alla stazione si salutarono, e l’uno corse in un cabriolet à l’Academie; l’altro si fece condurre da un fiacre all’Hôtel du Pavon; ruminando le strambe dicerie del suo compagno di viaggio. Pure non trovò Parigi gran fatto dissimile da quanto esso se l’era immaginato dietro le parole dell’accademico: e cerca e ricerca, diè sovente di naso nella virtù canzonata, nella felicità dei bricconi, e nell’armonia degli organetti. Un mondo senza pensiero, una vita senza scopo, una luce senza calore, una festa senza ragione, gli sembrava quel briaco Parigi; e ci convien dirlo, il Barone ne rimase tutt’altro che contento.

− Oh lo veggo pur troppo! diceva egli, provandosi a camminare colla sua nuova gamba automatica nel giardino delle Tuileries; converrà ch’io mi ricoveri nell’amore per riacquistar la speranza!

E a proposito, se era malcontento di Parigi il povero Barone, non lo fu peraltro della meccanica e della chirurgia riparatrice, che lo munirono d’un’eccellente gamba di legno, d’un braccio di gutta-percha, d’un’arricciata chioma leonina, d’un occhio soave e ceruleo di cristallo, e di trentadue denti d’avorio; in guisa tale che guardandosi nello specchio gli parve esser uscito dalle mani del creatore in una seconda edizione.

− Ora andiamo a Genova! diss’egli sospirando, eppur compiacendosi del suo fiorito bel garbo. Non aveva trovato l’accordo dialettico negli altri, ma era sicuro di comporselo in famiglia, e ad ogni istante palpeggiava con voluttà il diploma indiano che aveva nella tasca da petto. Adunque prese un posto sulla ferrovia di Lione e s’acconciò alla meglio col congegno un po’ complicato delle sue membra in una poltrona di prima classe. Dirimpetto a lui un maturo Dandy stette guardandolo con qualche maraviglia, e poi alzandosi e stringendoglisi al collo.

− Ma sì!... È proprio lui!... quel caro Barone di Nicastro! Si diede a strillare.

Don Camillo cercava di liberarsi da quegli abbracciari, per volgere al nuovo amico che gli capitava la parte del suo viso ove l’occhio non era di vetro; e giunto che fu a ravvisarlo, s’arretrò più per lo spavento che per la sorpresa.

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− Veggo o straveggo!?... balbettava egli impallidendo, tremando, fregandosi le ciglia, e alzandosi la parrucca. − Voi?.. proprio voi?... il mio collega dell’Australia?... il socialista della Nuova Caledonia?... il morto?... il seppellito?..

− Sì, son proprio io! guardatemi, palpatemi; soggiungeva l’altro tornando ai baci e alle carezze.

− Piano, piano; andava dicendo il Barone, e si ritraeva come da uno scheletro; e com’è che non siete rimasto sotterra?.. Vi ho pur veduto seppellire io!...

− Sì, caro Barone; rispose il risuscitato; i caritatevoli coloni si diedero le mani attorno per seppellirmi, acciocchè qualche barbara tribù non desinasse coi miei miseri avanzi.

− E dunque? chiese vieppiù atterrito il Barone.

− E dunque; riprese l’altro; poco mancò che la soverchia carità dei miei compaesani non prevenisse l’opera dei cannibali, poichè io non era affatto morto, e col darmi sepoltura sono andati a rischio di soffocarmi.

− Cosa mi contate! mormorò Don Camillo.

− E il più bello si è, proseguì l’altro; che partiti i becchini, l’odore della carne fresca richiamò i selvaggi, i quali disseppellitomi e trovatomi vivo, e assai macero, pensarono di ingrassarmi per qualche loro tripudio. E così ebbi tempo di guarire dalla paura di esser morto, nonchè delle molte ferite che aveva pel corpo, e una bella giornata, quando mi portarono da asciolvere nella mia stia, deliberato d’arrischiar tutto per ischivare lo spiedo, inzuccai un contro l’altro i due carcerieri, me la svignai fuori dell’uscio, e corsi e corsi fino alla colonia francese; donde perchè non si rinnovasse la burla m’imbarcai tosto per la Francia.

− Dunque vi passò il grillo di piantare un comune socialista nel Mar Pacifico? chiese il Barone.

− Pardon! − soggiunse gravemente il Dandy − ho una carica nel Ministero delle Finanze: sono bonapartista.

− Hum! fece il Barone. − Le conversioni in Francia non son meno miracolose delle risurrezioni alla Nuova Caledonia!...

XXVI.

Don Camillo di Nicastro, varcato ch’ebbe il Cenisio, un bel mattino di luglio, precipitò a Torino, e col vapore a Genova. Oggimai le sue brame erano vicine ad appagarsi, e il cuore, che non avea sofferto mutilazioni, gli batteva a suon di musica nel petto. − Floriano?... domandò egli, − la Tesoruccia? Nessuno se ne ricordava, nessuno seppe darne novella: e il Barone nella sua vigorosa eloquenza castellana prese a sputar fiele contro il destino, che non potendo guastargli altrimenti quell’ultima felicità, gli avea trafugato la fidanzata. E dire ch’egli le recava dalle Indie centoventisettemila quarti, e una mano di sposo!... − Egli prese a correre l’Italia per tutti i versi tanto di svagarsi; ma un cotal viaggio non era quello che facesse all’uopo e da Genova a Milano, da Milano a Venezia, da Venezia ad Ancona; da Ancona a Palermo, da Palermo a Napoli, da Napoli a Roma, da Roma a Firenze e da Firenze a Genova il misero Barone non fece altro che piangere.

− O Tellus Saturnia! o magna parens frugum et virum!Virgilio, Georgiche, II, v. 173 diceva il pover’uomo.. e non diceva di più perchè i singhiozzi lo soffocavano (Se volete crederlo, piango ancor io scrivendo).

Peraltro tornando a Genova una fievole lusinga gli persuadeva che Floriano e la Tesoruccia fossero in Sardegna; ma affralito com’era dai patimenti la minaccia d’un tragitto per mare, a lui che sempre sì infelice era stato in simili viaggi, sembrava esser tutt’uno come una condanna di morte. Correva adunque per le coste spettanti la Sardegna in cerca d’un porto donde la passata fosse la più breve, imitando il cane che per seguir il padrone oltre il fosso corre su e giù per la riva in cerca del salto più agevole. Arrivò a Livorno che monsieur Arban si preparava al suo penultimo viaggio aereonautico. Un’idea luminosa gli balenò pel capo... Se tornassi a Nicastro in pallone?...

− Monsieur Arban, io sono malcontento del mondo, ma della vostra nazione meno che delle altre, − voi siete frivoli, volubili, ciarlieri, vanerelli, scapestrati, ma vi invaghite facilmente della gloria, che è almeno l’ombra d’un ideale; favoreggiate l’arte che è la forma dei buoni sentimenti, e comprendete la carità, che è l’istinto della virtù; insomma portate non indegnamente il triplice stendardo delle razze latine, e non siete nè tanto sciocchi, nè tanto manchevoli, nè tanto bugiardi, come si dice. − Ora favorite dirmi da che banda spira il vento?

− Da Levante, signor mio; rispose sbalordito l’aereonauta.

− Ottimo per la Sardegna; quanto volete a condurmivi.

− Dodicimila franchi.

− Sta bene; contratto fatto.

− Il Barone contò dodici viglietti di banca, e fra gli schiamazzi del popolaccio fu adagiato nel navicello come voleva monsieur. Alla fine la corda fu tagliata; essi salirono dapprima perpendicolarmente otto mila metri; indi cominciarono a volare verso Sud-Ovest colla rapidità di cento chilometri l’ora; e alla fine scomparvero nell’azzurra lontananza, che ogni testa di Livornese guardava ancora in alto, come quella del gallo che canta.

XXVII.

La felicità, la virtù e la perfetta armonia Don Camillo di Nicastro non fu fortunato di trovarle neppur sopra le nuvole; poichè tra lui e monsieur Arban non furono che continui alterchi, e lamenti, e rampogne, ora perchè il barone movendosi facea tentennare il navicello, ora perchè l’aereonauta per cogliere una corrente d’aria più elevata, s’addentrava semprepiù nella zona ghiacciata, dove il filosofo temeva di perdere il naso. Ma finalmente scoprirono la Sardegna, e il signor Barone ebbe uno schianto di allegrezza al vedere che il pallone quasi animato dall’anima sua si dirigeva difilato sopra Nicastro.

− Monsieur Arban, diceva egli colle lagrime agli occhi guardando per entro un telescopio − vi perdono i vostri rimproveri... Veggo Nicastro!... Nicastro, capite; il castello degli avi miei, che ne portarono il nome dei loro antenati di Sicilia, i quali lo volgarizzarono a quanto si crede dal saracino Nik-az-roem!.. Oh ecco!.. ho scoperto il campanile della chiesa, e la colombaia, e la terrazza!... Oh mio Dio!... Floriano!.. Sì veggo proprio Floriano al finestrone della sala!... Misericordia!.. È lei! È la Tesoruccia, che dorme il sonno dell’innocenza!... Oh che tu sia benedetta!... Non ha perduto niente ella in tutti questi anni; anzi... ha acquistato, ha acquistato!... Guarda!... ha già preparato la cuna pel nostro futuro erede!... Oh, salve, sposa e colomba mia! salve, desiderata!

− Cheto, cheto, parbleu! gridò monsieur Arban. − Non vedete che scendiamo a piombo?

Infatti il pallone calava rapidamente, come una

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allodola che sospenda l’inquieto giocolare dell’ali; e gli oziosi della piazza di Nicastro avendo dato la voce al paese, tutta la gente erasi accalcata a vedere qual potesse mai essere lo stranissimo uccello.

− Ignoranti, gli è un globo aereostatico quello! sentenziò lo speziale − non vedete che per esser un uccello gli mancano le ali e la coda?...

Intanto il signor Arban manovrava del suo meglio; ma il Barone intento nel suo canocchiale si dimenava tanto per la commozione e la gioia che ad ogni momento la cesta accennava di stravolgersi.

− Fermo, per carità! gridò colla voce serrata fra i denti monsieur Arban , stiamo per rasentare il campanile!

Figuratevi peraltro se il Barone poteva frenarsi vedendo la Tesoruccia svegliarsi languidamente dalla sua siesta e balzare di letto! Egli mosse un tal salto sul suo sedile, che la macchina intiera piegò a sinistra, le corde imbrogliandosi nella croce del campanile andarono a pezzi, e il pallone riprese un’altra volata, e la cesta coi due viaggiatori precipitò nel bel mezzo della piazza.

− Che è, che non è?... − Due uomini! − Son morti? − Son vivi?... v’è il signor Barone Camillo! − Che? risuscitato? − No! cascato dalle nuvole! − Ben tornato, Eccellenza! − Grazie, ahi! − Come sta? si è fatto male? − Nulla! mi si è rotto la gamba. − Dunque presto, il medico. − No, piuttosto il falegname poichè l’era di legno. − E voi, signore? − Oh c’est rien: il Barone ha fatto il possibile per ammazzarmi; ma noi Francesi nous ne sommes pas de souris.

Cotali erano i discorsi della folla che si rimescolava dinanzi la spezieria; durante i quali il Barone avea ripreso la stampella e a braccetto di monsieur Arban, col codazzo dei vassalli, fra gli evviva e le schioppettate s’avviava verso il castello.

− Zitto, figliuoli miei! disse egli al corteo come giunsero ad un gomito del poggio, oltrepassato il quale il romore poteva facilmente udirsi fino in castello. − Zitto, voglio fare a Floriano ed alla Tesoruccia una bella improvvisata!... Fate che al chiasso non s’accorgano di qualche venuta straordinaria.

I paesani si arrestarono così mutoli che parvero rane al sorger del giorno: il Barone Camillo e monsieur Arban, si avanzarono soli e a tacito passo nell’atrio moresco del castello di Nicastro.

XXVIII.

Don Camillo, entrato sorridente nel refettorio, trovò Floriano seduto a merenda presso la Tesoruccia; e due bimbi in mezzo a loro che intingevano le dita nelle scodelle e li chiamavano papà e mamma. Monsieur Arban raccolse fra le braccia il corpo inanimato del Barone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

XXIX.

Il quale tuttavia non ne morì, e appena rinvenuto trovandosi nel suo antico talamo dalle gialle cortine di seta, confuse le sue lagrime con quelle di Floriano, che gli baciava devotamente la mano di gomma.

− Anche tu Floriano, anche tu mi hai tradito! disse con fiochissima voce l’illustre infelice.

− Signore e padron mio; rispose piagnucolando Floriano che sputava le parole pei molti denti che gli mancavano; fu per salvare quell’anima... se no la andava alla perdizione!... Oh mi creda che se noi avessimo creduta morta l’eccellenza vostra non mi sarei sobbarcato a questa penitenza.

− Ah penitenza la chiami! soggiunse con un brivido il Barone. − E quei due bamboli, Floriano, quei due bamboli!?

− La Provvidenza mi ha ricompensato della mia buona opera; rispose col collo torto il sagrestano. − Il primo ha tre anni, e l’altro ventidue mesi.

− Bravissimo! mormorò il Barone – e − prendi, aggiunse cavando di tasca e sporgendogli il rescritto del Bramino di...; tu hai sposato senza saperlo una donna che ha centoventisettemila quarti di nobiltà indiana, e per giunta... − Puh! fece Don Camillo con un sussulto: maledetto chi ha inventato i canocchiali.

− Per carità, signor Barone! borbottò scandolezzato Floriano.

− Eh lasciami almeno maledire chi voglio a mia posta! riprese Don Camillo con un sospiro. − Ora per mio ultimo malanno mi converrà cercare un’altra donna che prolunghi il mio albero genealogico!

− L’ho già trovata, rispose Floriano; una santa donna, la Baronessa di Sassobianco.

− Sì, sì, vada per la Baronessa; ripigliò Don Camillo, − già pur troppo m’accorgo che mi toccherà morire senza aver trovato l’armonia Pitagorica.

− Purchè non sia un’eresia la troverà in Paradiso; soggiunse Floriano.

− Vammi un po’ al diavolo! gli gridò dietro il Barone, e voltatosi verso la parete si diede a ricapitolare le sue conchiusioni filosofiche. Partitosi Floriano, venne indi a poco la volta della Tesoruccia, che quasi morì di dolore all’udire che se avesse pazientato tre anni e mezzo la sarebbe divenuta moglie del Barone. Siccome la madre di costei era rimasta abbruciata nell’incendio d’un teatro diurno di Genova, così Don Camillo ebbe il conforto d’aver a che fare solamente col lampadajo quando costui si credette in dovere di salire ad ossequiarlo; e da ultimo capitò anche Madonna Nicefora, la quale gli fece ingojare la biografia di tutti i suoi polli dal giorno ch’egli s’era partito da Nicastro infino allora. Sopraggiunsero poscia il rettore della Parrocchia, il maestro, lo speziale, il cancellier criminale, il cursore e il campanaro; dopo di che il Barone saltò dal letto, ove era rimasto per accomiatarsi più presto da quegli oratori, e si ritirò in quella biblioteca donde quasi ott’anni prima era uscito per cercare nelle vicende umane i commenti e le prove della filosofia. Per altro anzichè perdere ancora gli occhi in que’ polverosi zibaldoni che ne adornavano gli scaffali, o mettersi a scrivere contro Bruto i venti volumi promessi al giudice Americano, egli tolse un sol pezzetto di carta, e dopo breve raccoglimento vi vergò sopra con mano sicura queste poche righe:

Vera ricetta per guidar la Scienza a trovare la Virtù ricompensata colla felicità, nella trina e perfetta armonia Pitagorica, secondo le dottrine comunicate da molti celebri trapassati al Baron Clodoveo di Nicastro nell’anno di grazia 1111, e l’esperienza pur troppo fattane dal Barone Camillo, negli anni di disgrazia che corrono. Il tutto in relazione al motto araldico gentilizio: «Pesare e pensare, e per norma e sconforto de’ miei nipoti e pronipoti fino all’ultimo aborto.»

PESAR POCO, PENSAR NULLA; fare il bene e fuggir il male per ispirito di contraddizione; operare, se i tempi lo consentono, grandi e generose cose per sentimento estetico; e cercar il resto nelle nu

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vole o a Parigi, dove qualche cosa si potrebbe trovare in barba al Misogallo.

Scritto di mio pugno, da me Camillo Bernardo Lucio Clodoveo Barone di Nicastro, la sera del giorno 11 Ottobre 1856, appena tornato dal mio sventuratissimo viaggio pei due mondi; e scrivo per corollario in foggia di enigma, che i due mondi sarebbero beati se si cancellasse da essi il numero due, simbolo di altalena, di contraddizione, di immobilità di י::תקג׳ם.

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Scritto e piegato questo bizzarro documento, Don Camillo salì con gran fatica e con una scala a piuoli, sulla quale con due gambe e con somma agevolezza era salito otto anni prima per leggere le sublimi pergamene del suo antenato; ripose la cartolina nel ripostiglio, che d’allora in poi era rimasto vuoto e sbardellato; lo richiuse gelosamente, e sceso che fu, ne collocò la chiave in un buco sopra il camino, dove gli individui di sua famiglia avevano dovere sacrosanto di rintracciarla, poichè avessero finito quello studio teorico della vita e degli uomini che ad ognun d’essi incombeva. Dopo ciò mise supina la scala dietro la libreria, si terse il sudore che gli gocciava di sotto la parrucca, e uscì per domandare a Floriano quando contava presentarlo alla sposa.

Per non allungarla di troppo vi dirò ch’egli si ebbe a rimaritare colla Baronessa di Sassobianco due mesi dopo all’incirca, e che un tal matrimonio non fu molto avventurato, avvegnacchè la sposa godesse meritamente la fama di zitellona acerba e lunatica.

− Ohimè! sospirava il Barone quando aveva la fortuna di trovarsi solo; ohimè la duplicità ha da ficcarsi anche nel mistero della generazione!...

E di tal trista necessità consolavasi affaticando delle sue eterne lamentazioni le orecchie del buon rettore della Parrocchia.

− Oh sono molto infelice! gli diceva egli una cotal sera di dicembre.

− Lo veggo; rispondeva sbadigliando il rettore

− Eppur Floriano e il lampadajo sono felici; ribatteva il Barone.

− Anche di questo me n’avvedo; soggiungeva il rettore.

− Or dunque come va pigliata questa matassa? tornava a dire Don Camillo. Se la duplicità contraddittoria prende a perseguitare un Barone, un filosofo e un viaggiatore della mia fatta, come ne vanno esenti così facilmente due simili cialtroni?

− La duplicità oggettiva ha la sua causa subjettiva, continuava a discorrere l’abate che tirava allo scolastico, − proprio come i colori, benchè siano nella luce, hanno bisogno dell’occhio cui manifestarsi. Ora non è egli vero che Floriano è tutto per l’anima, non pensa che all’anima, non opera che per l’anima?

− È vero!

− E non è vero puranco che il lampadajo ha cura soltanto d’inaffiare il suo corpo di malvasia, e rimpinzarlo di polli e di salati?

− È verissimo!

− Per questo essi sono felici! sclamò trionfando il rettore − per questo, che, ambidue a loro modo, riducono la duplicità umana ad una assoluta unità. Mentre vostra eccellenza che vuol badare all’anima e al corpo ci perderà come si dice il ranno e il sapone

− L’anima e il corpo!... l’anima e il corpo? − andava brontolando don Camillo − ecco la sorgente delle infinite contraddizioni, delle infinite miserie nostre!... E doveva proprio impararla dalla bocca d’un abatucolo!... − Ma io non mi lascerò domare dalla paura o dalla vigliaccheria! − soggiunse indi a poco [---] natura m’impastò di materia e di spirito, e mi pose in un perpetuo bilico fra l’angelo e il majale! io non sacrificherò una parte dell’esser mio all’altra parte, per amore del quieto vivere. Vivrò forse fra i dolori, morrò anche tra la disperazione e lo spavento, ma vivrò e morrò intero come fui stampato.

Il Barone si ritrasse brontolando alla biblioteca, ove la sapienza dormiva taciturna e infeconda in un bujo pieno di mistero o di nulla. Il vento flagellava le imposte; i vetri e le porte scricchiolavano; uno scroscio profondo che si distingueva a volte tra i diversi rumori della procella faceva pensare che lo spirito di Bruto sghignasse ferocemente in fondo a qualche scansia.

XXX.

Tre anni dopo il ritorno a Nicastro, Don Camillo che s’affidava tutto nella speranza di ottenere un erede vedendosi fraudato anche d’un tale conforto cadde, in tal melanconia, che lo ridusse in breve a fil di morte. Egli andava dicendo ne’ suoi soliloqui, che vedere e toccar con mano i mali, senza speranza di mai vederci rimedio, era tal tormento da non poter sopravvivere. La Baronessa, Floriano, e la Tesoruccia, Madonna Nicefora, il medico e il rettore che gli stavano intorno al letto, raccontano ognuno a loro posta le ultime ore dell’illustre infermo. Io per me m’attengo alla narrazione del guattero che gli sosteneva il capo, e doveva essere il meno commosso.

− L’anima e il corpo! mormorava egli nel delirio ultimo dell’agonia − un inevitabile e sciagurato dualismo!... ov’è il tuo termine conciliatore?... e la tua quiete finale?...

− Pensate a Dio; rivolgetevi a lui, gli suggerì il rettore pietosamente.

− Dio.. Dio... Dio!... mormorò ancora il moribondo. E la voce gli mancò sulle labbra, come l’aria che sviene tepida e molle tra le fronde opache del mirto; la doppia servitù della materia e dello spirito fu spezzata per sempre, e ognuno andò per la sua strada a cercare il complemento dialettico (*).

↩(*)Otto mesi dopo la morte del Barone Camillo, la signora Baronessa gli diede un figlio postumo, cui si imposero i nomi di Bernardo Lucio Camillo Clodoveo. Egli crescerà come gli avi suoi nel bel castello di Nicastro; studierà nella biblioteca a suo tempo il valore delle cose e degli uomini, e dato ch’ei pure giunga a capo di farsene ragione con un sistema filosofico qualunque, salirà alla nota scansia per leggervi, non più le pergamene del Baron Clodoveo, ma la notarella o il corollario del Barone Camillo. Dato che una tal lettura non lo disanimi, egli imprenderà, forse con minori sciagure e maggiori comodi, certo con pari effetto, il pellegrinaggio filosofico compito dal padre suo. Per altro egli otterrà la fortuna tanto invidiata da Alessandro, di avere uno storico assai migliore, che non l’ebbe l’eroe suo predecessore. – Sed nos immensam spatiis confecimus aequor,
et jam tempus equum fumantia solvere colla.
Virgilio, Georgiche, II, v. 541-542